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Draconicus
Inviato

Grazie

  • Grazie! 3
Inviato

Spesso la verità si palesa davanti ai nostri occhi in maniera talmente brutale che evitiamo in tutti i modi di vederla, o meglio non vogliamo vederla.

Se si vuole si fa, se non si vuole non si fa, è molto semplice e poco c'è da aggiungere a quello in maniera pressochè perfettache hai già detto te @Percival .

Si dovrebbe vivere di fatti non di sogni, soprattutto si deve VIVERE, il mondo è stupendo, lo sono le persone e lo è l'amore, rischiate, lanciatevi da quest'aereo, ma assumetevi il rischio solo con chi è disposto a lanciarsi con Voi e mi raccomando non dimenticate il paracadute... non si sa mai.

 

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Percival
Inviato (modificato)
29 minuti fa, TADsince1995 ha scritto:

Tutto bellissimo e verissimo Percival. Ma purtroppo ho imparato a mie spese che anche i facta spesso hanno vita breve, perché anch'essi sono legati alle emozioni che la donna prova in quel preciso momento e/o periodo della sua vita.

Sul discorso verba... Beh, con me sfondi una porta aperta, io ho sempre detto che più una donna verbalizza l'interesse che ha per te, fosse anche qualche complimento sull'aspetto, meno facilmente le toglierai le mutande. C'è un solo modo per avere la conferma, almeno temporanea, dell'interesse di una donna.

Ed è la mutanda per terra. Punto. Il resto sono tutte stronzate.

Eccome.

 

I fatti hanno valore limitato a sé stessi.

Un fatto non predice altri fatti, li rende solo.. un po' più probabili, soprattutto se è un fatto che ha richiesto una qualche forma di investimento.

 

In questo senso, le parole non contano veramente un cazzo.

Lo si capisce col tempo, con le porte in faccia, le buche, i cambi di direzione improvvisi e contro ogni (inutile) previsione.

I fatti tracciano possibili sentieri.

Ma così come il primo mattone non assicura che l'edificio verrà completato, non assicura neanche che lo stesso avrà le caratteristiche e la forma previste dal progetto.

Una ragazza che Martedì investe su di te non è assolutamente detto che vorrà farlo ancora il Giovedì.

 

Certo è che un qualche sentiero lo si dovrà pur provare a tracciare, poco importa della precisione.

E allora, nel dedalo di strade che ci si parano davanti, ha più senso - spesso, ma non certo sempre - imboccare con passo deciso quelle che hanno già delle orme, anche se apparentemente meno invitanti, piuttosto che quelle che mostrano il cartello per una sontuosa reggia, una valle di latte e miele, ma non hanno neanche un'impronta.

Sono euristiche.

Indicazioni che valgono spesso, ma non sempre.

Perché talvolta i cartelli sono sinceri, anche in assenza di orme.

Talvolta ci vogliono solo tante palle per imboccare quella strada maledetta, in barba al rischio di non risbucare più dalla foresta.

Talvolta è proprio bello infrangere la regola, l'euristica, seguendo una sensazione di pancia.

 

Ma quest'ultima opzione la sconsiglio a chi non abbia un minimo di bagaglio esperienziale, che diventerebbe solo preda dei mercanti di parole, venendo tirato, sbatacchiato qua e là costantemente.

 

Ci vuole un atto di Volontà.

Ci vuole di imparare dai sentieri sbagliati, diventare un avventuriero esperto (che non significa infallibile, anzi) e cominciare a selezionare.

Secondo le euristiche, la pancia, e anche a seconda di come cazzo ti gira quella mattina.

Perché ogni tanto fanculo, voglio fare un po' come cazzo mi pare.

 

Ma con la CONSAPEVOLEZZA che sto rischiando di più, che sto andando contro corrente.

E dunque, farlo a cuor leggero, senza tante aspettative.

Conscio che le motivazioni per cui qualche stronzo abbia messo quei cartelli non le potrai conoscere fino all'(eventuale) arrivo.

Modificato da Percival
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Giraluna
Inviato

Esistono autori ai quali serve commentare davvero poco. Più che altro si tratta di compensare ciò che hanno ampiamente descritto. 

Quindi, ecco di seguito la mia compensazione. 

Spesso nel forum ho letto che gli uomini auspicano di essere quello che la donna cerca in quel momento poiché ella sarà più propensa ai fatti. Personalmente nell arco della mia vita mi sono sempre gettata col paracadute ben allacciato pur trovando chi faceva al caso mio, addirittura assicurandomi che anche quello di emergenza non avesse complicazioni.

Che risultati ho ottenuto "agendo" col freno a mano inserito?

Che me lo sono preso direttamente lì. Non intendo che sono stata fregata dagli altri. Anzi. Ho sempre fregato me stessa, pensando di essere più furba, più scaltra; sempre cinque passi avanti. E lo ero, lo ero eccome. Tuttavia potevo anche fregare gli altri, ma me stessa lo sapeva già che poi ne avrei pagato le conseguenze. 

I fatti parlavano chiaro: quel freno a mano andava sbloccato o prima o poi avrei fatto un testa coda che mi avrebbe uccisa, metaforicamente scrivendo, s intende. Ciò accadde. Non so precisamente quando né con chi, ma successe che un giorno mi ritrovai davanti ad una capoccia intelligente a parlare di quello che era accaduto sino ad allora e a ritrovarmi ora sempre più presente a me stessa. 

Agire non è paragonabile a tutti quei bla bla bla. In tre bla bla bla ho già preso un aereo/treno/macchina/triciclo andandomi a prendere ... Chi? Cosa?

Un sogno evanescente? Un attestato che confermi il mio passaggio al livello superiore? O l uomo che fa al caso mio in questo momento?

Poco importa. Quando senti dentro di te che hai le idee chiare in testa e puoi tramutarle in azioni l unica persona che fa al caso proprio siamo proprio noi stessi. 

Inoltre vogliamo discutere dei benefici che s innescano agendo? 

Miglior qualità del sonno, dell appetito; dell interazione verbale, della propensione a interagire con te da parte degli altri; della Vita.

Tuttavia restiamo coi piedi per terra: non sempre agire significa prendere decisioni facili. A volte sono così nette e imprescindibili tanta quanta è la consapevolezza che andranno inevitabilmente a ferire chi ami. Eppure vanno prese e messe in pratica perché se si vuole continuare ad amare bisogna prima amarsi. Frasi fatte, lo so. Concetti tritati da parole lette infinite volte. Ciò non ne cambia il risultato: si vive soprattutto di azioni e non solo di belle parole. 

Agite con coscienza. Anche se questa a volte vuole fare un po di nanna e cedere il passo ad un pizzico di follia, auguro che sia quella che regala baci appassionati, che fa stringere un'amicizia ritenuta dapprima improbabile o una collaborazione insperata proprio perché non si è rimasti ad aspettare e sperare e si è passati all azione. Ci si augura più spesso nel bene che nel male. 

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Percival
Inviato (modificato)
Il 21/8/2018 alle 13:53 , Balinese2016 ha scritto:

CUT

...e mi raccomando non dimenticate il paracadute... non si sa mai.

Ho riletto il tuo messaggio.

Questo passaggio mi ha fatto tornare in mente un post che scrissi tempo fa, in cui suggerivo ad un utente di fabbricarsi la sua maledetta fune di sicurezza.

 

Già, perché gli approcci più comuni post-musata in terra sono due:

 

- Continuare a lanciarsi dal burrone come un pazzo, senza fune.

- Smettere totalmente di lanciarsi (o stare sull'orlo del burrone a lamentarsi/scoraggiare gli altri), oppure impedire ogni forma e di profondità ai rapporti che si creano.

 

Ora: per quel che mi riguarda, la seconda alternativa del secondo approccio è ESTREMAMENTE tentatrice.

Estremamente.

Diventare di ghiaccio, ergere una muraglia contro cui far sfracellare ogni altro essere umano.

Stare ben lontani dal burrone, e stroncare tutto ai primi sentori dell'abisso.

Spesso ci riesco, ma questo cozza con e svilisce un altro lato importante della mia personalità (e di quella di molti): la necessità di profondità.

Già.

La totale assenza di profondità nei rapporti con la/le proprie donne toglie sapore alla (mia) vita.

Ne ho proprio una necessità intrinseca, irrinunciabile.

 

E dunque, l'idea di costruirsi un propria fune - elastica - di sicurezza.*

Con cui lanciarsi, per godere del brivido del volo.

Con cui risalire a prendere aria, quando la musata è imminente.

Con cui cercare di conciliare l'esigenza di salvarsi la pellaccia (leggasi: evitare sbriciolamenti psicologici) e quella di profondità.

Giocare al bungee-jumping.

 

Concettualmente sembra perfetto.

Alla prova pratica ha dei limiti importanti. I soliti limiti per cui la pratica (fatti) surclassa la teoria (parole).

*Non c'è nessuna sicurezza.

Difatti - e lo sto sperimentando proprio in quest'ultimo periodo - è veramente complicato fermarsi, mentre si scende a picco.

Quando c'è quel maledetto trasporto fisico ed emotivo, ti ritrovi in fondo alla gola in un battibaleno. Perdi la cognizione di te.

Come incantato dalle voci delle sirene...

 

E allora ti sfracelli.

Ti sfracelli lo stesso, oppure...FRENI.

Hai imparato a frenare, col tempo.

Ti aggrappi con le unghie alla parete rocciosa, punti i piedi e ti bruci la pelle per rallentare la caduta.

E ce la fai.

Ce la fai ma è sempre doloroso.

Devi sempre gestirti, spingere come un pazzo per evitare la botta.

Ci vuole sempre, ogni cazzo di volta, uno sforzo ATTIVO (certo, ogni volta sempre minore, ma mai nullo) per prendersi per i capelli prima dell'impatto.

 

NON ESISTE che dopo la prima, la seconda, la terza o la quarta volta diventi automatico, elastico, passivo.

NON. ESISTE.

Sono balle che ci si raccontano agli albori del proprio cammino, quando si crede che arrivati ad un certo punto diventerà tutto facile, automatico, economico.

Esiste imparare a gestirsi, esiste imparare come puntare i piedi, esiste imparare come risalire più in fretta, nonostante il dolore.

Esiste imparare a riconoscere quando si è nella merda e avere il coraggio, nonostante la paura, di conficcare quei piedi nella roccia senza guardare giù, senza guardare il suolo che si avvicina. Perché fa e farà sempre paura, la fine.

 

Se non si vuole rinunciare alla profondità, è necessario essere consapevoli che si dovrà accettare il dolore come componente ineliminabile del salto.

Anche se si è equipaggiati di paracadute, fune di sicurezza, o come la vogliamo chiamare.

 

Want deep love?

Are you ready to suffer?

 

tortured_heart_by_jicking13-d394q30.jpg.dea0c734cb45b66b776d5e68e356df9e.jpg

Modificato da Percival
Inviato
5 minuti fa, Percival ha scritto:

Ho riletto il tuo messaggio.

Questo passaggio mi ha fatto tornare in mente un post che scrissi tempo fa, in cui suggerivo ad un utente di fabbricarsi la sua maledetta fune di sicurezza.

 

Già, perché gli approcci più comuni post-musata in terra sono due:

 

- Continuare a lanciarsi dal burrone come un pazzo, senza fune.

- Smettere totalmente di lanciarsi (o stare sull'orlo del burrone a lamentarsi/scoraggiare gli altri), oppure impedire ogni forma e di profondità ai rapporti che si creano.

 

Ora: per quel che mi riguarda, la seconda alternativa del secondo approccio è ESTREMAMENTE tentatrice.

Estremamente.

Diventare di ghiaccio, ergere una muraglia contro cui far sfracellare ogni altro essere umano.

Stare ben lontani dal burrone, e stroncare tutto ai primi sentori dell'abisso.

Spesso ci riesco, ma questo cozza con e svilisce un altro lato importante della mia personalità (e di quella di molti): la necessità di profondità.

Già.

La totale assenza di profondità nei rapporti con la/le proprie donne toglie sapore alla (mia) vita.

Ne ho proprio una necessità intrinseca, irrinunciabile.

 

E dunque, l'idea di costruirsi un propria fune - elastica - di sicurezza.*

Con cui lanciarsi, per godere del brivido del volo.

Con cui risalire a prendere aria, quando la musata è imminente.

Con cui cercare di conciliare l'esigenza di salvarsi la pellaccia (leggasi: evitare sbriciolamenti psicologici) e quella di profondità.

Giocare al bungee-jumping.

 

Concettualmente sembra perfetto.

Alla prova pratica ha dei limiti importanti. I soliti limiti per cui la pratica (fatti) surclassa la teoria (parole).

*Non c'è nessuna sicurezza.

Difatti - e lo sto sperimentando proprio in quest'ultimo periodo - è veramente complicato fermarsi, mentre si scende a picco.

Quando c'è quel maledetto trasporto fisico ed emotivo, ti ritrovi in fondo alla gola in un battibaleno. Perdi la cognizione di te.

Come incantato dalle voci delle sirene...

 

E allora ti sfracelli.

Ti sfracelli lo stesso, ma FRENI.

Tu aggrappi con le unghie alla parete rocciosa, punti i piedi e ti bruci la pelle per rallentare la caduta.

E ce la fai.

Ce la fai ma è sempre doloroso.

Devi sempre gestirti, spingere come un pazzo per evitare la botta.

Ci vuole sempre, ogni cazzo di volta, uno sforzo ATTIVO per prendersi per i capelli prima dell'impatto.

 

NON ESISTE che dopo la prima, la seconda, la terza o la quarta volta diventi automatico, elastico, passivo.

NON. ESISTE.

Sono balle che ci si raccontano agli albori del proprio cammino, quando si crede che arrivati ad un certo punto diventerà tutto facile, automatico, economico.

Esiste imparare a gestirsi, esiste imparare come puntare i piedi, esiste imparare come risalire più in fretta, nonostante il dolore.

Esiste imparare a riconoscere quando si è nella merda e avere il coraggio, nonostante la paura, di conficcare quei piedi nella roccia senza guardare giù, senza guardare il suolo che si avvicina. Perché fa e farà sempre paura, la fine.

 

Se non si vuole rinunciare alla profondità, è necessario essere consapevoli che si dovrà accettare il dolore come componente ineliminabile del salto.

Anche se si è equipaggiati di paracadute, fune di sicurezza, o come la vogliamo chiamare.

 

Want deep love?

Are you ready to suffer?

 

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Il riferimento non era casuale, anzi mi stupisce che non te ne sia accorto prima! 

Pensare di essere immuni dalla sofferenza è a dir poco utopico. Sono certa che la felicità vada di pari passo con il dolore, e sebbene sia una vera merda soffrire ti fa sentire vivo come pochissime altre cose. Bello il paragone con il bunjee dove per una frazione di secondo la tua mente ha accettato di morire, ed ecco che arriva li la fune a tirarti via, che ti riporta ala vita, senza però cancellare chiamiamolo “il terrore” (almeno nel mio caso) provato prima.  

A cosa serve il paracadute? A risalire più in fretta come dici te, anche se l’esperienza che precede il salvataggio sarà ugualmente ed inesorabilmente la stessa.

 

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OuterSpace
Inviato

Innanzitutto, sappi che sono d'accordo con ogni sillaba del tuo intervento.

Attualmente frequento una ragazza, di cui sono cotto perso, con cui non sarei riuscito a costruire nulla se non avessi fatto di questo principio una delle mie colonne portanti, sicché lei è molto ma mooooolto incoerente nel raccordo tra verba e facta. Ma al contrario.

Non promette nulla a voce, ma "c'é", è presente, mi da dimostrazioni.

Quindi ok, mi baso sui facta.

Il problema è che i facta, se non corroborati dai verba, lasciano spesso spazio a mille interpretazioni. 

Non capita infatti di porsi, in assenza di conferme verbali, la domanda: "quel gesto, cosa avrà voluto dire?"

Ma la cosa che mi preme di più approfondire con te, che sei un utente che personalmente stimo molto e leggo volentieri, è la questione della fune.

Qual è, @Percival, la tua fune di sicurezza?

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