Questo è un messaggio popolare. Aeon [Élite] 1328 Inviato 11 Aprile Questo è un messaggio popolare. Inviato 11 Aprile Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all'originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c'era da vedere, che cosa abbiamo capito? Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo. A me è capitato nel 1953. Lì, a casa mia, ho visto una creatura che aveva la faccia di mio marito solo grazie a un sortilegio. Forse un matrimonio non si vede, un po' come quei giganteschi corpi celesti che sfuggono all'occhio umano: lo si può monitorare solo in base alla forza di gravità, all'attrazione che esercita su tutto ciò che lo circonda. Mi sembra di doverlo scrutare così, il matrimonio, con tutti i suoi fatti nascosti, le parti segrete, perché finalmente si riveli, lontano, ruotando come una stella oscura. Metto su carta/schermo le impressioni e le sensazioni vissute a seguito di un tradimento dopo una relazione di tre anni. Un piccolo acquerello di luci e ombre per mettere ordine a fresco tra i pensieri, magari pensando che un giorno potranno essere di conforto ad altri, persi nel dedalo di emozioni che non riescono a comprendere o a gestire, e che soprattutto nei primi giorni possono portare al fondo di un lugubre baratro estremamente difficile da scalare. D'altronde questo luogo mi sta a cuore, e mi ha aiutato in passato. E' giusto restituire con la preziosa valuta dell'esperienza vissuta, se possibile. Premessa all'orrore: lavoriamo insieme in un'attività a contatto con il pubblico. Sono il suo responsabile. L'ho introdotta nel luogo di lavoro che per me è una seconda casa; una realtà con radici estremamente solide che ho contribuito a costruire attivamente con fatica e lavoro quotidiano, e fuori dalla quale regna il deserto assoluto di un settore in cui mi sono trovato a vagare per più di dieci anni, prima di cogliere questa occasione e costruire qualcosa di davvero concreto. Un'oasi. L'ho fatta entrare in casa. Le ho fatto avere un ottimo stipendio e un minimo di sicurezza, aiutandola ad allontanarsi da una precedente situazione lavorativa colma di delusioni e in cui non si trovava più a suo agio. Ritratto dell'orrore: fast forward tre anni di relazione dopo. Weekend di Pasqua. Sabato pomeriggio sono da lei, a casa sua. Tempio di alcuni di quei pochi momenti in cui la vita diventa davvero importante. Qui, in un tranquillo pomeriggio di Aprile, scopro che si sente e si vede da mesi con un'altra persona che frequenta il luogo dove lavoriamo. Scopro bugie, concetti e parole vuote utilizzate a lungo, da tempo indicibile. Scopro un corpo estraneo accanto al mio. Scopro la putredine attaccata al rivestimento della memoria. Scopro tutto autonomamente, e non per qualche tipo di confessione di sorta. Niente. Non un accenno. I soliti occhi azzurri mi guardano e mi sorridono mentre prepariamo la cena, mentre rifacciamo il letto. Mentre mi augura la buonanotte. Lei non sa che io so. Non lo sospetta nemmeno. E qui inizia il primo viaggio nel Purgatorio. Perché chi ha interagito anche per poco con una donna sa perfettamente che non si può rivelare qualcosa del genere se non mettendola a nudo davanti al fatto compiuto. La logica necessita di pazienza, ed è amica del tempo. Ma la logica deve scendere a patti con l'emotività. Hic et nunc. Vorresti tirar fuori tutto, ma non puoi permettertelo, perché sai che perderai una partita truccata in partenza. Passiamo insieme tutto il weekend di Pasqua e pasquetta. Sabato, domenica, lunedì, martedì mattina. Con lei, con amici, da soli in giro, mano nella mano. A mangiare carne, a ridere davanti ad un camino, a girare per negozi, ad aprire l'uovo che le avevo comprato, a parlare di suo padre morto da poco, evento dal quale stavo cercando di distrarla come farebbe senza nemmeno pensarci una persona a noi cara, e dopo esserle stata accanto al funerale, una settimana prima. Lei, ignara, impassibile. Io, un guscio vuoto che ride, che scherza, che tocca la pelle estranea del clone di una persona che ha frequentato scegliendola per più di mille giorni; che ci dorme accanto; che accoglie la sua testa sul proprio petto nel letto mentre si addormenta con indosso il pigiama della Disney; che sa come, durante la pausa dal lavoro nella settimana dopo la morte del padre, si vedeva con l'altro. Vacanza. Niente lavoro, solo tempo speso insieme a lei. Con questa e tanta altra mole di conoscenza dell'orrore. 3 giorni. Settantadue ore. E' impossibile descrivere a parole la sensazione che si prova a qualcuno che non l'ha mai provata. Ma faccio un tentativo. Ripensando ora a quei giorni, a quei momenti, mi viene in mente solo la lettera che un marinaio genovese del '500, catturato dai pirati ottomani e portato ad Algeri nelle galere del sultano, scrive al fratello: Carissimo fratello, la presente facio per avvisare come sono pervenuto al re de Argero e sono nel bagno di questo re. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. E chi è stato a Argero lo sa come stanno gli schiavi del re. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Vendi e impegna quanto io tengo e mia moglie impegni la sua dotta per cercare di cavarmi da questa cattiveria. Dio ti dia la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Dio ti da la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. E' tutto qui. Una voragine si apre all'interno dello stomaco. Esce fuori tutto. Ogni sentimento, ogni sensazione, emozione, speranza, convinzione, fiducia. Entra un chiodo nella testa, e non puoi sfilarlo, in nessun modo. Sangue al cuore, al cervello. Il corpo inizia a muoversi, senza una meta. Cibo e sonno passano momentaneamente in secondo piano, con momentaneamente inteso come intervallo di tempo indeterminato che non è dato in alcun modo conoscere. Bevi, sistemi la cucina, pisci dieci volte di seguito in un'ora solo per provare a dare un senso al costante vagabondare per casa determinato dal turbinio degli eventi a cui non riesci a dare una spiegazione, un senso o un volto. Ti assale un pensiero fisso, indiscindibile dal tuo cervello, dalla tua identità, che ti accompagna in ogni momento della giornata. In una solitudine totale. Senza una bussola, senza il Nord. Il più buio dei cieli senza stelle. E mentre sei travolto da tutto questo, ti relazioni con lei. Come ogni giorno, come se nulla fosse. Senza poter lasciar trapelare i continui conati causati dal puzzo di cadavere decomposto che lentamente inizia ad aleggiare e ad avvolgere tutto: ricordi, posti, stanze, frasi, momenti, sorrisi. Ti senti come il soffitto di un edificio bombardato. Passati quei tre giorni di penitenza torno a lavoro, con una psoriasi che sta letteralmente divorando la mia pelle per lo stress del vissuto. Provo a capire se riesco ad attendere oltre, c'è il lavoro di mezzo. C'è quello che mi sono costruito, che non posso rischiare di mandare a puttane. Ma sono umano. Ammetto a me stesso di non farcela. Ho già ampiamente passato il punto di non ritorno. Medito quanto mi è possibile, e cerco l'occasione. La trovo qualche giorno dopo. Gestisco bene la logistica, e complice qualche piccolo colpo di "fortuna", li becco al pub, mentre si baciano. Io, dovevo essere ad allenarmi. Un film. Niente scenate di sorta. Da parte mia un saluto, uno sguardo, la restituzione di qualche effetto personale, e l'augurio di proseguire la bella serata, prima di ricordarle che ci vedremo la mattina dopo a lavoro e di uscire dalla stessa porta da cui sono entrato un minuto prima. Algido come un universo morto. Lei esce, mi chiama, mi insegue, cerca di toccarmi, di stringermi. Mai udita una tale sequela di ti prego, di ho sbagliato, di altre parole vuote a caso. Sconvolta. Me la scrollo di dosso e vado via. Mi chiama di notte, mi scrive. Sono una cogliona. Non merito nulla. Ti prego. So che persona sei e so che non voglio perderti. Lì per lì, la stessa sensazione che immagino si provi ad essere un dio. La nona di Beethoven in cuffia, l'aria della sera sul viso, le braccia che si aprono ad accogliere la brezza della liberazione, del punto alla fine di una frase scritta male. Da fuori, il ritratto della leggerezza. Dentro, la morte di tutto. Tutto. Quando torni a casa e ti stendi sul letto per dormire, è lì che arriva il colpo. Realizzi, e ripensi. Ripensi al fatto che non sei un dio. Che la soddisfazione e l'euforia che hai appena provato sono solamente un surrogato di un'allegria malinconica che non potrà mai restituirti tutto ciò che hai appena perso. Non sei un dio. Sei semplicemente una persona che ha giocato una mano, e ha perso. Che pensava, sbagliando, di avere buone carte. Razionalizzi colpe, responsabilità. Ma non c'è un perché. E' successo. E non puoi farci un cazzo. Il prima non tornerà mai più. E non puoi farci un cazzo. Parte il day after. E qui inizia il secondo tour nel Purgatorio, senza guida. Quello che non ti aspettavi, e che ti rimane sotto pelle se possibile ancor più del primo, ma in un modo diabolicamente più subdolo e perverso. Perché nulla, nulla può prepararti alla sensazione di avere davanti a te la persona che hai amato che singhiozzando piange disperata, che non mangia e non dorme, che prova a riavvicinarsi a te sfiorando la stessa pelle che accarezzava, che baciava -la tua pelle-, e sapere che pur provando ancora sentimenti per lei, pur sentendo una flebile voce dal fondo dell'abisso che vorrebbe sussurrarle parole e profondere gesti di conforto, sei e sarai sempre schiavo della più cieca impotenza dettata dal disgusto di sapere quanto sia diversa la persona che hai davanti da quella che hai scelto di avere accanto per anni. Il prima è morto. E non tornerà mai più. La prima sensazione che vivo nella mia vita che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. L'inferno in terra. Il mio viaggio di espiazione continua. Non sono di certo un santo, ma ho la fortuna di aver vissuto l'orrore da individuo già formato e un minimo centrato, il che aiuta a limitare i danni. Non so cosa sarebbe stato di me se tutto questo fosse accaduto dieci/quindici anni fa, quando la disillusione era ancora un concetto estremamente vago nella mia esistenza. Nel frattempo, le notifiche del telefono e i singhiozzi continuano a bussare con insistenza alla porta del vecchio me. Ma non abita più qui. BlackSabo, Gianilo, Noncisofare e 13 altri ha reagito a questo 3 12 1
Marco73 [Partecipante] 135 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 11 ore fa, Aeon ha scritto: Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all'originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c'era da vedere, che cosa abbiamo capito? Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo. A me è capitato nel 1953. Lì, a casa mia, ho visto una creatura che aveva la faccia di mio marito solo grazie a un sortilegio. Forse un matrimonio non si vede, un po' come quei giganteschi corpi celesti che sfuggono all'occhio umano: lo si può monitorare solo in base alla forza di gravità, all'attrazione che esercita su tutto ciò che lo circonda. Mi sembra di doverlo scrutare così, il matrimonio, con tutti i suoi fatti nascosti, le parti segrete, perché finalmente si riveli, lontano, ruotando come una stella oscura. Metto su carta/schermo le impressioni e le sensazioni vissute a seguito di un tradimento dopo una relazione di tre anni. Un piccolo acquerello di luci e ombre per mettere ordine a fresco tra i pensieri, magari pensando che un giorno potranno essere di conforto ad altri, persi nel dedalo di emozioni che non riescono a comprendere o a gestire, e che soprattutto nei primi giorni possono portare al fondo di un lugubre baratro estremamente difficile da scalare. D'altronde questo luogo mi sta a cuore, e mi ha aiutato in passato. E' giusto restituire con la preziosa valuta dell'esperienza vissuta, se possibile. Premessa all'orrore: lavoriamo insieme in un'attività a contatto con il pubblico. Sono il suo responsabile. L'ho introdotta nel luogo di lavoro che per me è una seconda casa; una realtà con radici estremamente solide che ho contribuito a costruire attivamente con fatica e lavoro quotidiano, e fuori dalla quale regna il deserto assoluto di un settore in cui mi sono trovato a vagare per più di dieci anni, prima di cogliere questa occasione e costruire qualcosa di davvero concreto. Un'oasi. L'ho fatta entrare in casa. Le ho fatto avere un ottimo stipendio e un minimo di sicurezza, aiutandola ad allontanarsi da una precedente situazione lavorativa colma di delusioni e in cui non si trovava più a suo agio. Ritratto dell'orrore: fast forward tre anni di relazione dopo. Weekend di Pasqua. Sabato pomeriggio sono da lei, a casa sua. Tempio di alcuni di quei pochi momenti in cui la vita diventa davvero importante. Qui, in un tranquillo pomeriggio di Aprile, scopro che si sente e si vede da mesi con un'altra persona che frequenta il luogo dove lavoriamo. Scopro bugie, concetti e parole vuote utilizzate a lungo, da tempo indicibile. Scopro un corpo estraneo accanto al mio. Scopro la putredine attaccata al rivestimento della memoria. Scopro tutto autonomamente, e non per qualche tipo di confessione di sorta. Niente. Non un accenno. I soliti occhi azzurri mi guardano e mi sorridono mentre prepariamo la cena, mentre rifacciamo il letto. Mentre mi augura la buonanotte. Lei non sa che io so. Non lo sospetta nemmeno. E qui inizia il primo viaggio nel Purgatorio. Perché chi ha interagito anche per poco con una donna sa perfettamente che non si può rivelare qualcosa del genere se non mettendola a nudo davanti al fatto compiuto. La logica necessita di pazienza, ed è amica del tempo. Ma la logica deve scendere a patti con l'emotività. Hic et nunc. Vorresti tirar fuori tutto, ma non puoi permettertelo, perché sai che perderai una partita truccata in partenza. Passiamo insieme tutto il weekend di Pasqua e pasquetta. Sabato, domenica, lunedì, martedì mattina. Con lei, con amici, da soli in giro, mano nella mano. A mangiare carne, a ridere davanti ad un camino, a girare per negozi, ad aprire l'uovo che le avevo comprato, a parlare di suo padre morto da poco, evento dal quale stavo cercando di distrarla come farebbe senza nemmeno pensarci una persona a noi cara, e dopo esserle stata accanto al funerale, una settimana prima. Lei, ignara, impassibile. Io, un guscio vuoto che ride, che scherza, che tocca la pelle estranea del clone di una persona che ha frequentato scegliendola per più di mille giorni; che ci dorme accanto; che accoglie la sua testa sul proprio petto nel letto mentre si addormenta con indosso il pigiama della Disney; che sa come, durante la pausa dal lavoro nella settimana dopo la morte del padre, si vedeva con l'altro. Vacanza. Niente lavoro, solo tempo speso insieme a lei. Con questa e tanta altra mole di conoscenza dell'orrore. 3 giorni. Settantadue ore. E' impossibile descrivere a parole la sensazione che si prova a qualcuno che non l'ha mai provata. Ma faccio un tentativo. Ripensando ora a quei giorni, a quei momenti, mi viene in mente solo la lettera che un marinaio genovese del '500, catturato dai pirati ottomani e portato ad Algeri nelle galere del sultano, scrive al fratello: Carissimo fratello, la presente facio per avvisare come sono pervenuto al re de Argero e sono nel bagno di questo re. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. E chi è stato a Argero lo sa come stanno gli schiavi del re. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Vendi e impegna quanto io tengo e mia moglie impegni la sua dotta per cercare di cavarmi da questa cattiveria. Dio ti dia la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Dio ti da la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. E' tutto qui. Una voragine si apre all'interno dello stomaco. Esce fuori tutto. Ogni sentimento, ogni sensazione, emozione, speranza, convinzione, fiducia. Entra un chiodo nella testa, e non puoi sfilarlo, in nessun modo. Sangue al cuore, al cervello. Il corpo inizia a muoversi, senza una meta. Cibo e sonno passano momentaneamente in secondo piano, con momentaneamente inteso come intervallo di tempo indeterminato che non è dato in alcun modo conoscere. Bevi, sistemi la cucina, pisci dieci volte di seguito in un'ora solo per provare a dare un senso al costante vagabondare per casa determinato dal turbinio degli eventi a cui non riesci a dare una spiegazione, un senso o un volto. Ti assale un pensiero fisso, indiscindibile dal tuo cervello, dalla tua identità, che ti accompagna in ogni momento della giornata. In una solitudine totale. Senza una bussola, senza il Nord. Il più buio dei cieli senza stelle. E mentre sei travolto da tutto questo, ti relazioni con lei. Come ogni giorno, come se nulla fosse. Senza poter lasciar trapelare i continui conati causati dal puzzo di cadavere decomposto che lentamente inizia ad aleggiare e ad avvolgere tutto: ricordi, posti, stanze, frasi, momenti, sorrisi. Ti senti come il soffitto di un edificio bombardato. Passati quei tre giorni di penitenza torno a lavoro, con una psoriasi che sta letteralmente divorando la mia pelle per lo stress del vissuto. Provo a capire se riesco ad attendere oltre, c'è il lavoro di mezzo. C'è quello che mi sono costruito, che non posso rischiare di mandare a puttane. Ma sono umano. Ammetto a me stesso di non farcela. Ho già ampiamente passato il punto di non ritorno. Medito quanto mi è possibile, e cerco l'occasione. La trovo qualche giorno dopo. Gestisco bene la logistica, e complice qualche piccolo colpo di "fortuna", li becco al pub, mentre si baciano. Io, dovevo essere ad allenarmi. Un film. Niente scenate di sorta. Da parte mia un saluto, uno sguardo, la restituzione di qualche effetto personale, e l'augurio di proseguire la bella serata, prima di ricordarle che ci vedremo la mattina dopo a lavoro e di uscire dalla stessa porta da cui sono entrato un minuto prima. Algido come un universo morto. Lei esce, mi chiama, mi insegue, cerca di toccarmi, di stringermi. Mai udita una tale sequela di ti prego, di ho sbagliato, di altre parole vuote a caso. Sconvolta. Me la scrollo di dosso e vado via. Mi chiama di notte, mi scrive. Sono una cogliona. Non merito nulla. Ti prego. So che persona sei e so che non voglio perderti. Lì per lì, la stessa sensazione che immagino si provi ad essere un dio. La nona di Beethoven in cuffia, l'aria della sera sul viso, le braccia che si aprono ad accogliere la brezza della liberazione, del punto alla fine di una frase scritta male. Da fuori, il ritratto della leggerezza. Dentro, la morte di tutto. Tutto. Quando torni a casa e ti stendi sul letto per dormire, è lì che arriva il colpo. Realizzi, e ripensi. Ripensi al fatto che non sei un dio. Che la soddisfazione e l'euforia che hai appena provato sono solamente un surrogato di un'allegria malinconica che non potrà mai restituirti tutto ciò che hai appena perso. Non sei un dio. Sei semplicemente una persona che ha giocato una mano, e ha perso. Che pensava, sbagliando, di avere buone carte. Razionalizzi colpe, responsabilità. Ma non c'è un perché. E' successo. E non puoi farci un cazzo. Il prima non tornerà mai più. E non puoi farci un cazzo. Parte il day after. E qui inizia il secondo tour nel Purgatorio, senza guida. Quello che non ti aspettavi, e che ti rimane sotto pelle se possibile ancor più del primo, ma in un modo diabolicamente più subdolo e perverso. Perché nulla, nulla può prepararti alla sensazione di avere davanti a te la persona che hai amato che singhiozzando piange disperata, che non mangia e non dorme, che prova a riavvicinarsi a te sfiorando la stessa pelle che accarezzava, che baciava -la tua pelle-, e sapere che pur provando ancora sentimenti per lei, pur sentendo una flebile voce dal fondo dell'abisso che vorrebbe sussurrarle parole e profondere gesti di conforto, sei e sarai sempre schiavo della più cieca impotenza dettata dal disgusto di sapere quanto sia diversa la persona che hai davanti da quella che hai scelto di avere accanto per anni. Il prima è morto. E non tornerà mai più. La prima sensazione che vivo nella mia vita che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. L'inferno in terra. Il mio viaggio di espiazione continua. Non sono di certo un santo, ma ho la fortuna di aver vissuto l'orrore da individuo già formato e un minimo centrato, il che aiuta a limitare i danni. Non so cosa sarebbe stato di me se tutto questo fosse accaduto dieci/quindici anni fa, quando la disillusione era ancora un concetto estremamente vago nella mia esistenza. Nel frattempo, le notifiche del telefono e i singhiozzi continuano a bussare con insistenza alla porta del vecchio me. Ma non abita più qui. Amico mio capisco il Tuo dolore e come ci si sente, anch'io come te da poco ho scoperto che mi tradiva dopo una relazione di due anni in cui mi ha asfissiato di amore e presenza, stalkerizzato e detto ti amo 10 volte al giorno e fino a venti giorni fa mentre me la scopavo , voleva pure essere sposata e avere un figlio pensa un po'. Sai cosa mi dà piu fastidio che in questi due anni era lei che mi stava sotto e correva dietro e diciamo quella più presa e che il suo è un modus operandi , una manipolatrice e predatrice seriale e quindi era tutta una farsa , perché non si può passare dal ti amo e scoprire che hai un'altro e scoprire che l'altro è un professionista affermato e benestante e anche brutto. Fa male lo so , la mia autostima un po' ne ha risentito ma sono sicuro che mi riprenderò in fretta perché ho capito i suoi meccanismi , quello che ha fatto a me l'ha fatto al suo ex marito in ugual modo e mentre stava con il marito ho scoperto che lo cornificava da anni , è una disturbata predatrice ninfomane , aveva scelto me perché sono una persona solida e con uno stato sociale buono ma è passato un treno più lussuoso e c'è salito sopra senza farsi scrupoli, ma anche quest'altro farà la stessa fine ne sono certo. Dimentichiamo e andiamo avanti. DatFreeman ha reagito a questo 1
robert111 [Élite] 826 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 11 ore fa, Aeon ha scritto: Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all'originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c'era da vedere, che cosa abbiamo capito? Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo. A me è capitato nel 1953. Lì, a casa mia, ho visto una creatura che aveva la faccia di mio marito solo grazie a un sortilegio. Forse un matrimonio non si vede, un po' come quei giganteschi corpi celesti che sfuggono all'occhio umano: lo si può monitorare solo in base alla forza di gravità, all'attrazione che esercita su tutto ciò che lo circonda. Mi sembra di doverlo scrutare così, il matrimonio, con tutti i suoi fatti nascosti, le parti segrete, perché finalmente si riveli, lontano, ruotando come una stella oscura. Metto su carta/schermo le impressioni e le sensazioni vissute a seguito di un tradimento dopo una relazione di tre anni. Un piccolo acquerello di luci e ombre per mettere ordine a fresco tra i pensieri, magari pensando che un giorno potranno essere di conforto ad altri, persi nel dedalo di emozioni che non riescono a comprendere o a gestire, e che soprattutto nei primi giorni possono portare al fondo di un lugubre baratro estremamente difficile da scalare. D'altronde questo luogo mi sta a cuore, e mi ha aiutato in passato. E' giusto restituire con la preziosa valuta dell'esperienza vissuta, se possibile. Premessa all'orrore: lavoriamo insieme in un'attività a contatto con il pubblico. Sono il suo responsabile. L'ho introdotta nel luogo di lavoro che per me è una seconda casa; una realtà con radici estremamente solide che ho contribuito a costruire attivamente con fatica e lavoro quotidiano, e fuori dalla quale regna il deserto assoluto di un settore in cui mi sono trovato a vagare per più di dieci anni, prima di cogliere questa occasione e costruire qualcosa di davvero concreto. Un'oasi. L'ho fatta entrare in casa. Le ho fatto avere un ottimo stipendio e un minimo di sicurezza, aiutandola ad allontanarsi da una precedente situazione lavorativa colma di delusioni e in cui non si trovava più a suo agio. Ritratto dell'orrore: fast forward tre anni di relazione dopo. Weekend di Pasqua. Sabato pomeriggio sono da lei, a casa sua. Tempio di alcuni di quei pochi momenti in cui la vita diventa davvero importante. Qui, in un tranquillo pomeriggio di Aprile, scopro che si sente e si vede da mesi con un'altra persona che frequenta il luogo dove lavoriamo. Scopro bugie, concetti e parole vuote utilizzate a lungo, da tempo indicibile. Scopro un corpo estraneo accanto al mio. Scopro la putredine attaccata al rivestimento della memoria. Scopro tutto autonomamente, e non per qualche tipo di confessione di sorta. Niente. Non un accenno. I soliti occhi azzurri mi guardano e mi sorridono mentre prepariamo la cena, mentre rifacciamo il letto. Mentre mi augura la buonanotte. Lei non sa che io so. Non lo sospetta nemmeno. E qui inizia il primo viaggio nel Purgatorio. Perché chi ha interagito anche per poco con una donna sa perfettamente che non si può rivelare qualcosa del genere se non mettendola a nudo davanti al fatto compiuto. La logica necessita di pazienza, ed è amica del tempo. Ma la logica deve scendere a patti con l'emotività. Hic et nunc. Vorresti tirar fuori tutto, ma non puoi permettertelo, perché sai che perderai una partita truccata in partenza. Passiamo insieme tutto il weekend di Pasqua e pasquetta. Sabato, domenica, lunedì, martedì mattina. Con lei, con amici, da soli in giro, mano nella mano. A mangiare carne, a ridere davanti ad un camino, a girare per negozi, ad aprire l'uovo che le avevo comprato, a parlare di suo padre morto da poco, evento dal quale stavo cercando di distrarla come farebbe senza nemmeno pensarci una persona a noi cara, e dopo esserle stata accanto al funerale, una settimana prima. Lei, ignara, impassibile. Io, un guscio vuoto che ride, che scherza, che tocca la pelle estranea del clone di una persona che ha frequentato scegliendola per più di mille giorni; che ci dorme accanto; che accoglie la sua testa sul proprio petto nel letto mentre si addormenta con indosso il pigiama della Disney; che sa come, durante la pausa dal lavoro nella settimana dopo la morte del padre, si vedeva con l'altro. Vacanza. Niente lavoro, solo tempo speso insieme a lei. Con questa e tanta altra mole di conoscenza dell'orrore. 3 giorni. Settantadue ore. E' impossibile descrivere a parole la sensazione che si prova a qualcuno che non l'ha mai provata. Ma faccio un tentativo. Ripensando ora a quei giorni, a quei momenti, mi viene in mente solo la lettera che un marinaio genovese del '500, catturato dai pirati ottomani e portato ad Algeri nelle galere del sultano, scrive al fratello: Carissimo fratello, la presente facio per avvisare come sono pervenuto al re de Argero e sono nel bagno di questo re. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. E chi è stato a Argero lo sa come stanno gli schiavi del re. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Vendi e impegna quanto io tengo e mia moglie impegni la sua dotta per cercare di cavarmi da questa cattiveria. Dio ti dia la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Dio ti da la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. E' tutto qui. Una voragine si apre all'interno dello stomaco. Esce fuori tutto. Ogni sentimento, ogni sensazione, emozione, speranza, convinzione, fiducia. Entra un chiodo nella testa, e non puoi sfilarlo, in nessun modo. Sangue al cuore, al cervello. Il corpo inizia a muoversi, senza una meta. Cibo e sonno passano momentaneamente in secondo piano, con momentaneamente inteso come intervallo di tempo indeterminato che non è dato in alcun modo conoscere. Bevi, sistemi la cucina, pisci dieci volte di seguito in un'ora solo per provare a dare un senso al costante vagabondare per casa determinato dal turbinio degli eventi a cui non riesci a dare una spiegazione, un senso o un volto. Ti assale un pensiero fisso, indiscindibile dal tuo cervello, dalla tua identità, che ti accompagna in ogni momento della giornata. In una solitudine totale. Senza una bussola, senza il Nord. Il più buio dei cieli senza stelle. E mentre sei travolto da tutto questo, ti relazioni con lei. Come ogni giorno, come se nulla fosse. Senza poter lasciar trapelare i continui conati causati dal puzzo di cadavere decomposto che lentamente inizia ad aleggiare e ad avvolgere tutto: ricordi, posti, stanze, frasi, momenti, sorrisi. Ti senti come il soffitto di un edificio bombardato. Passati quei tre giorni di penitenza torno a lavoro, con una psoriasi che sta letteralmente divorando la mia pelle per lo stress del vissuto. Provo a capire se riesco ad attendere oltre, c'è il lavoro di mezzo. C'è quello che mi sono costruito, che non posso rischiare di mandare a puttane. Ma sono umano. Ammetto a me stesso di non farcela. Ho già ampiamente passato il punto di non ritorno. Medito quanto mi è possibile, e cerco l'occasione. La trovo qualche giorno dopo. Gestisco bene la logistica, e complice qualche piccolo colpo di "fortuna", li becco al pub, mentre si baciano. Io, dovevo essere ad allenarmi. Un film. Niente scenate di sorta. Da parte mia un saluto, uno sguardo, la restituzione di qualche effetto personale, e l'augurio di proseguire la bella serata, prima di ricordarle che ci vedremo la mattina dopo a lavoro e di uscire dalla stessa porta da cui sono entrato un minuto prima. Algido come un universo morto. Lei esce, mi chiama, mi insegue, cerca di toccarmi, di stringermi. Mai udita una tale sequela di ti prego, di ho sbagliato, di altre parole vuote a caso. Sconvolta. Me la scrollo di dosso e vado via. Mi chiama di notte, mi scrive. Sono una cogliona. Non merito nulla. Ti prego. So che persona sei e so che non voglio perderti. Lì per lì, la stessa sensazione che immagino si provi ad essere un dio. La nona di Beethoven in cuffia, l'aria della sera sul viso, le braccia che si aprono ad accogliere la brezza della liberazione, del punto alla fine di una frase scritta male. Da fuori, il ritratto della leggerezza. Dentro, la morte di tutto. Tutto. Quando torni a casa e ti stendi sul letto per dormire, è lì che arriva il colpo. Realizzi, e ripensi. Ripensi al fatto che non sei un dio. Che la soddisfazione e l'euforia che hai appena provato sono solamente un surrogato di un'allegria malinconica che non potrà mai restituirti tutto ciò che hai appena perso. Non sei un dio. Sei semplicemente una persona che ha giocato una mano, e ha perso. Che pensava, sbagliando, di avere buone carte. Razionalizzi colpe, responsabilità. Ma non c'è un perché. E' successo. E non puoi farci un cazzo. Il prima non tornerà mai più. E non puoi farci un cazzo. Parte il day after. E qui inizia il secondo tour nel Purgatorio, senza guida. Quello che non ti aspettavi, e che ti rimane sotto pelle se possibile ancor più del primo, ma in un modo diabolicamente più subdolo e perverso. Perché nulla, nulla può prepararti alla sensazione di avere davanti a te la persona che hai amato che singhiozzando piange disperata, che non mangia e non dorme, che prova a riavvicinarsi a te sfiorando la stessa pelle che accarezzava, che baciava -la tua pelle-, e sapere che pur provando ancora sentimenti per lei, pur sentendo una flebile voce dal fondo dell'abisso che vorrebbe sussurrarle parole e profondere gesti di conforto, sei e sarai sempre schiavo della più cieca impotenza dettata dal disgusto di sapere quanto sia diversa la persona che hai davanti da quella che hai scelto di avere accanto per anni. Il prima è morto. E non tornerà mai più. La prima sensazione che vivo nella mia vita che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. L'inferno in terra. Il mio viaggio di espiazione continua. Non sono di certo un santo, ma ho la fortuna di aver vissuto l'orrore da individuo già formato e un minimo centrato, il che aiuta a limitare i danni. Non so cosa sarebbe stato di me se tutto questo fosse accaduto dieci/quindici anni fa, quando la disillusione era ancora un concetto estremamente vago nella mia esistenza. Nel frattempo, le notifiche del telefono e i singhiozzi continuano a bussare con insistenza alla porta del vecchio me. Ma non abita più qui. 12 minuti fa, Marco73 ha scritto: Amico mio capisco il Tuo dolore e come ci si sente, anch'io come te da poco ho scoperto che mi tradiva dopo una relazione di due anni in cui mi ha asfissiato di amore e presenza, stalkerizzato e detto ti amo 10 volte al giorno e fino a venti giorni fa mentre me la scopavo , voleva pure essere sposata e avere un figlio pensa un po'. Sai cosa mi dà piu fastidio che in questi due anni era lei che mi stava sotto e correva dietro e diciamo quella più presa e che il suo è un modus operandi , una manipolatrice e predatrice seriale e quindi era tutta una farsa , perché non si può passare dal ti amo e scoprire che hai un'altro e scoprire che l'altro è un professionista affermato e benestante e anche brutto. Fa male lo so , la mia autostima un po' ne ha risentito ma sono sicuro che mi riprenderò in fretta perché ho capito i suoi meccanismi , quello che ha fatto a me l'ha fatto al suo ex marito in ugual modo e mentre stava con il marito ho scoperto che lo cornificava da anni , è una disturbata predatrice ninfomane , aveva scelto me perché sono una persona solida e con uno stato sociale buono ma è passato un treno più lussuoso e c'è salito sopra senza farsi scrupoli, ma anche quest'altro farà la stessa fine ne sono certo. Dimentichiamo e andiamo avanti. Niente di nuovo. Ci sono passato anch'io, con la mia ex moglie. Ma grazie per aver scritto. Perché dobbiamo sempre ricordarcelo bene: "PRIMA O POI DEVONO VARIARE PARTNER" Questa frase scriviamocela in un angolo della nostra mente o del nostro cuore. In un posto ben visibile, che sappiamo di poter leggerlo e notarlo sempre, anche varie volte al giorno, anche solo con una rapida occhiata. In generale, non lo fanno perché sono cattive o psicopatiche. Quando dicono: "Sono stata una stupida, ho sbagliato, ti prego, non voglio perderti...", sono pure sincere, nel senso che provano ancora davvero quell'attaccamento. Ma è la loro pancia che detta il passo. Con te hanno già dato. Adesso devono trovare un partner che sia diverso da te e potenzialmente con caratteristiche migliori di te, per poter aumentare la possibilità del futuro bambino di cavarsela al meglio possibile nella sua vita futura. "LO SCOPO DELLE RELAZIONI È IL BAMBINO" Altro concetto da tenere sempre ben presente. Non è avere la bella storia d'amore, i bei momenti, i sentimenti, le sensazioni, gli occhi a cuoricino, il sesso magnifico. Tutta questa piacevole"roba" serve alla natura per far mettere in relazione un uomo e una donna, al solo scopo di mettere al mondo una progenie sempre migliore, più adatta alla sopravvivenza. Che poi ne derivi una mattanza, a lei - sia a lei natura, sia a lei donna - non gliene frega un cazzo. È solo la biologia che chiama, che deve fare il proprio dovere. Non che ricordando o sapendo non soffriremo, perché ci capiterà ancora e ancora, e staremo sotto di nuovo, e di nuovo. Non è che possiamo diventare una lastra di acciaio inossidabile e inattaccabile. Ma ricordare, sapere, tenere ben presente, ci tiene in bussola. In bocca al lupo, a tutti noi. Wave721 e Giggi89 ha reagito a questo 2
Marco73 [Partecipante] 135 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 3 minuti fa, robert111 ha scritto: Niente di nuovo. Ci sono passato anch'io, con la mia ex moglie. Ma grazie per aver scritto. Perché dobbiamo sempre ricordarcelo bene: "PRIMA O POI DEVONO VARIARE PARTNER" Questa frase scriviamocela in un angolo della nostra mente o del nostro cuore. In un posto ben visibile, che sappiamo di poter leggerlo e notarlo sempre, anche varie volte al giorno, anche solo con una rapida occhiata. In generale, non lo fanno perché sono cattive o psicopatiche. Quando dicono: "Sono stata una stupida, ho sbagliato, ti prego, non voglio perderti...", sono pure sincere, nel senso che provano ancora davvero quell'attaccamento. Ma è la loro pancia che detta il passo. Con te hanno già dato. Adesso devono trovare un partner che sia diverso da te e potenzialmente con caratteristiche migliori di te, per poter aumentare la possibilità del futuro bambino di cavarsela al meglio possibile nella sua vita futura. "LO SCOPO DELLE RELAZIONI È IL BAMBINO" Altro concetto da tenere sempre ben presente. Non è avere la bella storia d'amore, i bei momenti, i sentimenti, le sensazioni, gli occhi a cuoricino, il sesso magnifico. Tutta questa piacevole"roba" serve alla natura per far mettere in relazione un uomo e una donna, al solo scopo di mettere al mondo una progenie sempre migliore, più adatta alla sopravvivenza. Che poi ne derivi una mattanza, a lei - sia a lei natura, sia a lei donna - non gliene frega un cazzo. È solo la biologia che chiama, che deve fare il proprio dovere. Non che ricordando o sapendo non soffriremo, perché ci capiterà ancora e ancora, e staremo sotto di nuovo, e di nuovo. Non è che possiamo diventare una lastra di acciaio inossidabile e inattaccabile. Ma ricordare, sapere, tenere ben presente, ci tiene in bussola. In bocca al lupo, a tutti noi. Significativo quello che hai scritto e con una logica diciamo così naturale , ma la tipa in questione ha già una figlia di 15 ed io uno di 18 , il suo mi sposi era certamente una garanzia per il futuro dato che io sono una persona solida al che io rispondevo con ironia dicendo..cosa non hai capito del tuo primo matrimonio?...ma al di là di questo che come dici Tu può avere una spiegazione naturale è il modus operandi che non va , non lasci un ramo se già non ne hai un'altro sotto, è questo che fa più male, l'inganno e la presa per il culo , la mia addirittura continuava a mettere cuori su Instagram e scriveva con la scusa di aver sbagliato , magari voleva essere pure assolta e pulirsi la coscienza per il senso di colpa perché lo sanno che hanno fatto una nefandezza.
robert111 [Élite] 826 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 3 minuti fa, Marco73 ha scritto: Significativo quello che hai scritto e con una logica diciamo così naturale , ma la tipa in questione ha già una figlia di 15 ed io uno di 18 , il suo mi sposi era certamente una garanzia per il futuro dato che io sono una persona solida al che io rispondevo con ironia dicendo..cosa non hai capito del tuo primo matrimonio? Il matrimonio è un'invenzione recente, non dovrebbe esistere perché non esistono in natura - né negli uomini né negli animali - relazioni monogame e soprattutto durature (fonte: "Il mito della monogamia", David P. Barash e Judith Eve Lipton). Le relazioni durano dai 3 mesi ad un massimo di 24/36 mesi, ovvero il periodo delle reazioni chimiche che chiamiamo innamoramento. 3 mesi è il tempo in cui si riesce ad avere una gravidanza, 24/36 quello per fare nascere e allevare il bambino, e farlo sopravvivere per almeno il primo anno di vita dopo i 9 mesi di gravidanza: 3+9+12/18 mesi. Anche se la tua "tipa in questione" ha già una figlia di 15 anni, sia che l'abbia avuta da un'altra relazione, sia che l'abbia avuta da te - inteso dallo stesso uomo con cui si trova ancora, dopo la prima figlia - mica la biologia si ferma. Ci sarà sempre la sua tendenza a variare e ad ottenere figli con caratteristiche sempre migliori con altri, anche se continua a rimanere in relazione con te e a fare altri figli con te, e anche se con quello che si scopa, mentre sta con te, usa gli anticoncezionali. Mica la natura sa che lei sta usando un anticoncezionale, con te o con l'altro. Procede imperterrita per la sua strada, fino a quando lei sarà fertile. Se non sei preparato, è un massacro. Se sei preparato, un po' meno. 19 minuti fa, Marco73 ha scritto: ma al di là di questo che come dici Tu può avere una spiegazione naturale è il modus operandi che non va , non lasci un ramo se già non ne hai un'altro sotto, è questo che fa più male, l'inganno e la presa per il culo , la mia addirittura continuava a mettere cuori su Instagram e scriveva con la scusa di aver sbagliato , magari voleva essere pure assolta e pulirsi la coscienza per il senso di colpa perché lo sanno che hanno fatto una nefandezza. Anche qui, non è lei, è la biologia a dettare il passo. Lei non si stacca da te, fino a quando non trova l'altro ramo, perché nel frattempo non deve rimanere senza appoggio/protezione nella corsa in cui lei stessa è biologicamente schiava: quella di avere un figlio con caratteristiche sempre migliori, che ottiene solo variando. Mica può rimanere senza un nuovo appoggio/protezione nella sua corsa biologica. Ma questo non è un ragionamento che lei si fa razionalmente, e in generale non lo fa con un calcolo in cui è insita cattiveria nei tuoi confronti. Lei obbedisce solo allo scopo per cui vive: fare figli con caratteristiche sempre migliori, variando partner. Quindi è inutile coccolarsi dicendo a sé stessi: "Però che stronza che è stata, mi ha preso per il culo, poteva lasciare me se non le piacevo più, e poi, quando avrebbe trovato un altro, avere una relazione con quell'altro, in maniera corretta e pulita". Ma è come incazzarsi perché quando piove, ti bagni. Deve piovere. Punto. Se non hai l'ombrello - leggi "se non sei preparato" - ti inzuppi, stai male, soffri, ti lagni, ti fai mille ragionamenti sul perché è stato ingiusto. Ma anche se c'hai l'ombrello, ti becchi comunque l'umidità, l'aumento del traffico e tutti gli svantaggi vari.
Marco73 [Partecipante] 135 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 10 minuti fa, robert111 ha scritto: Il matrimonio è un'invenzione recente, non dovrebbe esistere perché non esistono in natura - né negli uomini né negli animali - relazioni monogame e soprattutto durature (fonte: "Il mito della monogamia", David P. Barash e Judith Eve Lipton). Le relazioni durano dai 3 mesi ad un massimo di 24/36 mesi, ovvero il periodo delle reazioni chimiche che chiamiamo innamoramento. 3 mesi è il tempo in cui si riesce ad avere una gravidanza, 24/36 quello per fare nascere e allevare il bambino, e farlo sopravvivere per almeno il primo anno di vita dopo i 9 mesi di gravidanza: 3+9+12/18 mesi. Anche se la tua "tipa in questione" ha già una figlia di 15 anni, sia che l'abbia avuta da un'altra relazione, sia che l'abbia avuta da te - inteso dallo stesso uomo con cui si trova ancora, dopo la prima figlia - mica la biologia si ferma. Ci sarà sempre la sua tendenza a variare e ad ottenere figli con caratteristiche sempre migliori con altri, anche se continua a rimanere in relazione con te e a fare altri figli con te, e anche se con quello che si scopa, mentre sta con te, usa gli anticoncezionali. Mica la natura sa che lei sta usando un anticoncezionale, con te o con l'altro. Procede imperterrita per la sua strada, fino a quando lei sarà fertile. Se non sei preparato, è un massacro. Se sei preparato, un po' meno. Anche qui, non è lei, è la biologia a dettare il passo. Lei non si stacca da te, fino a quando non trova l'altro ramo, perché nel frattempo non deve rimanere senza appoggio/protezione nella corsa in cui lei stessa è biologicamente schiava: quella di avere un figlio con caratteristiche sempre migliori, che ottiene solo variando. Mica può rimanere senza un nuovo appoggio/protezione nella sua corsa biologica. Ma questo non è un ragionamento che lei si fa razionalmente, e in generale non lo fa con un calcolo in cui è insita cattiveria nei tuoi confronti. Lei obbedisce solo allo scopo per cui vive: fare figli con caratteristiche sempre migliori, variando partner. Quindi è inutile coccolarsi dicendo a sé stessi: "Però che stronza che è stata, mi ha preso per il culo, poteva lasciare me se non le piacevo più, e poi, quando avrebbe trovato un altro, avere una relazione con quell'altro, in maniera corretta e pulita". Ma è come incazzarsi perché quando piove, ti bagni. Deve piovere. Punto. Se non hai l'ombrello - leggi "se non sei preparato" - ti inzuppi, stai male, soffri, ti lagni, ti fai mille ragionamenti sul perché è stato ingiusto. Ma anche se c'hai l'ombrello, ti becchi comunque l'umidità, l'aumento del traffico e tutti gli svantaggi vari. Ti fai un ragionamento diciamo così biologico che accetto e me ne faccio una ragione ma c'è un'altra parola oramai poco conosciuta..che si chiama rispetto e purtroppo oramai è un optional
Aeon [Élite] 1328 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 28 minuti fa, Marco73 ha scritto: ma c'è un'altra parola oramai poco conosciuta..che si chiama rispetto e purtroppo oramai è un optional Comprendo la tua frustrazione, ma a un certo punto la vita ti insegna che la morale è la valuta dei poveri.
Marco73 [Partecipante] 135 Inviato 12 Aprile Inviato 12 Aprile 5 ore fa, Aeon ha scritto: Comprendo la tua frustrazione, ma a un certo punto la vita ti insegna che la morale è la valuta dei poveri. Giusto ne prendo atto e vado avanti ☺️
Aeon [Élite] 1328 Inviato 16 Aprile Inviato 16 Aprile Il 11/04/2026 at 23:01, Aeon ha scritto: Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all'originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c'era da vedere, che cosa abbiamo capito? Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo. A me è capitato nel 1953. Lì, a casa mia, ho visto una creatura che aveva la faccia di mio marito solo grazie a un sortilegio. Forse un matrimonio non si vede, un po' come quei giganteschi corpi celesti che sfuggono all'occhio umano: lo si può monitorare solo in base alla forza di gravità, all'attrazione che esercita su tutto ciò che lo circonda. Mi sembra di doverlo scrutare così, il matrimonio, con tutti i suoi fatti nascosti, le parti segrete, perché finalmente si riveli, lontano, ruotando come una stella oscura. Metto su carta/schermo le impressioni e le sensazioni vissute a seguito di un tradimento dopo una relazione di tre anni. Un piccolo acquerello di luci e ombre per mettere ordine a fresco tra i pensieri, magari pensando che un giorno potranno essere di conforto ad altri, persi nel dedalo di emozioni che non riescono a comprendere o a gestire, e che soprattutto nei primi giorni possono portare al fondo di un lugubre baratro estremamente difficile da scalare. D'altronde questo luogo mi sta a cuore, e mi ha aiutato in passato. E' giusto restituire con la preziosa valuta dell'esperienza vissuta, se possibile. Premessa all'orrore: lavoriamo insieme in un'attività a contatto con il pubblico. Sono il suo responsabile. L'ho introdotta nel luogo di lavoro che per me è una seconda casa; una realtà con radici estremamente solide che ho contribuito a costruire attivamente con fatica e lavoro quotidiano, e fuori dalla quale regna il deserto assoluto di un settore in cui mi sono trovato a vagare per più di dieci anni, prima di cogliere questa occasione e costruire qualcosa di davvero concreto. Un'oasi. L'ho fatta entrare in casa. Le ho fatto avere un ottimo stipendio e un minimo di sicurezza, aiutandola ad allontanarsi da una precedente situazione lavorativa colma di delusioni e in cui non si trovava più a suo agio. Ritratto dell'orrore: fast forward tre anni di relazione dopo. Weekend di Pasqua. Sabato pomeriggio sono da lei, a casa sua. Tempio di alcuni di quei pochi momenti in cui la vita diventa davvero importante. Qui, in un tranquillo pomeriggio di Aprile, scopro che si sente e si vede da mesi con un'altra persona che frequenta il luogo dove lavoriamo. Scopro bugie, concetti e parole vuote utilizzate a lungo, da tempo indicibile. Scopro un corpo estraneo accanto al mio. Scopro la putredine attaccata al rivestimento della memoria. Scopro tutto autonomamente, e non per qualche tipo di confessione di sorta. Niente. Non un accenno. I soliti occhi azzurri mi guardano e mi sorridono mentre prepariamo la cena, mentre rifacciamo il letto. Mentre mi augura la buonanotte. Lei non sa che io so. Non lo sospetta nemmeno. E qui inizia il primo viaggio nel Purgatorio. Perché chi ha interagito anche per poco con una donna sa perfettamente che non si può rivelare qualcosa del genere se non mettendola a nudo davanti al fatto compiuto. La logica necessita di pazienza, ed è amica del tempo. Ma la logica deve scendere a patti con l'emotività. Hic et nunc. Vorresti tirar fuori tutto, ma non puoi permettertelo, perché sai che perderai una partita truccata in partenza. Passiamo insieme tutto il weekend di Pasqua e pasquetta. Sabato, domenica, lunedì, martedì mattina. Con lei, con amici, da soli in giro, mano nella mano. A mangiare carne, a ridere davanti ad un camino, a girare per negozi, ad aprire l'uovo che le avevo comprato, a parlare di suo padre morto da poco, evento dal quale stavo cercando di distrarla come farebbe senza nemmeno pensarci una persona a noi cara, e dopo esserle stata accanto al funerale, una settimana prima. Lei, ignara, impassibile. Io, un guscio vuoto che ride, che scherza, che tocca la pelle estranea del clone di una persona che ha frequentato scegliendola per più di mille giorni; che ci dorme accanto; che accoglie la sua testa sul proprio petto nel letto mentre si addormenta con indosso il pigiama della Disney; che sa come, durante la pausa dal lavoro nella settimana dopo la morte del padre, si vedeva con l'altro. Vacanza. Niente lavoro, solo tempo speso insieme a lei. Con questa e tanta altra mole di conoscenza dell'orrore. 3 giorni. Settantadue ore. E' impossibile descrivere a parole la sensazione che si prova a qualcuno che non l'ha mai provata. Ma faccio un tentativo. Ripensando ora a quei giorni, a quei momenti, mi viene in mente solo la lettera che un marinaio genovese del '500, catturato dai pirati ottomani e portato ad Algeri nelle galere del sultano, scrive al fratello: Carissimo fratello, la presente facio per avvisare come sono pervenuto al re de Argero e sono nel bagno di questo re. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. E chi è stato a Argero lo sa come stanno gli schiavi del re. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Vendi e impegna quanto io tengo e mia moglie impegni la sua dotta per cercare di cavarmi da questa cattiveria. Dio ti dia la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Dio ti da la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. E' tutto qui. Una voragine si apre all'interno dello stomaco. Esce fuori tutto. Ogni sentimento, ogni sensazione, emozione, speranza, convinzione, fiducia. Entra un chiodo nella testa, e non puoi sfilarlo, in nessun modo. Sangue al cuore, al cervello. Il corpo inizia a muoversi, senza una meta. Cibo e sonno passano momentaneamente in secondo piano, con momentaneamente inteso come intervallo di tempo indeterminato che non è dato in alcun modo conoscere. Bevi, sistemi la cucina, pisci dieci volte di seguito in un'ora solo per provare a dare un senso al costante vagabondare per casa determinato dal turbinio degli eventi a cui non riesci a dare una spiegazione, un senso o un volto. Ti assale un pensiero fisso, indiscindibile dal tuo cervello, dalla tua identità, che ti accompagna in ogni momento della giornata. In una solitudine totale. Senza una bussola, senza il Nord. Il più buio dei cieli senza stelle. E mentre sei travolto da tutto questo, ti relazioni con lei. Come ogni giorno, come se nulla fosse. Senza poter lasciar trapelare i continui conati causati dal puzzo di cadavere decomposto che lentamente inizia ad aleggiare e ad avvolgere tutto: ricordi, posti, stanze, frasi, momenti, sorrisi. Ti senti come il soffitto di un edificio bombardato. Passati quei tre giorni di penitenza torno a lavoro, con una psoriasi che sta letteralmente divorando la mia pelle per lo stress del vissuto. Provo a capire se riesco ad attendere oltre, c'è il lavoro di mezzo. C'è quello che mi sono costruito, che non posso rischiare di mandare a puttane. Ma sono umano. Ammetto a me stesso di non farcela. Ho già ampiamente passato il punto di non ritorno. Medito quanto mi è possibile, e cerco l'occasione. La trovo qualche giorno dopo. Gestisco bene la logistica, e complice qualche piccolo colpo di "fortuna", li becco al pub, mentre si baciano. Io, dovevo essere ad allenarmi. Un film. Niente scenate di sorta. Da parte mia un saluto, uno sguardo, la restituzione di qualche effetto personale, e l'augurio di proseguire la bella serata, prima di ricordarle che ci vedremo la mattina dopo a lavoro e di uscire dalla stessa porta da cui sono entrato un minuto prima. Algido come un universo morto. Lei esce, mi chiama, mi insegue, cerca di toccarmi, di stringermi. Mai udita una tale sequela di ti prego, di ho sbagliato, di altre parole vuote a caso. Sconvolta. Me la scrollo di dosso e vado via. Mi chiama di notte, mi scrive. Sono una cogliona. Non merito nulla. Ti prego. So che persona sei e so che non voglio perderti. Lì per lì, la stessa sensazione che immagino si provi ad essere un dio. La nona di Beethoven in cuffia, l'aria della sera sul viso, le braccia che si aprono ad accogliere la brezza della liberazione, del punto alla fine di una frase scritta male. Da fuori, il ritratto della leggerezza. Dentro, la morte di tutto. Tutto. Quando torni a casa e ti stendi sul letto per dormire, è lì che arriva il colpo. Realizzi, e ripensi. Ripensi al fatto che non sei un dio. Che la soddisfazione e l'euforia che hai appena provato sono solamente un surrogato di un'allegria malinconica che non potrà mai restituirti tutto ciò che hai appena perso. Non sei un dio. Sei semplicemente una persona che ha giocato una mano, e ha perso. Che pensava, sbagliando, di avere buone carte. Razionalizzi colpe, responsabilità. Ma non c'è un perché. E' successo. E non puoi farci un cazzo. Il prima non tornerà mai più. E non puoi farci un cazzo. Parte il day after. E qui inizia il secondo tour nel Purgatorio, senza guida. Quello che non ti aspettavi, e che ti rimane sotto pelle se possibile ancor più del primo, ma in un modo diabolicamente più subdolo e perverso. Perché nulla, nulla può prepararti alla sensazione di avere davanti a te la persona che hai amato che singhiozzando piange disperata, che non mangia e non dorme, che prova a riavvicinarsi a te sfiorando la stessa pelle che accarezzava, che baciava -la tua pelle-, e sapere che pur provando ancora sentimenti per lei, pur sentendo una flebile voce dal fondo dell'abisso che vorrebbe sussurrarle parole e profondere gesti di conforto, sei e sarai sempre schiavo della più cieca impotenza dettata dal disgusto di sapere quanto sia diversa la persona che hai davanti da quella che hai scelto di avere accanto per anni. Il prima è morto. E non tornerà mai più. La prima sensazione che vivo nella mia vita che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. L'inferno in terra. Il mio viaggio di espiazione continua. Non sono di certo un santo, ma ho la fortuna di aver vissuto l'orrore da individuo già formato e un minimo centrato, il che aiuta a limitare i danni. Non so cosa sarebbe stato di me se tutto questo fosse accaduto dieci/quindici anni fa, quando la disillusione era ancora un concetto estremamente vago nella mia esistenza. Nel frattempo, le notifiche del telefono e i singhiozzi continuano a bussare con insistenza alla porta del vecchio me. Ma non abita più qui. Che cos'è il perdono? Me lo chiedo in questi giorni. Nel costante equilibrio del dopo sbornia tra collera e logica, ognuna delle due intenta a tirare il lembo del mio soprabito da una manica o dall'altra, mentre finalmente do un senso alle letture di Catullo del liceo. A chi serve il perdono? Nella mia vita ho sempre cancellato. Avendo dovuto ricostruire me stesso più volte da una situazione di partenza in cui non c'era e rischiava di non esserci alcuna base solida su cui poggiare i propri piedi in futuro, ho imparato col tempo a gettare fondamenta in timida autonomia, a costruirmi un valore da solo. Valeva la pena un tentativo. Da allora è passata un po' d'acqua sotto i ponti delle cene con Pringles e Heineken consumate nel silenzio assoluto in una stanza buia davanti a un portatile. Un cadavere di 63 kg disteso in una spaziosa bara con vista. L'unica differenza con i morti veri, la capacità di poter ancora appannare uno specchio posto davanti alla bocca. Valore. Col tempo forse o senza forse anche volutamente gonfiato, estrogenato. Più spessa è l'armatura, meno frecce arrivano sotto pelle. Lo sviluppo di una forma mentis. L'applicazione di questa al comportamento altrui, soprattutto a quello nocivo. La creazione di una lista di damnatio memoriae perpetua, una camera chiusa dall'esterno senza finestre. Un torto, uno sgarbo, una mancanza di rispetto. Qualsiasi cosa, medesimo esito. Cancellazione immediata. Fuori dai confini dell'esistenza. Il silenzio assoluto, l'autodifesa come forma estrema di attacco. Non esiste redenzione per chi delude, per chi volutamente sceglie il male giorno per giorno denominandolo sbaglio, per chi desecra il valore assoluto della fiducia. Non c'è un filo di luce nella stanza in cui finiscono coloro di cui sopra. Albero con radici profonde, un terreno in cui scavo da più di tre anni, da quando l'aria ha iniziato a mancare in modo talmente virulento da scegliere di intraprendere un percorso per tentare ogni settimana, inizialmente, di scalare un passetto in più onde riuscire ad uscire dall'abisso scavato da me medesimo, per poi principiare invece a capire -cose che si scoprono durante il viaggio- come imparare a definirne le caratteristiche e i contorni. Cancellare esseri umani. Sbatterli dietro la porta, punirli con l'esilio, scegliendo e sperando di non dover più posare la vista sul loro volto, di udire la loro voce; ma soprattutto, di non dover più fare i conti con la delusione, con il tradimento, con l'abbandono. Con il dolore. La collera che cambia pelle, facendosi vuoto. L'umano si trasforma in mostro, e la rabbia si tramanda, inesorabilmente. Si trasmette come un virus, infettando nuovi ospiti, e il contagio continua il suo corso ininterrotto. Una maledetta spirale di risentimento che genera continuamente nuovi mostri. In chi viene nascosto, ma soprattutto, e in modo dannatamente più subdolo, in chi nasconde. Perché non è chiudendo la porta e riempiendo la stanza che i mostri spariscono. I mostri sono sempre lì dietro, ad applicare una pressione sempre maggiore sul legno ormai marcio. E presto o tardi la porta verrà giù. E' inevitabile. I mostri siamo noi. I mostri sono parti e parte di noi. Abbiamo scelto di indulgere e di bearci della loro compagnia una volta, e per quanto male possano averci fatto, sta a noi la scelta se continuare a diffondere il morbo o rivolgere lo sguardo altrove. Provare -pensiero folle- a sviluppare anticorpi al contagio, a diffondere un vaccino. Prima di diventare mostri noi stessi. Interamente divorati da un dolore passato di mano in mano, per anni. Uno tsunami inarrestabile che non ha mai trovato dighe o argini sul proprio cammino. Un dolore che ha investito esseri umani con braccia e gambe, con un cervello, con un cuore come noi. Esseri umani capaci di amare. Perdonare. Perdonare non significa tornare sui propri passi. Non significa ignorare. Non significa dimenticare. Significa rimanere umani, o ritornare umani. Perché nessun mostro può far paura se ha ancora un cuore nelle cui profondità risiedono ferite immani sconosciute, cicatrici mai curate, mai lenite. Ormai forse anche tralasciate, coscientemente dimenticate. Ma che fanno male, ogni singolo giorno. Fanno male oltre l'indicibile. Ferite di perdizione che generano risentimento. Agire per rabbia, essere agiti. Tramandare dolore. Anche a chi ci sta accanto. Perché chiunque diventa un bersaglio nel dedalo di sofferenza in cui veniamo calati e ci aggiriamo per un tempo indefinito senza gomitolo. Non posso cambiare ciò che è stato. Neanche io sono più lo stesso. Ma posso affrontare il mostro. Posso pronunciare parole umane, per farlo tornare umano. Perché non posso sapere nel profondo quante e quali ferite da arma bianca siano state inferte in quel cuore e in quell'anima. Non posso sapere cosa provi e cosa abbia provato, da quando è stato infettato dal morbo. So cosa provo io, e cosa ha causato in me. Convivo con il dolore. Ma posso scegliere di non farmi infettare. Di restare umano. Di perdonare. E continuare a camminare, da solo. Fino al prossimo mostro. Mkoll e Kurt Bi ha reagito a questo 1 1
Marco73 [Partecipante] 135 Inviato 17 Aprile Inviato 17 Aprile 7 ore fa, Aeon ha scritto: Che cos'è il perdono? Me lo chiedo in questi giorni. Nel costante equilibrio del dopo sbornia tra collera e logica, ognuna delle due intenta a tirare il lembo del mio soprabito da una manica o dall'altra, mentre finalmente do un senso alle letture di Catullo del liceo. A chi serve il perdono? Nella mia vita ho sempre cancellato. Avendo dovuto ricostruire me stesso più volte da una situazione di partenza in cui non c'era e rischiava di non esserci alcuna base solida su cui poggiare i propri piedi in futuro, ho imparato col tempo a gettare fondamenta in timida autonomia, a costruirmi un valore da solo. Valeva la pena un tentativo. Da allora è passata un po' d'acqua sotto i ponti delle cene con Pringles e Heineken consumate nel silenzio assoluto in una stanza buia davanti a un portatile. Un cadavere di 63 kg disteso in una spaziosa bara con vista. L'unica differenza con i morti veri, la capacità di poter ancora appannare uno specchio posto davanti alla bocca. Valore. Col tempo forse o senza forse anche volutamente gonfiato, estrogenato. Più spessa è l'armatura, meno frecce arrivano sotto pelle. Lo sviluppo di una forma mentis. L'applicazione di questa al comportamento altrui, soprattutto a quello nocivo. La creazione di una lista di damnatio memoriae perpetua, una camera chiusa dall'esterno senza finestre. Un torto, uno sgarbo, una mancanza di rispetto. Qualsiasi cosa, medesimo esito. Cancellazione immediata. Fuori dai confini dell'esistenza. Il silenzio assoluto, l'autodifesa come forma estrema di attacco. Non esiste redenzione per chi delude, per chi volutamente sceglie il male giorno per giorno denominandolo sbaglio, per chi desecra il valore assoluto della fiducia. Non c'è un filo di luce nella stanza in cui finiscono coloro di cui sopra. Albero con radici profonde, un terreno in cui scavo da più di tre anni, da quando l'aria ha iniziato a mancare in modo talmente virulento da scegliere di intraprendere un percorso per tentare ogni settimana, inizialmente, di scalare un passetto in più onde riuscire ad uscire dall'abisso scavato da me medesimo, per poi principiare invece a capire -cose che si scoprono durante il viaggio- come imparare a definirne le caratteristiche e i contorni. Cancellare esseri umani. Sbatterli dietro la porta, punirli con l'esilio, scegliendo e sperando di non dover più posare la vista sul loro volto, di udire la loro voce; ma soprattutto, di non dover più fare i conti con la delusione, con il tradimento, con l'abbandono. Con il dolore. La collera che cambia pelle, facendosi vuoto. L'umano si trasforma in mostro, e la rabbia si tramanda, inesorabilmente. Si trasmette come un virus, infettando nuovi ospiti, e il contagio continua il suo corso ininterrotto. Una maledetta spirale di risentimento che genera continuamente nuovi mostri. In chi viene nascosto, ma soprattutto, e in modo dannatamente più subdolo, in chi nasconde. Perché non è chiudendo la porta e riempiendo la stanza che i mostri spariscono. I mostri sono sempre lì dietro, ad applicare una pressione sempre maggiore sul legno ormai marcio. E presto o tardi la porta verrà giù. E' inevitabile. I mostri siamo noi. I mostri sono parti e parte di noi. Abbiamo scelto di indulgere e di bearci della loro compagnia una volta, e per quanto male possano averci fatto, sta a noi la scelta se continuare a diffondere il morbo o rivolgere lo sguardo altrove. Provare -pensiero folle- a sviluppare anticorpi al contagio, a diffondere un vaccino. Prima di diventare mostri noi stessi. Interamente divorati da un dolore passato di mano in mano, per anni. Uno tsunami inarrestabile che non ha mai trovato dighe o argini sul proprio cammino. Un dolore che ha investito esseri umani con braccia e gambe, con un cervello, con un cuore come noi. Esseri umani capaci di amare. Perdonare. Perdonare non significa tornare sui propri passi. Non significa ignorare. Non significa dimenticare. Significa rimanere umani, o ritornare umani. Perché nessun mostro può far paura se ha ancora un cuore nelle cui profondità risiedono ferite immani sconosciute, cicatrici mai curate, mai lenite. Ormai forse anche tralasciate, coscientemente dimenticate. Ma che fanno male, ogni singolo giorno. Fanno male oltre l'indicibile. Ferite di perdizione che generano risentimento. Agire per rabbia, essere agiti. Tramandare dolore. Anche a chi ci sta accanto. Perché chiunque diventa un bersaglio nel dedalo di sofferenza in cui veniamo calati e ci aggiriamo per un tempo indefinito senza gomitolo. Non posso cambiare ciò che è stato. Neanche io sono più lo stesso. Ma posso affrontare il mostro. Posso pronunciare parole umane, per farlo tornare umano. Perché non posso sapere nel profondo quante e quali ferite da arma bianca siano state inferte in quel cuore e in quell'anima. Non posso sapere cosa provi e cosa abbia provato, da quando è stato infettato dal morbo. So cosa provo io, e cosa ha causato in me. Convivo con il dolore. Ma posso scegliere di non farmi infettare. Di restare umano. Di perdonare. E continuare a camminare, da solo. Fino al prossimo mostro. Molto bello quello che hai scritto , bisogna perdonare non chi ci ha tradito e lo sto provando anche io in questo momento , perdonare noi stessi ed andare avanti altrimenti si rimane invischiati per molto tempo. Come per Te anche per me è stato un colpo basso, scoprire dopo due anni un tradimento nel mentre mi faceva sentire un dio è stata dura ma a differenza tua che avevi dei sospetti nel mio caso nessuno ed è questo che fa più male. Scoprire che la persona che avevo accanto e che per due anni mi ha riempito di amore e ti amo passa da un giorno all'altro in un'altra relazione senza nessun ritegno e rimorso. Oggi ho metabolizzato tutto, è passato un mese , il dolore di sta affievolendo perché mi sto dando una spiegazione a tutto , perché c'è sempre una spiegazione e basta guardare al passato e vedere il curriculum di quella persona e se vedi che i patten sono sempre uguali era scontato che doveva andare così . Avvolte noi pensiamo di essere unici e speciali e anche se nel passato di questa persona c'è stato del marcio facciamo finta di non vedere anche perche nel frattempo con lei va tutto bene , innamorata e sempre presente, si scopa da dio e c'è coinvolgimento ma non è così le persone non cambiano ritornano a fare gli stessi errori perché hanno una falla nel sistema, un virus , dopo un po' si annoiano , hanno bisogno di vivere di adrenalina , del caos e del melodramma . Non è dipeso da me e non lo scrivo per autoconvincermi e per farmi forza è lei che è fatta così e sarà sempre così , vivrà sempre nel caos e anche con il tipo nuovo farà la stessa cosa , sarà la vita che gli presenterà il conto.
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