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In nome della libertà

Elle, ottobre 1999 - Elle incontra Steven Hassan

È stato per anni un membro di spicco della Chiesa del Reverendo Moon, e sa bene che cosa vuol dire essere controllato da una setta, senza riuscire a venirne fuori. Per questo, ha inventato una nuova professione, il “consulente d’uscita”.

Di Luca Dini

Steven Hassan ha 44 anni e ha fondato a Cambridge, vicino a Boston, un Centro per la libertà della mente, che offre consulenza a chi sta cercando di uscire da una setta.

Sono persone come Elizabeth, che ha affidato un miliardo e mezzo a dei perfetti sconosciuti per aiutarli a colonizzare Marte. Come David, giovane diabetico, che per dare prova della sua fede ha smesso di prendere l’insulina ed è morto dopo una dolorosa agonia. Come Patrick, che si è rovinato la salute a furia di saltare sul pavimento con le gambe incrociate nella posizione del loto, nella speranza di lievitare nel vuoto. Sono tre milioni in tutto il mondo. Persone che in un momento delicato della vita hanno cercato le sicurezze perdute nell’adesione a quello che in inglese si chiama un “cult”, una dottrina religiosa (ma non solo) in contrasto con quelle ufficiali e ortodosse, caratterizzata dalla segretezza e da un entusiasmo che spesso sconfina nel fanatismo. Gli esperti calcolano che i gruppi di questo tipo siano almeno tremila, e in continua crescita. E che dei loro appartenenti, uno su quattro sia destinato a subire danni psicologici gravi e irreversibili.

Negli Stati Uniti, forse il Paese più colpito dal problema, c’è un uomo che lotta per aiutare queste persone. Si chiama Steven Hassan, ha 44 anni e una voce che ricorda quella di Dustin Hoffmann, ebreo come lui. Ha un master in psicologia, e di professione fa l’exit counselor, letteralmente il “consulente di uscita”. Steven Hassan aiuta gli adepti delle sette a liberarsi dall’abbraccio soffocante del gruppo e a reintegrarsi nel mondo. In oltre vent’anni di lavoro, ha aiutato migliaia di persone a riacquistare la serenità. Non è l’unico, né il primo. Ma rispetto agli altri ha una marcia in più: lui ci è passato. «Avevo diciannove anni, frequentavo il Queen’s College a New York. Attraversavo un brutto periodo: avevo rotto con la mia ragazza e vedevo allontanarsi il mio sogno di diventare scrittore. Un pomeriggio, in biblioteca, tre ragazze orientali mi si avvicinarono e cominciarono a chiacchierare con me. Era appena iniziato il semestre, e non avevo amici. Così, quando mi proposero di unirmi al loro gruppo internazionale di studenti, accettai. Erano giovani di un entusiasmo straordinario, quasi eccessivo. Da dove veniva tutto quel buonumore? Chiesi se erano membri di una religione. Ma no, mi assicurarono, siamo solo un gruppo che lotta per la pace».

Steven sarebbe fuggito a gambe levate se avesse saputo che quei ragazzi erano in realtà adepti della Unification Church, la chiesa fondata dal reverendo coreano Sun Myung Moon. Un personaggio controverso, coinvolto in intrighi spionistici e truffe finanziarie, capo di un impero finanziario e fanatico anticomunista che, grazie alle sue laute donazioni, è stato protetto dai presidenti Reagan e Bush. Un uomo fin troppo ancorato ai piaceri di questa Terra, ma venerato dai suoi seguaci come il nuovo Messia, l’amico personale di Cristo, Buddha, Maometto e Krishna, l’unico in grado di salvare il mondo da Satana.

Come fanno persone di intelligenza normale a credere a simili sciocchezze? La risposta è in due parole, mind control, controllo della mente. «Non mi piace parlare di lavaggio del cervello», spiega Hassan «perché è un’espressione che indica qualcosa di coercitivo, mentre la forza delle sette sta proprio nel riuscire a conquistare senza violenza apparente. Il primo approccio è subdolo, il gruppo viene nascosto sotto una maschera accettabile. Poi, pian piano, i “reclutatori”, che hanno avuto una formazione specifica, iniziano a esercitare sul nuovo adepto le tecniche del controllo mentale. Spesso c’è di mezzo l’ipnosi. Spesso la vulnerabilità della vittima viene acuita da condizioni fisiologiche particolari: saune, digiuni, la recitazione di interminabili litanie che bloccano i processi mentali. Man mano che si impossessa la volontà dell’individuo, la setta può manifestarsi sempre più per quello che è. La dipendenza definitiva si ottiene insinuando nella mente fobie irragionevoli: se non preghi morirai, se lasci il gruppo diventerai una creatura di Satana. Il terrore è il miglior alleato del controllo mentale».

A Steven Hassan bastarono pochi mesi per diventare un fanatico Moonie. Era talmente bravo che diventò a sua volta reclutatore, e scalò i vertici della chiesa. Si allontanò dalla famiglia, interruppe gli studi, iniziò a dedicarsi a tempo pieno alla ricerca di proseliti e alla raccolta di fondi, necessari per alimentare l’impero. Dormiva un paio d’ore a notte, era esausto. Finché una sera, a due anni dall’ingresso nella setta, si addormentò al volante ed ebbe un terribile incidente che quasi lo uccise, ma che si rivelò la sua salvezza. I genitori infatti approfittarono della sua immobilità per strapparlo dalla presa della setta, sottoponendolo a una terapia di “deprogrammazione forzata” con l’aiuto di ex membri della stessa setta.

«Per il Messia ero pronto a morire e anche a uccidere. Cos’era la vita di un uomo di fronte alla salvezza dell’umanità? Nel momento in cui mi accorsi che mio padre mi aveva teso un’imboscata, provai l’impulso di spezzargli il collo. Gli ex Moonies passarono intere giornate a istruirmi sulle nefandezze della setta, ma io non ascoltavo. Quando mi spiegarono le analogie tra Moon e Hitler, risposi con una frase che ancora mi mette i brividi: non mi importa se è come Hitler, ho scelto di seguirlo e lo seguirò fino alla morte. Per me, ebreo di famiglia devota, cresciuto nel rispetto del sacrificio dell’Olocausto, significava tradire tutti i valori che mi erano stati trasmessi. Ma improvvisamente, e a sorpresa, l’ennesimo tentativo dei miei “torturatori” mi aprì gli occhi. D’un tratto vedevo le falsità con cui ero stato plagiato, usato, tradito. Fu l’inizio della rinascita, ma anche il momento più doloroso di tutta la mia vita». Al trauma subentrarono i sensi di colpa per tutti quelli che lui, da reclutatore, aveva fatto entrare nella setta. Nacque così l’idea di rintracciarli e di aiutarli a uscire. Il progetto si allargò poi alle altre sette.

Nel 1978 il massacro di Jonestown, in Guyana, dove 913 disgraziati si suicidarono per ordine del reverendo Jim Jones, fece suonare in America “l’allarme sette”. Da allora, Steven Hassan è diventato un’àncora di salvezza per tante famiglie terrorizzate. Ha fondato a Cambridge, poco fuori Boston, il Centro per la libertà della mente, da cui distribuisce materiale audiovisivo per istruire i familiari e gli psicologi sui pericoli e gli antidoti del controllo mentale. Ha tenuto seminari in tutto il mondo. Ha scritto un best seller pubblicato in questi giorni in edizione italiana dall’editrice Avverbi con il titolo Mentalmente liberi, in cui espone il suo metodo.

Di che cosa si tratta? «Non condivido la deprogrammazione forzata che è stata usata nel mio caso» spiega. «Il trauma è troppo forte. Io preferisco coinvolgere famigliari e amici. Li incontro, raccolgo da loro notizie sulla persona che devo aiutare. In cambio, do loro informazioni sul gruppo in questione e su come procedere. Quindi pianifico l’approccio, che dev’essere quanto più possibile dolce. Parto da un familiare o da un amico di fiducia, che si mostra curioso e gli fa domande sulla setta, cerca di portare il discorso su com’era la vita prima, su cosa gli manca, sul come e il perché si è lasciato indottrinare. Io intervengo di solito in un secondo momento, quando la persona in questione ha accettato di incontrare qualcuno che gli darà informazioni sulla setta, non per costringerlo a uscire ma per offrirgli nuovi elementi di valutazione. Se c’è questa disponibilità, e se la persona concede i tre giorni di tempo che gli vengono richiesti, il successo è assicurato».

Una delle tante storie a lieto fine è quella del ventenne Phil, entrato negli Hare Krishna dopo una depressione scatenata dalla morte in un incidente stradale del gemello Tom. Parlando a Steven Hassan, Phil confessa di sentirsi in colpa perché Tom è rimasto ucciso mentre andava a fare commissioni per lui. Nelle leggi del karma, spiega, ha trovato la consolazione di sapere che il mondo materiale è solo un’illusione. Ammette che la ripetizione ossessiva delle litanie gli serve a chiudere la valvola di sfogo del dolore. Frase dopo frase, si accorge che la sua appartenenza alla setta è solo una fuga di cui Tom non sarebbe contento. Pochi giorni dopo, abbandona il gruppo e torna a casa.

Non sempre si possono fare le cose in questo modo, con calma. A volte bisogna intervenire in modo più affrettato. Come è successo con Margaret, madre di tre figli, trascinata dal marito nella setta Bambini di Dio, che le impone di girovagare per il mondo in condizioni di povertà e di prostituirsi per conquistare nuovi proseliti. Quando i familiari vanno a trovarla in Messico, Steven Hassan si unisce alla comitiva fingendosi il fidanzato di una delle sorelle. Per impedire al marito di bloccare l’intervento, un fratello di Margaret lo fa convocare in una città lontana per un fantomatico incontro di lavoro. Approfittando dell’assenza dell’uomo, i familiari della ragazza la spingono a ricordare i bei tempi andati e la convincono che la sua nostalgia non è un’offesa a Dio. Quando lei ammette di voler tornare in America, non perdono un attimo. L’accompagnano in aeroporto con i bambini e la portano a casa.

Non tutte le storie, purtroppo, finiscono così. Arthur, credutosi ormai liberato dall’influsso dei Moonies, torna da loro per portare via gli amici, ma viene indottrinato di nuovo e finisce per restare. Alan, vittima di due genitori oppressivi che hanno fatto di lui un disadattato, rifiuta di tornare a casa: meglio la setta, dice, che almeno gli dà la possibilità di socializzare, di sentirsi parte di un gruppo. Altrettanto impossibile è l’intervento a favore di Henry, il cui rapporto con la famiglia è irrimediabilmente distrutto dall’ostilità del padre, dal suo rifiuto di concepire che il brillante primogenito abbia potuto farsi abbindolare da una setta fondamentalista. «E invece» assicura Hassan, «nessuno è immune, neppure i più intelligenti. L’unico “vaccino” è conoscere le tattiche di questi gruppi».

Il dopo a volte è peggio del prima. C’è un ex membro di un gruppo evangelico che nei momenti di stress si mette a balbettare suoni incomprensibili perché gli è stato insegnato a combattere i dubbi «parlando lingue nuove» come gli apostoli dopo la discesa dello Spirito Santo. E la donna che, a più di dieci anni dall’uscita dal gruppo dei Moonies, vorrebbe diventare madre ma ha il terrore della profezia inculcatale in testa: «Se tradirai il Messia tutti i tuoi figli nasceranno morti». Sono numerosissimi, purtroppo, i suicidi tra le persone uscite dalle sette.

È per evitare tragedie come queste che Steven Hassan continua nella sua missione, a dispetto dei continui attacchi a cui è sottoposto dai gruppi che prende di mira. «Ho aspettato anni per aprire un ufficio perché temevo che lo avrebbero fatto saltare in aria. Tengo un alto profilo, con interviste e apparizioni pubbliche, così ci penseranno due volte prima di torcermi un capello. Mi hanno minacciato, mi hanno pedinato, hanno rovistato tra la mia spazzatura. Di aggressioni fisiche ne ho subita solo una, quando un Moonie mi prese a pugni. Diversi anni più tardi uscì dalla setta e venne a chiedermi scusa. Spiegò che aveva solo seguito gli ordini: Sistema Hassan, gli avevano detto. Chi sceglie di starmi accanto deve abbracciare la mia vita». C’è chi è disposto a farlo. A molti anni dalla morte della sua prima moglie in un incidente, Steven Hassan si è risposato in gennaio con Misia, un’antropologa. «Una donna fantastica» dice, «con cui conto di ingrandire presto la famiglia. Siamo consapevoli dei problemi di sicurezza che nasceranno, ma non ci arrendiamo».

http://members.xoom.it/aguidi/hassan.htm

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