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^'V'^
Inviato
24 minuti fa, EdoardoG ha scritto:

era l'epoca d'oro in cui ancora c'erano al trono i legittimi titolari del potere, gli zar

Grazie di cuore ❤️

  • Grazie! 1
Giraluna
Inviato (modificato)
38 minuti fa, ^'V'^ ha scritto:

Non ce la fanno a gestirsi in una riunione di condominio per parlare della caldaia comune e del tetto da rifare. 

Certo, che ci vuole una rivoluzione. 

Ma è quella che ogni libero vive dentro di sé e risuonando con altri liberi crea scambio, aggregazione e sempre meno dipendenza dal potere centralizzato e dalla massa. 

La rivoluzione serve, ma è un fatto intimo, personale, privato. 

Nel diuturno impegno per guadagnarsi il rispetto di se stessi. 

Vengo da un condominio quindi non posso che esprimere il mio consenso circa la frase che hai scritto sulle riunioni condominiali. Per quanto riguarda il resto ... pure. Infatti ho scritto che ci sarebbero più disastri e forse più suicidi se fosse intesa come nella prima parte del tuo post.

Grazie per la specifica.   

Alla fine si tratta sempre di quello in giro: pigli qualcuno o qualcosa e gli dai la colpa. 

Stiamo qui in Italia e la situescion fa cagher?

O ti pigli le ovaie e Las pelotas e impari a stare nella merda vestito di cioccolato o te ne vai verso lidi più cioccolatosi e meno merdosi del nostro. Senza perdere se stessi. Lo stesso discorso vale per chi cerca di farci credere di essere chi non siamo. 

La ricaduta, ossia quel periodo che io chiamo d ipnosi dove si arriva a livelli disfunzionali tali da renderti conto di stare sprofondando in basso, cedendo alle credenze altrui, è spesso dietro l angolo. Non siamo macchine, dopotutto. L importante è svegliarsi, rimboccarsi le maniche, sciacquarsi il viso e poi ripetersi "Bentornata/o" davanti allo specchio, ovviamente più consapevole di prima circa la propria rivoluzione personale. 

Modificato da Giraluna
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Inviato
14 ore fa, sfulcrum ha scritto:

Nessuno ha mai parlato di guarigione in psichiatria; già avere una remissione dei sintomi e permettere a una persona di tornare come prima è un obiettivo a dir poco ambizioso, ma spesso realizzabile in certe patologie (non in tutte).

Quindi per te la prova dell'esistenza del Nuovo ordine è il fatto che non ci sono farmaci in grado di dare istantaneamente la restittuo ad integrum?

Hai presente il codice morse?

Per ora è come se comunicassimo tra due continenti facendo esplodere atomiche e i sismologi dell'altro continente utilizzassero le detonazioni per comprendere il messaggio, ma siamo all'inizio della neurofarmacologia.

Quindi per te la prova dell'esistenza del Nuovo ordine è il fatto che non ci sono farmaci in grado di dare istantaneamente la restittuo ad integrum?

L'ho scritto in maniera provocatoria per far riflettere. Ma come dicevo tendo a non pensarci e concentrarmi su ciò che posso fare io per me, adesso.

Diciamo che di sicuro c'è il fatto che se davvero ci fossero medicine in grado di guarire completamente da tutti i mali sarebbe la distruzione economica delle case farmaceutiche.

Un pò come se la pace regnasse sovrana, sarebbe la rovina economica delle industrie che producono armi.

Questo mi faceva incazzare tanti anni fa, perchè credevo  che  si trattasse solo di fare business, di soldi e potere e non del benessere della gente.

Ma ti parlo di quasi 20 anni fa. Adesso ormai, sinceramente, chissene frega. Anche perchè se così fosse non potrei farci niente quindi mi rendo responsabile di ciò che posso fare per me e per migliorarmi nel mio piccolo.

 

Inviato
6 ore fa, ^'V'^ ha scritto:

Per me uno è integrato quando genera o partecipa a sinergie che portano più vantaggi a lui che da solo, mentre al contempo portano vantaggi agli altri. 

Questo senza assolutamente intendere che se uno si spezza una gamba venga lasciato indietro perché non porta vantaggi sinergici. 

Uno che porta vantaggi a sé privandone gli altri non è integrato, ma non è nemmeno antipatico. 

Uno che si crea danni dando vantaggi agli altri non è integrato ma gradito ospite ovunque. 

Uno che genera attriti capaci di fare danni a lui mentre danneggia gli altri è un tumore. 

Parlo di attitudine, un comportamento involontariamente stupido capita a tutti.

Per me sentirmi integrato in un gruppo significa il contrario di conformarmi o aspettarmi conformità altrui.

Significa invece conoscere, POTER NOMINARE e valorizzare le reciproche differenze e così trovare il modo di suonare una sinfonia polifonica compiuta e sinergica.

Dieci chitarre o dieci violini non servono a un cazzo. 

E' una risposta interessante la tua.

Di sicuro una integrazione "sana" risponde alle qualita' che hai elencato. Ma il problema sta nel fatto che non e' sempre vero che questa cosa possa avvenire senza esserne colpito in termini di omologazione. 

Ad esempio tu puoi portare vantaggi a te stesso e agli altri, e questo potrebbe dunque farti apparire "gradito",  per cui non vieni emarginato ma accettato nella comunita'/clan di turno. 

Il problema sta nel fatto che i membri del clan potrebbero anche vederti come una minaccia se non sei sufficientemente conformato a loro. 
Semplicemente perche' di solito i "leader" (che secondo me sono nient'altro che quelli che fanno esattamente cio' che dici tu) quasi sempre sono diversi dalla gente comune e fanno cose diverse. E, per natura, sono solitari. 
Ora i leader, come i lupi, hanno bisogno di un paio di altri lupi che gli vanno dietro per tirarsi tutto il branco. I cosiddetti "bracci destri". 

Ora il leader si differenzia dai potenziali leader per la sua capacita' comunicativa. 

Se questa viene a mancare, e' facile generare attriti anche non volendoli. E cosi' si creano i nemici. 

Dove voglio arrivare? Semplicemente al fatto che la personalita' si paga in termini di solitudine e discriminazione. Perche' per natura gli umani emarginano il diverso. Perche' e' pericoloso. Perche' e' strano. Perche' e' sospetto. Perche' ... "non e' come noi". 

L'integrazione dunque non dipende soltanto da un "dai e ricevi", ma e' anche un gioco molto sottile di comunicazioni, di sguardi, di parole chiave, di gesti. 

E se non sai comunicare bene all'interno del gruppo e' facile venire estraniati o addirittura perseguitati. 

Senza contare le varie stigma sociali/culturali le quali, se le hai addosso, gia' sono una mezza condanna che ti bollano senza possibilita' di appello.
 

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Giraluna
Inviato
1 ora fa, Karls ha scritto:

E, per natura, sono solitari. 

 

1 ora fa, Karls ha scritto:

la personalita' si paga in termini di solitudine e discriminazione. 

Intervento interessante, soprattutto i due passaggi che ho citato. 

1 ora fa, Karls ha scritto:

e' per natura gli umani emarginano il diverso. Perché ... "non è come noi".

A quel "Non è come noi" aggiungerei "Ma mica perché abbiamo riconosciuto anche le nostre mancanze in uno splendido gioco alla pari, ma perché governati da quelle dobbiamo fargli credere di essere la copia sbiadita". 

Questa è la tendenza maggioritaria che ho riscontrato. La minoritaria viaggia su lidi diversi "Non è come me, io rispetto a lui ho questo e questo e quest altro su cui lavorare, ma ehi ... vedo che pure lui sta imparando da me. Vediamo fin dove possiamo arrivare insieme". Ovviamente mi trovo meglio con la tendenza minoritaria. Debbo ancora capire in che ambienti scovarla. Non è scontato infatti che si trovi nei posti più periferici o di emarginazione. È ovunque, sto notando. Da una parte è positiva la cosa poiché in ogni dove puoi trovarne qualcuno di questi; dall altra capisci che è ovunque anche quella maggioritaria e sei costretto ad una selezione spietata. Chiunque superi i tuoi paletti, le tue regole, o peggio, cerchi l altro di imbrattare le pareti della tua Tana con pregiudizi o pensieri comuni va allontanato immediatamente, anche a costo di sacrificare quanto c era di progettato insieme. 

Dipende, forse, dallo scopo dell allontanamento: se lo fai per sottolineare che l altro è inferiore e non merita la tua stima/rispetto/attenzione oppure per comunicargli con questa separazione che la sua diversità è bella se non agisce unicamente per se stessa ma anche in funzione di una complicità. Se dall altra parte c è un pizzico di umiltà nel riconoscere le proprie mancanze allora c è un piccolo margine di riallineamento altrimenti sotto al prossimo. 

Spesso è appunto next. 

La si prende parecchio sul personale, per non parlare poi del narcisismo dilagante che si dice essere diventato una piaga. Tuttavia dato che l ha detto una emittente radiofonica qualunque è una informazione da prendere con le pinze. Certo è altrettanto che la mia esperienza non conferma neanche il contrario. 

Bisogna seguire il proprio flusso e vedere come fluisce e scorre dentro l altro, cosa crea, come reagisce dentro il suo corpo (se lo rigetta o lo accetta). Lo stesso concetto ovviamente vale viceversa. 

Finora ho sputato via gente come mi hanno sputata via. Il punto è capire per quale ragione dopo lo sputo mi sono sentita meglio o peggio a seconda dei casi e per quale motivo ho scelto lo sputo e non chesso ... un sorriso ed un saluto cordiale e come sarebbe/ come ragirei usando quest ultimo.

Percival
Inviato (modificato)
3 ore fa, Karls ha scritto:

Il problema sta nel fatto che i membri del clan potrebbero anche vederti come una minaccia se non sei sufficientemente conformato a loro. 
Semplicemente perche' di solito i "leader" (che secondo me sono nient'altro che quelli che fanno esattamente cio' che dici tu) quasi sempre sono diversi dalla gente comune e fanno cose diverse. E, per natura, sono solitari. 
Ora i leader, come i lupi, hanno bisogno di un paio di altri lupi che gli vanno dietro per tirarsi tutto il branco. I cosiddetti "bracci destri". 

Ora il leader si differenzia dai potenziali leader per la sua capacita' comunicativa. 

Se questa viene a mancare, e' facile generare attriti anche non volendoli. E cosi' si creano i nemici. 

Dove voglio arrivare? Semplicemente al fatto che la personalita' si paga in termini di solitudine e discriminazione. Perche' per natura gli umani emarginano il diverso. Perche' e' pericoloso. Perche' e' strano. Perche' e' sospetto. Perche' ... "non e' come noi". 

L'integrazione dunque non dipende soltanto da un "dai e ricevi", ma e' anche un gioco molto sottile di comunicazioni, di sguardi, di parole chiave, di gesti. 

E se non sai comunicare bene all'interno del gruppo e' facile venire estraniati o addirittura perseguitati. 

Senza contare le varie stigma sociali/culturali le quali, se le hai addosso, gia' sono una mezza condanna che ti bollano senza possibilita' di appello.
 

Questo è vero, in linea di principio, ma non vale per tutti i gruppi, e te lo dico per esperienza personale.

Vediamo più nel dettaglio.

 

Per essere "accettato" (e già da questo termine si evidenzia la tipologia di gruppo) o anche solo per partecipare alla maggior parte dei gruppi è necessario un certo grado, più o meno forte, di conformità.

Ma questo non vale per tutti i gruppi, altrimenti, per come sono fatto, starei eternamente solo, o quasi: l'inevitabile sofferenza della totale solitudine - siamo umani, in fondo - sarebbe certamente inferiore a quella dovuta al rinunciare a parti importanti della mia identità al fine di poter essere "accettato" in un gruppo, cosa di cui non m'importa relativamente nulla.

Ci sono alcuni gruppi nei quali la tua diversità è un valore (non solo a chiacchiere, ma nei fatti, in quanto puoi portare un set di vantaggi diversi) e anzi, nei quali si scoraggia il conformismo e il pensiero a pacchetti.

 

Non solo.

Un gruppo (non tutti, ma alcuni) può essere vissuto a vari livelli, in linea anche con la tua personalità.

Puoi essere del gruppo.

Puoi essere nel gruppo.

Puoi... partecipare, al gruppo.

 

Potrebbero sembrare solo parole, solo termini diversi, a chi non percepisce le dinamiche dei gruppi, ma in realtà la differenza è enorme.

La maggior parte delle persone tende a vivere e a percepire solo la prima dinamica, approssimandola ed applicandola, con non poca e tenera ingenuità, anche agli altri.

Per la maggior parte delle persone si può essere solo del gruppo, perché la maggior parte delle persone restano, anche nella vita adulta, solo e puramente gregari.
Sia chiaro, non c'è nulla di male ad esserlo - senza i gregari non esisterebbero leader e non esisterebbero neanche i gruppi, dei quali i primi sono l'ossatura -, e ci sono anche gregari in grado di comprendere il funzionamento dei gruppi di persone, in grado di comprendere la propria natura e di leggere quella altrui, ma parliamo comunque di una minoranza.

La maggior parte dei gregari puri restano e sono solo pecore, ciechi e non in grado di percepire altre dinamiche rispetto a quella del pastore e del gregge: o comandi, o subisci. O sei A o sei B.

 

Ci sono invece alcune persone che, fin da piccole, hanno una forma di rifiuto per quella sensazione di appartenenza totalizzante.

Un rifiuto embrionale, giacché da bambini siamo tutti un po' gregari, ma già presente e che, con forza, plasma le nostre interazioni.

Queste persone tendono a preferire la solitudine, a creare propri gruppi, o ad agire una forma di partecipazione a gruppi altrui che potremmo definire più marginale, più "esterna".

Queste persone restano sempre un po' ai margini, per scelta, di ogni gruppo con cui vengono in contatto (qualora non sia un gruppo di loro genesi). In poche parole, sono NEL gruppo, ma NON del gruppo.

Non hanno problemi ad abbandonarlo qualora la partecipazione allo stesso drenasse più del nutrimento ricevuto.

Non hanno problemi a farlo dal momento che non si nutrono del senso di appartenenza, sebbene questo, almeno un minimo, risulti piacevole per tutti.

Si nutrono piuttosto dei vantaggi a doppio senso che scambiano col gruppo.

Sono fuori dagli schemi, e per questo possono gestirli, o dominarli.

Questa forma di partecipazione potremmo chiamarla... Collaborazione. Ci si allea in funzione di uno scopo chiaro, e non per il gusto di allearsi e sentirsi parte di una gang.

Si condividono alcuni dei valori fondanti del gruppo, ma non tutti, magari anche una ristretta minoranza. Si ha sempre una propria opinione su tutto, frutto della propria esperienza. Si mantiene un proprio codice di valori e principi che non si è minimamente disposti a tradire per nessun gruppo al mondo. Piuttosto se ne esce senza se e senza ma.

Queste persone sono ascrivibili alla variegata categoria dei "leader" tanto quanto i "pastori", pur essendolo in modo meno appariscente poiché leader soltanto di sé stessi (o, in certi casi, di pochi scelti).

 

Ad un livello ancora più esterno, si può semplicemente partecipare ad un gruppo.

Collaborare soltanto senza aderire, minimamente, ai valori dello stesso. Si potrebbe essere ciò di più distante immaginabile dai principi che incarna il gruppo, ma si partecipa allo stesso in funzione di specifici scopi che portino beneficio a sé e, immancabilmente, al gruppo.

In questo caso la leadership non c'entra nulla. Si può esserlo o non esserlo, dal momento che questa relazione è di tipo "neutro".

 

Tutta questa riflessione ha certamente a che fare col concetto di leadership di cui tu hai parlato, ma vuole puntare i riflettori su dinamiche più profonde rispetto a quelle che si trattano comunemente, prendendole in prestito da altre specie, e che si traslano applicandole, con una certa ingenuità, ai gruppi in cui si riuniscono gli H. sapiens.

Nei nostri gruppi non esistono solo il pastore e le pecorelle, diversamente da quanto la stragrande maggioranza delle persone crede.

Esistono varie tipologie di "leadership", e lo stesso leader può decidere di non avere voglia, bisogno, di stare a gestire un gregge e tutte le rogne che comporta.

Esistono gruppi nei quali non esiste alcuna necessità di conformarsi.

Esistono gruppi che non richiedono la tua appartenenza ad essi, ed esistono persone alle quali non importa un cazzo di appartenere a niente e a nessuno, anzi, le farebbe sentire in gabbia.

 

Certamente queste persone, questi ribelli, se si esporranno troppo verranno guardati male da tutti i gruppi canonici (quelli a struttura piramidale con pastore, pecorelle, e comandamenti da seguire), verranno indicati come il male e il nemico da combattere.

Certamente, perché sono nemici dell'ordine dei recinti. Nascondono nel loro cuore quella fiamma che potrebbe far scappare alcune pecore dal recinto, e i pastori lo sanno bene.

Fanno paura, puzzano di libertà, ed hanno una capacità innata (non necessariamente sfruttata e praticata) di creare seguaci.

Ecco perché, solitamente, queste persone risultano... Invisibili, agli occhi delle pecore cieche.

Sono "invisibili" perché devono nascondersi per poter esistere e vivere nel modo che è più congeniale a loro. Devono stare sotto copertura, quando necessariamente si ritrovano nel territorio di altri, ed hanno bisogno della loro dose di solitudine per coltivare il Potere.

Quel Potere che, come giustamente hai evidenziato... Si trova solo nella solitudine, e si applica, eventualmente, sulle moltitudini.

 

Un certo grado di emarginazione, estraniazione, solitudine, sono ragione di dolore incredibile per molti, e fonti di potere per pochi.

Ma non tutti coloro che hanno il dominio di sé stessi hanno bisogno o voglia di applicare il potere in tutti i gruppi a cui partecipano, e non tutti i gruppi richiedono la deposizione e consegna delle armi per poter partecipare ad essi nella misura e nelle modalità in cui lo si desidera.

Modificato da Percival
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Inviato
34 minuti fa, Percival ha scritto:

Questo è vero, in linea di principio, ma non vale per tutti i gruppi, e te lo dico per esperienza personale.

Vediamo più nel dettaglio.

 

Per essere "accettato" (e già da questo termine si evidenzia la tipologia di gruppo) o anche solo per partecipare alla maggior parte dei gruppi è necessario un certo grado, più o meno forte, di conformità.

Ma questo non vale per tutti i gruppi, altrimenti, per come sono fatto, starei eternamente solo, o quasi: l'inevitabile sofferenza della totale solitudine - siamo umani, in fondo - sarebbe certamente inferiore a quella dovuta al rinunciare a parti importanti della mia identità al fine di poter essere "accettato" in un gruppo, cosa di cui non m'importa nulla.

Ci sono alcuni gruppi nei quali la tua diversità è un valore (non solo a chiacchiere, ma nei fatti, in quanto puoi portare un set di vantaggi diversi) e anzi, nei quali si scoraggia il conformismo e il pensiero a pacchetti.

 

Non solo.

Un gruppo (non tutti, ma alcuni) può essere vissuto a vari livelli, in linea anche con la tua personalità.

Puoi essere del gruppo.

Puoi essere nel gruppo.

Puoi... partecipare, al gruppo.

 

Potrebbero sembrare solo parole, solo termini diversi, a chi non percepisce le dinamiche dei gruppi, ma in realtà la differenza è enorme.

La maggior parte delle persone tende a vivere e a percepire solo la prima dinamica, approssimandola ed applicandola, con non poca e tenera ingenuità, anche agli altri.

Per la maggior parte delle persone si può essere solo del gruppo, perché la maggior parte delle persone restano, anche nella vita adulta, solo e puramente gregari.
Sia chiaro, non c'è nulla di male ad esserlo - senza i gregari non esisterebbero leader e non esisterebbero neanche i gruppi, dei quali i primi sono l'ossatura -, e ci sono anche gregari in grado di comprendere il funzionamento dei gruppi di persone, in grado di comprendere la propria natura e di leggere quella altrui, ma parliamo comunque di una minoranza.

La maggior parte dei gregari puri restano e sono solo pecore, ciechi e non in grado di percepire altre dinamiche rispetto a quella del pastore e del gregge: o comandi, o subisci. O sei A o sei B.

 

Ci sono invece alcune persone che, fin da piccole, hanno una forma di rifiuto per quella sensazione di appartenenza totalizzante.

Un rifiuto embrionale, giacché da bambini siamo tutti un po' gregari, ma già presente e che, con forza, plasma le nostre interazioni.

Queste persone tendono a preferire la solitudine, a creare propri gruppi, o ad agire una forma di partecipazione a gruppi altrui che potremmo definire più marginale, più "esterna".

Queste persone restano sempre un po' ai margini, per scelta, di ogni gruppo con cui vengono in contatto (qualora non sia un gruppo di loro genesi). In poche parole, sono NEL gruppo, ma NON del gruppo.

Non hanno problemi ad abbandonarlo qualora la partecipazione allo stesso drenasse più del nutrimento ricevuto.

Non hanno problemi a farlo dal momento che non si nutrono del senso di appartenenza, sebbene questo, almeno un minimo, risulti piacevole per tutti.

Si nutrono piuttosto dei vantaggi a doppio senso che scambiano col gruppo.

Questa forma di partecipazione potremmo chiamarla... Collaborazione. Ci si allea in funzione di uno scopo chiaro, e non per il gusto di allearsi e sentirsi parte di una gang.

Si condividono alcuni dei valori fondanti del gruppo, ma non tutti, magari anche una ristretta minoranza. Si ha sempre una propria opinione su tutto, frutto della propria esperienza. Si mantiene un proprio codice di valori e principi che non si è minimamente disposti a tradire per nessun gruppo al mondo. Piuttosto se ne esce senza se e senza ma.

 Queste persone sono ascrivibili alla variegata categoria dei "leader" tanto quanto i "pastori", pur essendolo in modo meno appariscente poiché leader soltanto di sé stessi (o, in certi casi, di pochi scelti).

 

Ad un livello ancora più esterno, si può semplicemente partecipare ad un gruppo.

Collaborare soltanto senza aderire, minimamente, ai valori dello stesso. Si potrebbe essere ciò di più distante immaginabile dai principi che incarna il gruppo, ma si partecipa allo stesso in funzione di specifici scopi che portino beneficio a sé e, immancabilmente, al gruppo.

In questo caso la leadership non c'entra nulla. Si può esserlo o non esserlo, dal momento che questa relazione è di tipo "neutro".

 

Tutta questa riflessione ha certamente a che fare col concetto di leadership di cui tu hai parlato, ma vuole puntare i riflettori su dinamiche più profonde rispetto a quelle che si trattano comunemente, prendendole in prestito da altre specie, e che si traslano applicandole, con una certa ingenuità, ai gruppi in cui si riuniscono gli H. sapiens.

Nei nostri gruppi non esistono solo il pastore e le pecorelle, diversamente da quanto la stragrande maggioranza delle persone crede.

Esistono varie tipologie di "leadership", e lo stesso leader può decidere di non avere voglia, bisogno, di stare a gestire un gregge e tutte le rogne che comporta.

Esistono gruppi nei quali non esiste alcuna necessità di conformarsi.

Esistono gruppi che non richiedono la tua appartenenza ad essi, ed esistono persone alle quali non importa un cazzo di appartenere a niente e a nessuno, anzi, le farebbe sentire in gabbia.

 

Certamente queste persone, questi ribelli, se si esporranno troppo verranno guardati male da tutti i gruppi canonici (quelli a struttura piramidale con pastore, pecorelle, e comandamenti da seguire), verranno indicati come il male e il nemico da combattere.

Certamente, perché sono nemici dell'ordine dei recinti. Nascondono nel loro cuore quella fiamma che potrebbe far scappare alcune pecore dal recinto, e i pastori lo sanno bene.

Fanno paura, puzzano di libertà, ed hanno una capacità innata (non necessariamente sfruttata e praticata) di creare seguaci.

Ecco perché, solitamente, queste persone risultano... Invisibili, agli occhi delle pecore cieche.

Sono "invisibili" perché devono nascondersi per poter esistere e vivere nel modo che è più congeniale a loro. Devono stare sotto copertura, quando necessariamente si ritrovano nel territorio di altri, ed hanno bisogno della loro dose di solitudine per coltivare il Potere.

Quel Potere che, come giustamente hai evidenziato... Si trova solo nella solitudine, e si applica, eventualmente, sulle moltitudini.

 

Un certo grado di emarginazione, estraniazione, solitudine, sono ragione di dolore incredibile per molti, e fonti di potere per pochi.

Ma non tutti coloro che hanno il dominio di sé stessi hanno bisogno o voglia di applicare il potere in tutti i gruppi a cui partecipano, e non tutti i gruppi richiedono la deposizione e consegna delle armi per poter partecipare nella misura e nelle modalità in cui lo si desidera.

Altro intervento interessante e mi ritrovo in molte cose che dici riguardo al secondo caso da te elencato. 

Tuttavia il discorso che io volevo fare riguardava la capacita' di comunicare. 

Se una persona dalla forte personalita' (ed e' nel 99.9% dei casi un leader) non e' un abile comunicatore, spesso puo' venire escluso/perseguitato addirittura dai vari clan/gruppi. 

Persino in quei gruppi che hai citato nei quali la diversita' e' una caratteristica richiesta. 

Perche'? Perche' ogni gruppo si fonda su un pilastro fondamentale: uno scopo comune. 

Se questo scopo comune non viene ripartito nelle giuste dosi ai vari componenti, se esistono minacce, attriti interni (e questi dovuti essenzialmente a incompatibilita' comunicative)  ecco che puo' generarsi una lesione tra i vari componenti del gruppo. 

In sostanza, e' inevitabile che si debba perdere una parte di se' stessi se si vuole aderire, anche partecipare senza aderire o agire completamente esternamente ad esso ad un gruppo. 
La quantita' di personalita' che bisogna mettere da parte dipende essenzialmente dal gruppo e da quanto riteniamo importante quel gruppo. 

Ma alla base deve esserci una comunicazione efficiente. Altrimenti l'esplosione del legame e' garantita.

Ora mi ricollego al discorso principale del thread: chi ha una personalita' forte ha sempre avuto a che fare con i propri limiti. Li ha toccati, visti con mano e ci e' sbattuto sopra facendosi male, molto male. 
Questo crea sempre un trauma: un trauma che ti accompagna per tutta la vita e che e' legato profondamente al significato e scopo della vita (e su questo volontariamente non tornero' piu' perche' la faccenda diventa delicatissima).

E' proprio come dici tu: queste persone sono gia' nate con questa sensibilita'. Da bambini gia' si intravede questa caratteristica, sebbene ogni bambino per prova/errore attraversa varie fasi di aggregazione. E' normale a quell'eta', stai conoscendo com'e' fatto il mondo. 

Ma poi, inevitabilmente, questa sensibilita' irrompera' e ti creera' dubbi amletici che saranno la porta d'ingresso ad in nightmare dal quale non si puo' mai uscire completamente. Si impara a conviverci. 

La solitudine e' preferita proprio per questo. Perche' il leader e' introspettivo e introverso per natura. Altrimenti sarebbe una pecorella come tutte le altre, pronte  a bersi ogni cazzata e finire persino a fare nottate in sacco a pelo davanti a qualche grande centro commerciale, nel peggiore dei casi, per comprarsi uno smartphone di ultima generazione.

Per questo dico che la domanda del thread e' malamente formulata, perche' parte dall'assunto sbagliato che un suicida, o chi abbia tentato il suicidio, sia una persona malata. 
Invece non e' vero, ovvero questa cosa e' vera solo per una parte di queste persone che sono davvero malate. E per certi versi, chi non ha mai pensato al suicidio e' ancora piu' malato di queste persone. Solo che non sa di esserlo.


(Ovviamente il mio discorso non e' una giustificazione al suicidio. Per chi abbia dubbi, rilegga con attenzione cio' che ho scritto notando differenze come "pensare al suicidio" invece di "suicidarsi perche' e' cosa buona e giusta", cosa che non ho affermato da nessuna parte).

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