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Effetto pigmalione, profezie che si autoarealizzano, effetto placebo, hawthorne, aspettative, legge di attrazione ecc...


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Alcune persone sembrano perseguitate dalla sfortuna nei rapporti con gli altri: si ritrovano con partner fedifraghi, amici ipocriti, datori di lavoro con un carattere impossibile e colleghi arrivisti e pettegoli. Esiste una spiegazione scientifica per questo sconcertante fenomeno?

Gli psicologi hanno scoperto che la gente viene trattata dagli altri come si aspetta di essere trattata. In altre parole, chi si aspetta di venire imbrogliato viene spesso truffato, chi vive nel timore di essere abbandonato, viene spesso lasciato, chi si aspetta di essere tradito trova partner infedeli.

Gli psicologi hanno denominato questa correlazione, effetto "Pigmalione"

L'effetto Pigmalione.

In una scuola elementare della California, Rosenthal, un famoso ricercatore nell'ambito della psicologia sociale, sottopose agli alunni ad un test di intelligenza. Prese un campione a caso di ragazzini e disse alle loro insegnanti che si trattava di bambini molto dotati, destinati a progredire intellettualmente in modo impressionante. Dopo un anno, Rosenthal ripassò nella stessa scuola e le maestre si congratularono con lui per la sorprendete capacità predittiva del test: gli alunni elencati si erano effettivamente dimostrati i migliori della classe! E non si trattava di un impressione delle insegnanti, i ragazzini in questione erano migliorati in modo eclatante.

La spiegazione degli psicologi è che le nostre aspettative possono influenzare radicalmente le nostre relazioni con gli altri. In questo caso, le insegnanti credendo nelle possibilità dei ragazzini, si comportavano con loro in modo più incoraggiante e stimolante di quanto non avrebbero fatto normalmente. E i bambini reagirono, positivamente all'atteggiamento incoraggiante e alle aspettative positive delle maestre, impegnandosi di più nello studio e mostrando un maggior interesse verso la scuola. L'atteggiamento aperto e stimolante delle insegnanti aveva contribuito a sviluppare nei bambini doti e capacità che erano rimaste fino a quel momento in ombra.

Ma l'effetto Pigmalione non si verifica solo nelle relazioni fra genitore e figlio o fra insegnante e alunno, ma in tutti i rapporti umani di qualsiasi natura siano.

Per capire meglio come funziona l'effetto Pigmalione, vi chiedo di fare un piccolo esercizio di immaginazione.

Immaginate di lavorare per due datori di lavoro diversi: il datore di lavoro A e B. Il datore di lavoro A ha avuto delle esperienze negative con i suoi precedenti impiegati, di conseguenza, vuole stare attento a non farsi raggirare di nuovo. E' convinto di non potersi aspettare più di tanto, pensa che i giovani siano tutti degli inetti, senza voglia di lavorare. Di fatto non si fida abbastanza di voi per darvi qualche mansione interessante, vi rifila soltanto compiti poco qualificanti.

Terrorizzato dal fatto che possiate battere la fiacca in ufficio, vi sorveglia in continuazione, senza darvi il minimo spazio di autonomia personale. In più, non ha stima di voi e non perde occasione per farvelo capire , rimproverandovi per piccolezze. Dopo qualche mese di questo trattamento, con quale stato d'animo andreste in ufficio al mattino? Probabilmente comincereste a sentirvi demotivati , a perdere qualsiasi interesse verso il vostro lavoro e a comportarvi di conseguenza, trasformandovi in un impiegato pigro e poco brillante. Quindi, nel giro di qualche mese, le fosche previsioni del datore di lavoro A sarebbero confermate.

Il datore di lavoro B, è per sua natura un ottimista. Si aspetta molto da voi, ma non vi chiede l' impossibile, sa che farete degli errori, ma sa questi entrano nel vostro processo di apprendimento. Vi lascia un ampio margine di autonomia, ma allo stesso tempo è sempre a disposizione per darvi suggerimenti e chiarimenti. Sa notare i vostri progressi e voi sentite che il vostro lavoro viene riconosciuto e valorizzato anche dal punto di vista economico.

Con quale datore di lavoro lavorereste di più? Probabilmente, produrreste di più con il secondo datore lavoro, anche se questi non vi controlla in continuazione come faceva il primo capo. Inoltre, paragonando i due datori di lavoro, capireste come mai uno trovi sempre impiegati che alla fine si rivelano dei grandi lazzaroni, e l'altro trovi, invece, dei bravi impiegati.

Paure che si autoavverano.

Alcune persone, per una serie di esperienze negative che hanno avuto un impatto molto doloroso sulla loro psiche, vivono le relazioni con gli altri con una punta di sfiducia e di diffidenza. Tendono ad aspettarsi sempre il peggio e sentono che gli altri prima o poi finiranno per deluderli, per tradirli o per abbandonarli.

Questo tipo di persona per evitare possibili delusioni, mettono in atto più o meno inconsciamente, una serie di strategie difensive per evitare che l'altro si comporti nel modo temuto. Le strategie psicologiche messe in atto sono diverse e vanno dal controllo dell'altro, alla continua richiesta di rassicurazioni affettive, al comportamento aggressivo della persona che attacca per non essere attaccata. Purtroppo questi comportamenti, spesso, si rivelano controproducenti : l'altra persona sente che non è stimata e che non ci si fida di lei e tende a reagire di conseguenza.

Un esempio chiarirà meglio quello che intendo. Prendiamo l'ipotetico caso di una ragazza con poca autostima che chiameremo Marzia.

Marzia si considera poco interessante e, anche se è felicemente fidanzata, "sente" che il suo ragazzo prima o poi si stancherà di lei, come hanno fatto i suoi precedenti fidanzati. Marzia, quindi, vive nel timore dell' abbandono e questo timore le fa interpretare ogni momento di autonomia del suo fidanzato come un allontanamento. In altra parole, tutte le volte che il suo ragazzo vuole uscire con gli amici, o guardare la partita, Marzia interpreta questi fatti come la prova che il suo ragazzo stia già cominciando a stancarsi di lei.

Dal momento che Marzia è insicura, tormenta in continuazione il suo ragazzo per sapere se lui la trova grassa, se l'ama, se la pensa, se non rimpiange la sua ex. Purtroppo anche se il suo ragazzo la rassicura, dicendole che è molto innamorato, Marzia continua a non fidarsi e a credere che prima o poi, lui finirà per stancarsi. Alla fine, grazie ai suoi atteggiamenti appiccicosi e soffocanti, le sue peggiori paure si avvereranno: il suo ragazzo finirà per stancarsi di stare con una partner tanto insicura e apprensiva.

L'importanza della fiducia.

Un proverbio dice che "fidarsi è bene e non fidarsi è meglio". Dal punto di vista psicologico, è vero esattamente il contrario: le persone che hanno un atteggiamento rilassato e sicuro nei confronti degli altri, ottengono molto di più dai loro rapporti sociali. Nei rapporti più intimi (come quelli di coppia o genitore/figlio) la fiducia è alla base della relazione e se la fiducia manca, la relazione finirà per risentirne.

Dottoressa Anna Zanon

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Odisseo

Straquoto! Lo penso già da un pò ma non è sempre facile gestire questo effetto sia per se che per gli altri.

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cunningham

Legge di Murphy e profezie autoavverantesi

Alzi la mano chi non ricorda la famosa legge di Murphy: “se qualcosa può andare male, stai sicuro che sarà così”.

C’è tanto umorismo e ironia attorno a questa saga del pensiero murphologico che rende la cosa anche simpatica, ma ogni volta che la sentivo citare, in circostanze ad hoc, una parte di me ha sempre rabbrividito…tralasciando le “suggestioni” personali, rimango letteralmente allibita quando un giorno scopro su un testo di psicologia (inserito tra l’altro in un corso di medicina!) che è stato effettivamente descritto e codificato un fenomeno noto come “profezia che si autoavvera”.

La psicologia riconosce l’esistenza di una distorsione del modo in cui percepiamo l’ambiente intorno a noi che è legata alle nostre aspettative, al punto che ci comportiamo in maniera tale da poter confermare le nostre previsioni. Il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo può influenzare il modo in cui l’ambiente stesso opera, per cui il risultato è una previsione auto-confermata.

Non so voi, ma io ho avuto un vero attimo di sbandamento: nero su bianco si legge che noi, con il nostro atteggiamento e modo di pensare, possiamo condizionare quello che accade, creando la realtà come ce la aspettiamo…e tutto si limita ad un paio di paginette striminzite, come se il fatto di non sapere come spiegare questa cosa la rendesse “secondaria” e trascurabile!

Mi metto di nuovo a ricercare ed effettivamente non trovo molto di più su questo argomento, ma ho la conferma ulteriore che questo fenomeno è ben conosciuto in psicologia e, forse, dovrebbe essere più noto a tutti…

Il concetto di profezia che si autoavvera è stato introdotto per la prima volta nelle scienze sociali nel 1948 da Robert Merton per descrivere “una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando il tal modo la propria veridicità”. In sostanza, si tratta di un’opinione che, pur essendo originariamente falsa, per il fatto di essere creduta, conduce ad un comportamento che la fa avverare. Leggendo dalla Blackwell Encyclopedia of Social Psychology (1995), una profezia che si autoavvera si riconosce dal fatto che le credenze originariamente errate di alcune persone (per aspettative, stereotipi, pregiudizi) causano comportamenti che confermano effettivamente queste credenze.

Nel 1974 il ricercatore Rosenthal ha messo in luce quello che poi è stato definito “l’effetto Pigmalione”: ad alcuni insegnanti di scuola elementare disse che il gruppo A di bambini aveva riportato punteggi più elevati ai test d’intelligenza rispetto al gruppo B. Dopo un anno scolastico, i bambini del gruppo A avevano effettivamente un rendimento migliore degli altri, nonostante Rosenthal avesse compiuto la distinzione fra i due gruppi in maniera del tutto casuale e senza neanche conoscere i risultati del test d’intelligenza! L’esperimento dimostra che gli insegnati assumono un atteggiamento, influenzato dalle loro aspettative, che condiziona l’esito finale in maniera da realizzare la previsione: stimolano di più quei ragazzi che credono essere i più intelligenti, gli danno più fiducia e più attenzioni a scapito degli altri che si convinceranno di essere “inferiori”.

Questo meccanismo subdolo è riconosciuto come essere molto diffuso. Pensiamo al mercato finanziario: se esiste un’informazione diffusa di un crollo imminente (non importa se vera o falsa, basta che sia creduta!), gli investitori possono perdere fiducia, vendere così le proprie azioni e causare realmente il crollo.

Ma basta anche semplicemente guardare alle relazioni interpersonali che ci toccano da vicino. A qualcuno può capitare di avere paura di risultare antipatico ma, contemporaneamente, senza neanche accorgersene, si comporta con chiusura e ostilità risultando realmente sgradevole. Risultato: “Ecco, lo sapevo, per l’ennesima volta sono riuscito a rovinare tutto e a risultare ancora antipatico!”. Per non parlare poi di chi pensa che, ad esempio, sia destinato ad essere abbandonato da tutti i partner…la paura genera comportamenti morbosi di gelosia , possessività e via dicendo che non possono che produrre l’esito “sperato”.

Eh sì, perché alla fine ci facciamo forti del fatto che la nostra “visione” del mondo si conferma sempre corretta e che quindi abbiamo ragione!

Poco male se questo genera sofferenza, angoscia e disperazione…in fondo, così è la vita…o no??

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cunningham

Medicine alternative e omeopatia = effetto placebo

Può il corpo umano guarire da asma, ipertensione, dolori cronici e malattie cardiache semplicemente assumendo acqua fresca, o pillole di zucchero?

Sostanze con azione farmacologica (un sonnifero, uno stimolante, ecc.) hanno effetto sull'organismo anche se somministrate all'insaputa della persona. Ma, paradossalmente, vale anche l'inverso: sostanze inattive talvolta hanno effetto se vengono presentati al paziente come efficaci.

E' ben noto, infatti, che il solo fatto di sottoporsi a una forma qualunque di terapia giova ai pazienti. Decidere di recarsi dal medico, essere visitati, rassicurati, ottenere una prescrizione, seguire le indicazioni ricevute, eccetera, tranquillizza il malato, ne riduce l'ansia e lo stress, e ne rafforza di conseguenza le capacità di autoguarigione. Soprattutto per chi lamenta disturbi per i quali non si trova alcun riscontro fisiologico, o per chi soffre di ansia e depressione, era d'uso prescrivere farmaci "finti" per compiacerli: sono i cosiddetti placebo. Ma non è solo su questi "malati immaginari" che agisce l'effetto placebo: esso può modificare anche molti parametri fisiologici dell'organismo. Infatti, nella sperimentazione clinica, un nuovo farmaco si giudica efficace solo se dà risultati significativamente diversi da un placebo. In pratica si hanno tre gruppi di pazienti: uno che non riceve alcun tipo di trattamento (gruppo di controllo); un secondo gruppo che riceve il trattamento vero, e uno che riceve solo un placebo, identico in tutto al secondo, tranne per l'assenza del principio farmacologico. Nemmeno i medici sanno a quale gruppo appartengano i pazienti (sperimentazione "in doppio cieco"), per evitare di influenzare i risultati col loro atteggiamento, o comportamento involontario (il cosiddetto "effetto sperimentatore").

Ma si noti che anche il gruppo trattato con placebo presenta sempre un miglioramento rispetto ai gruppo di controllo: in media, addirittura circa il 30 per cento. Questa, tra l'altro, è una delle ragioni che spiegano l'apparente efficacia di trattamenti che dovrebbero esserne privi, come molte terapie alternative quali la pranoterapia , l'omeopatia, e altre novità New Age.

L'effetto placebo è sorprendente. Una pastiglia finta può ridurre i dolori cronici, l'asma, l'ipertensione, angina pectoris. Se si somministra a dei soggetti una bevanda analcoolica, dicendo che invece contiene alcool, molti si sentiranno leggermente ebbri. Anche certe piccole operazioni chirirgiche comuni negli anni '50, come la legatura di alcune arterie nella cura dell'angina pectoris si sono dimostrate inutili quando confrontate con una specie di placebo chirurgico: una incisione superficiale. Chi prende un placebo spesso accuserà anche effetti collaterali spiacevoli (nausea, capogiri, eczemi, ecc.). Si parla di effetto "nocebo", e addirittura di un "effetto stregone". Credendosi colpiti da una maledizione , o più banalmente dal "malocchio" o da una "fattura", ci si sentirà davvero male, fino a conseguenze tragiche, anche perché si adotterà una serie di comportamenti dettati dall'ansia e dalla paura.

Oltre all'aspettativa, anche la fiducia nei confronti della terapia e del medico sono importanti. Ma vi è un effetto placebo perfino in chi non crede nella terapia alla quale si sottopone.

L'utilizzo di un placebo come terapia palliativa talvolta sembra utile, ma pone i medici in un difficile dilemma. Dire a un paziente che gli si prescriverà una pastiglia senza alcun rimedio plausibile farà venir meno la risposta al placebo. D'altra parte, presentare un placebo come un vero famaco appare una sorta di raggiro eticamente inaccettabile.

Per saperne di piu:

  • Angela, P. "Il fluido dei guaritori", Scienza & Paranormale 28, novembre1999, pp. 16-17.
  • Cagliano, S. "Credere per guarire", in: Guarire dall'omeopatia (Marsilio Editori 1997), pp. 85-99.
  • Garattini, S. e R. Chiaberge. "Guarigioni immaginarie", in: Scoppiare di salute , Rizzoli1992, pp. 147-168.
  • Simon, Singh. Aghi, pozioni e massaggi.
  • Benedetti, Fabrizio. La realtà incantata.
  • Dobrilla, Giorgio. Placebo e dintorni.

http://www.cicap.org...o.php?id=100079

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Simone23

Ottimo! Sono curioso di leggere la tua opinione sulla legge di attrazione: vi dedicherai un post specifico?

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cunningham

Teorema di Thomas

"Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse diventano reali nelle loro conseguenze", scriveva il professor Thomas. La supposizione che egli sia arrivato ad un punto cruciale si fa più salda quando notiamo che essenzialmente lo stesso teorema era stato più volte esposto da menti disciplinate e osservatrici, molto prima del Thomas. La prima parte del teorema ci ricorda categoricamente che gli uomini non rispondono soltanto degli elementi obiettivi di una situazione, ma anche ed a volte in primo luogo, al significato che questa situazione ha per loro. E una volta che essi hanno attribuito un qualche significato alla situazione, il loro comportamento conseguente ed alcune delle conseguenze di quel comportamento sono determinate dal significato attribuito. La "profezia che si autoadempie" è all'inizio una definizione falsa della situazione la quale determina un nuovo comportamento che rende vera una concezione originariamente falsa.

"Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright. Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank ed il suo ufficio è quello del Presidente. Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì; tutte quelle persone che fanno dei depositi sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente. La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti allo sportello delle casse non lo sanno; anzi credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla; e così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi. Fintanto che l'hanno solo creduto e non hanno agito di conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito di conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a C. Millingville, agli azionisti, a noi. Essi conoscono quella realtà perché l'hanno provocata. La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata; la banca è fallita." Robert Merton

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cunningham

Costruttivismo

La realtà al di fuori di noi non esiste, o se esiste non possiamo conoscerla, se non attraverso il nostro punto di vista. E’ questo il principio di base del costruttivismo, una filosofia che ha le sue radici nel pensiero greco e che si sviluppa nelle moderne teorie della conoscenza.

E’ facile capire ciò se si pensa ad una passeggiata in montagna. Quando siamo a fondo valle, il monte che incombe ci sembra il più alto. Quando saliamo un po’ lungo il sentiero, vediamo spuntare un altro monte ancora più alto. Ma andando avanti si scopre un monte ancora più imponente, che prima era nascosto dal monte che gli stava davanti. Ecco dunque che la “realtà” del monte più alto è cambiata tre volte in una sola escursione.

Poiché ci inventiamo la realtà, possiamo imparare a inventarcela nel modo più favorevole, con tecniche di autoinganno e con profezie che si autoavverano, o con ristrutturazioni di punti di vista poco funzionali.

Autoinganno

L’autoinganno è la capacità, insita in noi, di vedere le cose dal nostro punto di vista, di raccontarci delle storie, di crearci una nostra realtà che ci ostiniamo a difendere anche se i fatti ci smentiscono. Ma se ci sappiamo ingannare così bene su cose negative, non potremmo cercare di autoingannarci su cose positive?

Come ci insegnano Watzlawick e i costruttivisti, la realtà “reale” non esiste, o se esiste non la possiamo conoscere così com’è, al di là degli occhiali attraverso cui la guardiamo. Tutto quello che pensiamo, conosciamo, proviamo, è frutto di un autoinganno. Siamo noi che vediamo le cose in un certo modo. Altri, pur essendo simili a noi, vedono le stesse cose in modo diverso.

Noi siamo portati a credere che la nostra realtà sia quella vera, e pensiamo che chi la pensa diversamente sia stupido o cattivo. Basti pensare a quello che Don Chisciotte vedeva nei mulini a vento o in Dulcinea, o che un razzista vede in una persona di colore.

L’autoinganno è così radicato in noi che non ce ne accorgiamo, e reagiamo con sorpresa quando qualcuno ci strappa il velo e ci mostra una realtà tutta diversa. Se poi dalle esperienze concrete passiamo ai concetti astratti, l’autoinganno la fa da padrone. Che cos’è l’amore? E la famiglia? E la giovinezza?

Come mi vedo quando mi sento giù di corda? Come vedo mia moglie? Vedo prima il suo sorriso e la luce dei suoi occhi, o le rughe che il tempo ha pazientemente scavato sul suo volto?

Ristrutturazione

Bateson dice che un sistema qualsiasi acquista significato non tanto per gli elementi che lo compongono, quanto per la struttura che li connette. Lasciando intatti gli elementi, possiamo ottenere nuovi significati se riorganizziamo in modo diverso la struttura che li connette, se ristrutturiamo l’insieme.

Ne abbiamo esperienza fin da bambini quando giochiamo alle costruzioni: i pezzi sono sempre gli stessi, ma possiamo strutturarli di volta in volta come archi, come torri, come castelli.

Applicando il concetto alla comunicazione, Watzlawick dice nel suo secondo assioma che la comunicazione è fatta di contenuto (ciò che si dice) e di relazione (come lo si dice). Nel terzo assioma dice che la relazione fra i comunicanti è connessa con la punteggiatura della sequenza, ossia sull’ordine in cui avvengono gli scambi comunicativi.

Se un sistema è disfunzionale, per riportarlo alla funzionalità si può intervenire sui contenuti, sulle relazioni, sulle sequenze. In tal modo si ristruttura il senso e la funzione del sistema.

Lo facciamo fin da bambini, quando veniamo colti in fallo e diciamo: “ho mangiato la marmellata perché credevo che avanzasse”, o “non sono stato io a cominciare, è stato lui”. Anche i peggiori criminali si ristrutturano per autoassolversi. Tipico il caso del fanatico che compie efferati delitti e dice: “Dio lo vuole”.

Watzlawick porta l’esempio della moglie che brontola perché il marito esce e la lascia a casa, e del marito che esce perché la moglie brontola. La sequenza brontola > esce > brontola > esce non solo tende a continuare all’infinito, ma ad inasprirsi, perché la moglie, visto che il suo brontolio è inefficace, brontola sempre di più, e il marito scappa sempre di più. Ognuno dei due pensa che il suo comportamento sia conseguenza di quello dell’altro, e che sia l’altro ad aver cominciato. Quindi per risolvere il problema bisogna intervenire sulla sequenza. Se per esempio una sera la moglie dice “Come, non sei ancora uscito stasera? Vai pure a divertirti caro, dopo una pesante giornata di lavoro!”, cioè fa qualcosa di diverso da ciò che aveva sempre fatto, il marito resta spiazzato e dice: “mah, in effetti stasera non ho bisogno di uscire”. Il circolo vizioso è rotto, la sequenza è ristrutturata.

Un altro modo di ristrutturare è cambiare il punto di vista, anche di poco. Se ci mettiamo un paio di occhiali, o saliamo un po’ più, su la realtà che ci sta di fronte è sempre la stessa, ma la vediamo in modo diverso. Se per esempio abbiamo timore degli immigrati perché li immaginiamo in agguato all’angolo di una strada buia, possiamo focalizzarci su figure innocue o amichevoli di immigrati, come badanti, artisti, atleti, forze giovani che ci aprono la mente e ci danno nuove energie. Anche un cane che latra ferocemente contro di noi può essere visto come un vigilante che fa il suo mestiere.

La ristrutturazione si trova in molti messaggi persuasivi, come quelli pubblicitari. Pensiamo allo spot sulla carta igienica più lunga delle altre. “Dieci piani di morbidezza” fa più effetto che “trenta metri”. La stessa misura considerata in orizzontale sembra minore che se considerata in verticale.

Quindi per ristrutturare il significato possiamo agire sulla relazione fra noi, gli altri, il mondo; sulla punteggiatura, ossia sull’ordine in cui consideriamo le cose; sul punto di vista da cui osserviamo e interpretiamo ciò che ci circonda e che ci accade.

Una tipica ristrutturazione dell’idea della morte avviene quando diciamo “è volato in cielo, ha finito di soffrire, ora è in un posto migliore” invece che “ha tirato le cuoia, ci ha rimesso le penne, è andato agli alberi pizzuti, si è messo il pigiama di legno ed è uscito coi piedi in avanti”.

Per quanto riguarda la sequenza e la punteggiatura, pensiamo alla differenza di significato fra “una vecchia amica” e “un’amica vecchia”. “Veni, vidi, vici” (venni sul luogo, osservai la situazione, vinsi) di Giulio Cesare potrebbe diventare “Vidi, vici, veni” di un playboy (vidi la sua bellezza, la conquistai, ebbi un orgasmo). Il famoso oracolo che la sibilla dava ai giovani in procinto di andare a combattere era “IBIS REDIBIS NON MORIERIS IN BELLO”. Se il soldato tornava, la punteggiatura era “ibis, redibis, non morieris in bello” (andrai, tornerai, non morirai in guerra). Se ci lasciava la pelle la punteggiatura era “ibis, redibis non, morieris in bello” (andrai, non tornerai, morirai in guerra). In ambedue i casi la reputazione della sibilla era salva! E’ proprio il caso di dire che una virgola è questione di vita o di morte!

La ristrutturazione si trova in molte opere d’arte: intrecci teatrali e cinematografici, quadri, in genere opere creative che ci sorprendono perché ci propongono successioni o punti di vista inconsueti. Una delle ristrutturazioni più radicali è stato il passaggio dal geocentrismo tolemaico all’eliocentrismo copernicano.

Un semplice esercizio di ristrutturazione può essere immaginare i più svariati modi di usare una camera d’aria di bicicletta o una bottiglia di acqua minerale.

Un esercizio linguistico è trasformare tutte le forme passive in forme attive, l’astratto in concreto, il negativo in positivo: sono amato > amo, felicità > un bel momento, incapace > alle prime armi.

Per saperne di più:

Paul Watzlawick: Pragmatica della comunicazione umana.

Paul Watzlawick: La realtà inventata.

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Simone23

Sulla ristrutturazione, che io ho conosciuto sotto il nome di reframing, mi permetto di suggerire questo testo:

Reframing

In che modo va affrontata la vita? Come porsi correttamente nei confronti delle cose del mondo, del lavoro, dei doveri, degli impegni e soprattutto delle cose che non si possono modificare?

Ecco due storielle:

«Due uomini guardavano in uno stagno; disse uno: "Vedo del fango, una scarpa, e un vecchio barattolo".

Disse l'altro: "Anch'io, ma vedo anche lo splendido riflesso del cielo"».

«Due carcerati commentano il paesaggio che si presenta ai loro occhi di sera dopo un giorno di pioggia dietro le sbarre:

"Quanto fango", dice uno; "Quante stelle", gli fa eco l'altro».

L'insegnamento di queste storielle è che esiste una capacità umana che ha un'importanza straordinaria, troppo spesso ignorata: è la capacità di cambiare il modo di vedere una situazione. La volontà può incidere sulla realtà del mondo esterno. Però spesso la realtà esterna non si può cambiare oggettivamente. Rimane allora questa capacità di cambiare internamente.

Alcuni psicologi l'hanno chiamata reframing (ristrutturazione), che significa: "Mettere in una cornice diversa", una sorta di "rincorniciatura" degli avvenimenti.

Aiutare una persona a vedere la sua situazione in modo diverso fa parte dell'arte psicoterapeutica. Questa è arte antica che si trova in molte tradizioni spirituali e in molti filosofi.

Per esempio lo stoico Epitteto diceva: «Noi non siamo turbati dalle cose, ma dall'opinione che abbiamo delle cose».

Questa è una distinzione importantissima.

Le cose sono quelle che sono, e cambiarle spesso non è in nostro potere: non possiamo decidere di essere sempre fortunati. I problemi capitano indipendentemente dal nostro volere.

Noi, però, possiamo decidere di cambiare la nostra opinione e quindi il nostro atteggiamento nei loro confronti. È qui che risiede il nostro potere.Secondo Epitteto, lo sbaglio tragico è proprio il pensare di non avere il potere dove invece lo abbiamo, cioè nella possibilità di cambiarci interiormente, e nel pensare di avere potere dove non l'abbiamo, cioè sulle circostanze esterne che non possiamo cambiare.

Nel ristrutturare una idea o percezione della realtà di una persona, non si mette in discussione l'idea o la percezione della realtà stessa, non si va cioè a cambiare il contenuto dell'idea o della percezione in sé, ma si cambiano le cornici all'interno delle quali inserire tale significato.

Ovviamente, cambiando la cornice, si cambia in maniera indiretta il significato stesso; e questo perché la realtà è determinata sempre dal punto di osservazione da cui il soggetto la guarda: se si cambia tale punto di osservazione, la realtà stessa cambia.

Quello che noi vediamo nelle cose, nelle persone e negli avvenimenti, sono in pratica nostre idee, anzi opinioni, nel senso che abbiamo dentro di noi un'immagine di come è il mondo.

E questa nostra immagine può essere vera, adeguata alla realtà esterna, ma può anche non esserlo; molto spesso è errata perché deriva dal condizionamento sociale, da come siamo cresciuti e dalle varie influenze che abbiamo subito.

E allora il compito della psicoterapia è quello di recuperare questa nostra capacità di cambiare atteggiamento, chiamato Reframing.

Ecco una storiella medievale, intitolata" I tre tagliapietre", che è una stupenda rappresentazione del reframing:

«Un visitatore entrò nel cantiere dove nel Medioevo si stava costruendo una cattedrale. Incontrò un tagliapietre e gli chiese: "Che cosa stai facendo?".

L'altro rispose di malumore: "Non vedi? sto tagliando le pietre". Così egli mostrava che considerava quel lavoro increscioso e senza valore.

lì visitatore passò oltre e incontrò un secondo tagliapietre; anche a questo chiese che cosa facesse. "Sto guadagnando da vivere per me e la mia famiglia", rispose l'operaio con tono calmo, mostrando una certa soddisfazione.

L'altro proseguì e, trovando un terzo tagliapietre, gli rivolse la stessa domanda. Questi rispose gioiosamente: "Sto costruendo una cattedrale".

Egli aveva compreso il significato e lo scopo del suo lavoro, si era reso conto che la sua opera umile era altrettanto necessaria quanto quella dell'architetto e quindi in un certo senso aveva lo stesso valore della sua. Perciò eseguiva il suo lavoro volentieri, anzi con entusiasmo».

di Pasquale Ionata

Fonte: http://www.friulicrea.it/itgiovani/story$num=138&sec=2

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  • 3 settimane dopo...
cunningham

“Perché mi va sempre tutto storto?”: la profezia che si autoavvera e il potere delle proprie “predizioni”

La sfortuna sembra perseguitarvi, la iattura si accanisce senza lasciarvi tregua… e voi iniziate a pensare che oramai tutto è destinato a fallire e che tutto ciò che toccate diventa cenere. Pensate e rimuginate sui fallimenti tralasciando tuttavia un particolare di certo non poco rilievo: quanto ci mettete del vostro per far andare tutto storto? O meglio, siete proprio sicuri che ve ne capitino di tutti i colori senza che voi siate in minima parte responsabili? Per rispondere a queste domande è necessario partire da lontano e dal quello che Rosenthal nel 1968 definì “Effetto Pigmalione”, noto anche come “Effetto Rosenthal”. Nel 1948 Gordon e Durea durante uno studio, fornirono i risultati di alcuni test in cui emergevano i QI dei loro alunni ad inizio anno. Tali test erano stati manipolati ad hoc, cosicchè alcuni ragazzi risultassero più intelligenti di altri. A fine ricerca si evidenziò come gli alunni a cui era stato “profetizzato” di essere intelligenti avevano una media di voti molto più alta rispetto ai loro compagni e ai loro stessi risultati dell’anno scolastico precedente. Cosa era successo? Il rendimento dei ragazzi era stato molto condizionato dalle aspettative degli insegnanti nei loro confronti: questi ultimi infatti, col loro comportamento, avevano favorito il rendimento di alcuni alunni rispetto ad altri: si erano infatti rivolti più spesso ai ragazzi verso cui nutrivano aspettative più elevate, lasciando loro più tempo per fornire le risposte, assumendo, in termini generali, un atteggiamento di fiducia e mostrandosi più pazienti, mentre nel caso degli alunni “ meno dotati intettettivamente” addirittura avrebbero potuto ostacolare il rendimento scolastico con un atteggiamento che comunicava sfiducia e scarsa stima.

I meccanismi psicologici alla base dell’Effetto Rosenthal, detto anche “Effetto Pigmalione” (dal nome del re di Cipro che, dopo aver colpito la statua di una donna bellissima se ne innamorò desiderando a tal punto di renderla umana che Afrodite lo esaudì), sono gli stessi che fanno si che, quando un ragazzo appena conosciuto non ci chiama iniziamo a “profetizzare” sul perchè, finendo con il predisporci alla lite che molto probabilmente si verificherà quando lui telefonerà, il più delle volte ignaro del nostro meccanismo.

Se quindi una persona crede di non piacere ad un’altra, sarà proprio a causa di questa supposizione che si comporterà in maniera ostile e suscettibile, generando intorno a sé quel clima di sfiducia e disprezzo che si aspettava sin dall’inizio: avrà così ottenuto la prova del fatto che “aveva ragione” e che la sua convinzione era dunque ben fondata. Si tratta quindi di un circolo vizioso: le aspettative della persona A portano alla creazione di particolari comportamenti di A stessa nei confronti di B. essi però genereranno come conseguenza dei comportamenti di B verso A che porteranno A a confermare le proprie aspettative.

Ma cosa fa si che questo si verifichi?

L’uomo sin dalla nascita cerca di dare un “significato alla realtà” così da potersi orientare nel quotidiano, generare aspettative e pianificarne continuamente lo svolgimento, attraverso azioni, obiettivi e quant’altro: di conseguenza è continuamente soggetto alle profezie che si auto-avverano, sia che vengano “generate” da loro stessi (auto-inganno) e sia che vengano generate dagli altri (etero-inganno).

La costruzione della realtà da parte dell’individuo è mediata da schemi acquisiti attraverso il processo di costruzione ed elaborazione dell’esperienza, sotto l’influenza di tre fattori fondamentali: i criteri di somiglianza, la motivazione ed il contesto.

Secondo il primo criterio la decisione di attribuire un’azione o una persona nuova ad una categoria piuttosto che ad un’altra dipende dalla somiglianza con esperienze passate: più la somiglianza è forte, più la categorizzazione è veloce e quindi meno “mediata” dalla riflessione. Vi siete appena lasciati e incontrate una persona che mostra interesse per voi e voi ne siete in qualche modo attratti? la prima cosa che fate è “paragonarla” al vostro ex cosicchè cercate di “categorizzarla” subito come persona da frequentare o meno; cosa ci guadagnate nel fare questo e cosa ci perdete? Di certo guadagnate tempo che teoricamente potreste perdere e vi evitate l’eventuale dolore di un’altra storia che finisce; ma quello che in realtà perdete è molto di più: perdete la possibilità di conoscere realmente la persona che avete di fronte, la possibilità di stare bene di nuovo e soprattutto perdete la possibilità di conoscere altre parti di voi ( cosa che avviene in ogni incontro con persone nuove).

Passando poi al secondo criterio, quello della motivazione, esso fa si che i giudizi socialmente condivisi possano essere accantonati dai giudizi auto gratificanti, ovvero si può modificare la percezione sociale per rinforzare i propri obiettivi ( percezione motivata). Così le motivazioni e gli stati d’animo possono influenzare le strategie utilizzate per risolvere i problemi. In poche parole, se quello cui vado incontro per me è gratificante, nonostante non sia socialmente riconosciuto come tale, sono comunque motivato a portare la mia scelta sino in fondo.

Infine va valutato l’effetto del contesto in cui l’azione ed il giudizio si verificano. L’individuo, come abbiamo detto, ha l’esigenza di dare un senso alla realtà che lo circonda, confrontandola con esperienze e ricordi e categorizzando tutte le informazioni disponibili: in quest’operato il contesto gioca il ruolo fondamentale di guida dei comportamenti, dando le informazioni di ciò che va fatto e di come va fatto in determinate circostanze. Se da un lato tuttavia questo agevola e funge da euristica, ovvero da una sorta di scorciatoia mentale, dall’altro rischia di ignorare informazioni utili, atte a una formulazione più obiettiva delle condizioni. In poche parole è come se una situazione, visto il contesto, debba andare “in un certo modo”, imprigionando la mente in una fissità funzionale fatta di stereotipi, pregiudizi e aspettative, che non consentono di formulare né di vagliare ulteriori ipotesi.

C’è quindi una soggettività della percezione che porta inevitabilmente adautoingannarsi: non vedo ciò che vedo, ma ciò che in quel momento voglio vedere (influenzato da tutto ciò che abbiamo appena menzionato) e allora, come dice Watzlawick, se mi autoinganno, tanto vale che io lo faccia in modo utile, convincendomi che il bicchiere è mezzo pieno anziché mezzo vuoto, oppure di essere simpatico e di ricevere, così, sorrisi in risposta al mio: la profezia che si autoavvera funzionerà quindi, al positivo, innescando un circolo virtuoso anziché vizioso. Questo ovviamente non significa che possiamo cambiare il corso delle cose, ma semplicemente che possiamo modificare il nostro approccio agli eventi poiché è da noi che parte la lettura della realtà: non facciamoci imprigionare da frasi del tipo “Mi va sempre tutto storto!”, oppure “Tanto lo so come andrà a finire..”, non predisponiamoci al negativo poiché questo già innescherà in noi dei pensieri e dei comportamenti che prepareranno il terreno affinchè quel negativo ipotizzato accada. A tal proposito ricordo le parole di un medico, parole che ripeto spesso anche ai miei pazienti “A pensare in negativo si fa sempre in tempo”, una frase che fa riflettere come in effetti, a pensare in negativo, non ci si guadagni poi molto, se non negatività. Molti sostengono che pensare all’ipotesi peggiore li prepari all’eventualità che poi potrebbe verificarsi, quando in realtà è solo un meccanismo per mettere a tacere l’ansia di fondo legata all’impossibilità di controllare una situazione.

Iniziate dunque a pensare e ad agire in positivo, come se foste…, come se il mondo fosse…, come se gli altri fossero… vedrete che anche voi capirete che il tempo passato a pensare al negativo è stato in realtà tempo non perso, ma impiegato nel modo sbagliato: iniziate allora sin da adesso ad utilizzare il vostro tempo per trovare la vostra dimensione ed il vostro benessere grazie alla profezia che si autoavvera.

http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/psicologia/%E2%80%9Cperche-mi-va-sempre-tutto-storto%E2%80%9D-la-profezia-che-si-autoavvera-e-il-potere-delle-proprie-%E2%80%9Cpredizioni%E2%80%9D/1511/

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