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La vita quotidiana come rappresentazione teatrale


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"La vita quotidiana come rappresentazione" Erving Goffman

Goffman: “Non facciamo che recitare una parte sempre e dappertutto”

”Tutto il mondo è un teatro” – anche il sociologo canadese, Erving Goffman condivideva l’idea di Shakespeare. Nel 1959 ha publicato la sua monografia intitolata La vita quotidiana come rappresentazione (The Presentation of Self in Everyday Life)[1]

in cui la vita sociale e la comunicazione umana vengono descritte con una metafora teatrale.

Secondo la metafora ogni essere umano che comunica è un attore, attraverso le parole, i gesti, i vestiti ecc. cerca di dare informazioni di sè e interpretare se stesso. Secondo la situazione comunicativa e del gruppo sociale a cui al momento apparteniamo possiamo essere attivi e fare un performance (spettacolo) oppure passivi ed essere membri dell’audience (pubblico). La vita sociale si divide in palcoscenico (front region) e in retroscena (back region): quando siamo sul palcoscenico dobbiamo fare un performance, in queste situazioni tendiamo ad osservare certe regole e mostriamo un nostro lato diverso. Per esempio, tutti gli studenti parlano e si comportano diversamente davanti ai loro professori che con gli amici o con la famiglia: quando siamo più liberi ad esprimerci siamo in retroscena dove abbiamo la possibilità di ”riposare” dopo uno spettacolo lungo. Però, scambiare le due scene è pericoloso, e dobbiamo sempre tenere ad un occhio a quei membri falsi del gruppo che hanno l’intenzione di rivelare i nostri comportamenti diversi.

L’”io” (self), quindi, non è definitivo o stabile, viene sempre determinato dalla situazione, dagli altri membri dello spettacolo e dal pubblico. Quest’ affermazione può sembrare un po’ spaventosa e poco credibile: veramente non esiste un unico io originale? Pensandoci alla nostra vita non possiamo negare che siamo veramente attori che assumono ruoli diversi nella vita della famiglia e al campo professionale. Il libro di Goffman non ci offre una risposta per trovare il nostro”io” primario, ma dà una descrizione molto interessante del comportamento umano.

[1] Goffman, Erving, The Presentation of Self in Everyday Life, Edinburgh: University of Edinburgh Social Sciences Research Centre, 1959. Edizione italiana: Goffman, Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, traduzione di M. Ciacci, Il Mulino, 1997.

La vita sociale come rappresentazione

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Una delle prospettive sociologiche attraverso si può studiare la vita sociale, ed in particolare la struttura degli “incontri sociali” che si svolgono in ambiti lavorativi, è quella della rappresentazione teatrale, proposta originariamente dal sociologo canadese Erving Goffman in “La vita quotidiana come rappresentazione” (The Presentation of Self in Everyday Life) del 1959, che, in questo periodo congiunturale caratterizzato da difficoltà a mantenere una identità lavorativa, con lavoratori che si barcamenano a fatica tra più attività, elevata mobilità sociale verso il basso o verso la disoccupazione, riveste tuttora un carattere di attualità.

Per Goffman, la società non è una creatura omogenea, ma un insieme di palcoscenici in cui rappresentiamo noi stessi in modo diverso. L’idea non è nuova, tuttavia il valore della formulazione di Goffman consiste nel prendere in considerazione in modo analitico tutti gli elementi della recita, il modo in cui un individuo presenta se stesso e le sue azioni agli altri, ed il modo in cui orienta e controlla le impressioni che suscita, quello che può o non può fare durante la rappresentazione. “Sto adoperando la parola rappresentazione - chiarisce Goffman - per indicare tutta quell’attività di un individuo che si svolge durante il periodo caratterizzato dalla sua continua presenza dinanzi ad un particolare gruppo di osservatori e tale da avere una certa influenza su di essi”. Ed è bene sottolineare che si parla di rappresentazioni “in buona fede”, in cui l’attore implicitamente chiede al pubblico di credere al personaggio che interpreta, di prendere per veritiera la parte rappresentata, incoraggiando l’impressione che quella sia l’unica o per lo meno la più importante (rappresentazioni totalmente diverse da quelle del “cinico” che invece può provare un sottile piacere nel dare ad intendere qualcosa di artefatto che il pubblico cerca di prendere sul serio). Scopo principale dell’attore è il mantenimento della coerenza espressiva, attraverso un’unica definizione della situazione che deve essere difesa di fronte ad una miriade di possibili imprevisti. Analizziamo qualche esempio. Un uomo vestito in modo anonimo, lo sguardo coperto da grandi occhiali scuri, i modi decisi e un po’scostanti, si sposta ogni mattina in autobus dalla periferia alla grande città. Fa l’usciere in un grande istituto di previdenza, un lavoro onesto e pulito, che tuttavia gli consente appena di vivere. Nel pomeriggio, quando ritorna nel piccolo borgo di periferia in cui vive, l’uomo si trasforma: elimina gli occhiali scuri, indossa un grembiule da salumiere e serve affabilmente i clienti nel negozio di generi alimentari che gestisce con la sorella. Se talvolta nel percorso mattutino incrocia qualcuno dei suoi clienti, magari mentre dall’altra parte della strada attende che scatti il verde ad un semaforo, finge di non vederlo, e non risponde al saluto di chi riesce a riconoscerlo nonostante tutto (il travestimento). Saluta invece gentilmente i clienti se li incontra nel suo ambiente naturale, nelle stradine del piccolo borgo. Preferisce separare nettamente i due aspetti della sua vita, i due “ruoli” che sta rappresentando.

Lo stesso meccanismo dissociativo - il comportamento settoriale - è utilizzato da coloro che nella vita quotidiana si trovano a gestire ruoli diversi: “La soluzione a questo problema consiste nella segregazione del pubblico compiuta dall’attore in modo tale che gli individui che lo vedono in uno dei suoi ruoli non lo vedano mentre ne incarna un altro - sostiene Goffman - il controllo della ribalta (dove la rappresentazione è presentata) costituisce una misura della segregazione del pubblico. L’incapacità a mantenere questo controllo lascia l’attore nella condizione di non sapere quale personaggio dovrà rappresentare da un momento all’altro, rendendogli difficile rappresentarne con successo uno qualsiasi”.

Tuttavia la segregazione del pubblico non è soltanto una necessità dell’attore che incarna una delle sue parti, uno dei suoi “io sociali”, davanti ad un gruppo di persone, ma quasi una necessità di coloro che lo osservano. “Anche se gli attori tentassero di distruggere questa segregazione e l’inganno che ne deriva - precisa Goffman - spesso il pubblico impedirebbe loro di farlo. Il pubblico infatti si accorge che c’è gran risparmio di tempo ed energia emotiva nel trattare l’attore per quello che appare, come se, cioè, l’attore fosse solamente e veramente ciò che l’uniforme del momento lo fa sembrare”.

Il problema si complica ulteriormente per coloro che sperimentano una notevole mobilità sociale verso l’alto o verso il basso (più frequente). Difficilmente il pubblico si adeguerà in modo indolore ad un repentino cambiamento di ruolo. A colui che sale la scala sociale si potrà, in qualsiasi momento, ricordare qualche elemento doloroso del suo passato, come un marchio che resta incollato addosso per sempre; chi invece scende la scala sociale (passando ad esempio dal lavoro fisso al precariato o precipitando dal precariato più o meno stabile al nulla della disoccupazione) per riuscire a risalire dovrà fare i conti con le proprie emozioni di perdita, ed anche con le rappresentazioni mentali di coloro che lo hanno conosciuto in tempi migliori e che adesso possono vederlo come la vittima di una situazione senza via d’uscita. In ambienti particolarmente chiusi e refrattari a qualsiasi cambiamento, alcuni cercano di risolvere il problema in modo drastico, allontanandosi dal luogo di origine. Tuttavia non sempre ciò è possibile.

Ecco perché oggi, più che mai, è necessario un sistema sociale più aperto che consenta all’individuo di modificare l’immagine che ha di se stesso, sia di fronte a sé, sia di fronte agli altri.

Goffman ha elaborato una “sociologia della vita quotidiana”, cioè dell’interazione diretta faccia a faccia, del comune comportamento e delle sue regole. Egli sostiene infatti che quando le persone si incontrano comunicano continuamente non solo con le parole, ma anche con i gesti, la postura o il modo di vestire al fine di trasmettere immagini efficaci di loro stessi e ricevendone altre in cambio.

L’autore è tuttavia convinto che questo scambio continuo di informazioni non avvenga a caso ma sempre secondo regole precise o “copioni”, infatti per spiegare la propria concezione interattiva Goffman fa ricorso a una metafora assai efficace, la “metafora drammaturgica”: nella vita sociale ognuno di noi è un interprete sempre intento a porre sé stesso in scena sul palco della società. E così nell’impianto teorico di Goffman appaiono attori, regie, palcoscenici, figuranti ma soprattutto il pubblico, è proprio per l’audience che l’attore interpreta la sua scena, utilizzando diversi mezzi (ad esempio Goffman cita la “capacità di controllare le espressioni”) affinché la propria performance risulti credibile e di successo.

Oltre che dei singoli attori Goffman parla anche delle rappresentazioni messe in scena dai gruppi sociali di fronte ad altri gruppi. Un esempio che lui cita più volte è quello dei camerieri di un hotel delle Isole Shetland (dove aveva svolto la sua ricerca): egli verifica che nello spazio di palcoscenico il gruppo dei camerieri di fronte al proprio pubblico (ovvero i clienti del ristorante), inscena una rappresentazione mostrandosi deferente, umile, discreto e così via. Ma questo accade quando il pubblico è presente, mentre nello spazio di retroscena nascosto al pubblico, i camerieri hanno un comportamento del tutto diverso, molto più informale e irrispettoso. La vita sociale, quindi, si divide in spazi di palcoscenico (la “ribalta”) e di retroscena, cioè in spazi pubblici in cui le persone inscenano una precisa rappresentazione e in spazi privati, dove gli attori si sentono liberi e in cui non “recitano”. Accade così che il comportamento pubblico può contraddire quello privato, Goffman cita l’esempio di persone molto sicure sul lavoro che possono mostrare invece grandi debolezze nella vita privata, naturalmente per evitare quelle che Goffman chiama gaffes il gruppo di audience non deve mai accedere alle situazioni di retroscena che smentiscono il comportamento pubblico.

Il testo si snoda attraverso esempi tratti dalla vita quotidiana di ognuno e stupisce il ritrovarsi, da parte del lettore, in gesti, paure e desideri comuni. Su tutti il desiderio di piacere agli altri, fulcro della socialità. Il personaggio da ognuno di noi interpretato risulta dunque il veicolo per giungere agli altri, come Goffman scrive nel 1969: "nella nostra società il personaggio che uno rappresenta e il proprio sé sono in un certo modo identificati e il sé, in quanto personaggio, è in genere visto come qualcosa che alberga nel corpo di colui che lo possiede" (La vita quotidiana come rappresentazione, p. 288). È il personaggio rappresentato quindi che definisce gli attributi e i limiti sociali cui va soggetto l’individuo.

Il libro di Goffman è sicuramente molto attuale, il suo modo distaccato e ironico di definire la vita come un teatro e di raccontarne la diverse pièces permette al lettore di scoprire qualcosa di sé e del rapporto con gli altri. Ci si identifica nei racconti dei vari personaggi, nel loro tentativo di non farsi scoprire, di convincere il pubblico della proprio valore e autenticità. Grazie a questo saggio l’occhio critico del sociologo americano attraversa la nostra quotidianità, svelandone in modo comunque sempre garbato i segreti meccanismi che la guidano.

Modificato da cunningham
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