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Carnacki
Inviato
Il 15/5/2020 alle 13:39 , sasa4 ha scritto:

Sul forum c'è un meccanismo ricorrente, uno schema mentale che vedo di frequente: "come faccio con la ragazza quando.."

Quando studiai il galateo (per entrare in una accademia) c'erano delle norme comportamentali per cui si prevedeva di dare la precedenza ad anziani, bambini e donne. In questo ordine.

Ad un certo punto mi chiesi cosa avessero in comune queste tre figure e girai lo sguardo interno verso le mie conoscenze medico-scientifiche.

Bambino mmm...anziano mmm....donna mmm...

Cosa hanno in comune? (oltre al lato prestazionale di tipo fisico)

E lì ho avuto una illuminazione, una idea.

Sono tre classi di individui che hanno in comune un uso minore, rispetto all'uomo adulto, della corteccia pre-frontale dedicata alla elaborazione razionale della realtà.

La donna adulta dispone certamente di queste facoltà in maniera maggiore rispetto ai restanti due, ma in letteratura è ampiamente riportato come il funzionamento dell'emisfero destro e dei circuiti limbici (di alcune strutture rispetto ad altre) sono più accentuati nella donna che nell'uomo.

Per questo la donna subisce maggiormente traumi emotivi, è più predisposta alla depressione, ai disturbi d'ansia e così via; per questo la donna ha maggiori capacità intuitive (sfrutta maggiormente l'euristica e la deduzione - il volgare sesto senso -), di elaborazione ideativa fantasiosa oltre a tante funzioni prevalentemente destrogene con una diversa capacità di modulare il controllo cognitivo su quello emotivo e sensoriale.

Anziani, bambini e donne, così come quando l'uomo si dimentica di avere le palle e diventa un mezzo frocio o ritorna al suo stadio disfunzionale di bambino, hanno comportamenti per certi versi simili, quindi affrontabili in modo simile.

Se uno schema vale per uno, vale anche più o meno per l'altro.

Tutti e quattro (compreso l'uomo bimbo) vanno compresi, accettati, curati, accompagnati così come vanno stimolati non sul piano razionale, ma su quello emotivo-sensoriale.

Toccare con la mano, mostrare qualcosa, abbassare e rallentare il tono di voce ed altro.

Nel momento in cui ad un bimboccione di 45 anni, ad un anziano, ad una donna, ad un bimbo inizi a parlare e cercarlo di farlo ragionare con i tuoi schemi stai fallendo miseramente.

Per non sembrare maschilista, che non lo sono, ovvio che la donna non è sempre così, ma spende molto più tempo dell'uomo medio con le palle (o presunte tali) ad avere tali comportamenti, soprattutto se la società le dice che vanno bene e lei per rinforzo positivo di tipo skinneriano continua a farlo come una cretina.

Riformulando quindi la domanda: quando una PERSONA fa così, come bisogna comportarsi?

La risposta è non entrare nel setting, cornice, frame, chiamalo come ti pare.

"Che palle non ho nulla da mettere".

Cosa vorresti rispondere a na roba del genere?

Io risponderei: "vabbene, qui ci sono 150 euro, vai sui internet e trovami una escort estone e poi togliti dalle palle".

Tornando seri (anche se in realtà lo ero) tu chiedi inoltre se è funzionale farlo alla lunga.

Se applichi questo modello a tutte le persone, ripeto PERSONE, non solo donna con la quale doversi riprodurre, questo tipo di circuito nemmeno si instaura.

Perché io sono d'accordo nel consigliare e dare strumenti per un percorso, ma quando davvero la persona te lo sta chiedendo, quando davvero ci sono le prerogative per farlo.

Altrimenti, non appena entri nel meccanismo, sei fregato, perché diventi autonomamente salvatore e, non risolvendo ovviamente il problema (perché non esiste nessun problema risolvibile con strategie razionali e di problem solving), lei ad un certo punto ti manda affanculo (transizione vittima-carnefice) e si scopa ad uno che manco se la caga.

Quante volte lo avete sentito questo?

Non è meglio essere quello che non se le caga e se le tromba?

E questo non vuol dire fare neg o altra roba di cui scusate non conosco nemmeno gli acronimi.

Vuol dire questo.

Essere adulti. Con le palle. E quelle si toccano solo quando si fa sesso.

Discorso molto interessante, che ho ritrovato pure nelle ultime dirette di Antonio Quaglietta.

Io in primis sto iniziando ad osservare e dialogare di più con il bambino di 6 anni che è in me e che soprattutto fino a un paio d'anni fa quando non si sentiva capito dava di matto.

La mia domanda è, preso atto ad esempio dei comportamenti da bambini di nonni e genitori (ormai sulla via dell'anzianità), comportamenti che sono sempre più frequenti, come agire? Perchè il non agire non so se possa funzionare sempre.

Ad esempio mi sto ponendo con mia nonna molto come se parlassi con una bambina, la rassicuro su alcune cose, su altri finti problemi che si crea da sola passo oltre, cosa che mia madre non riesce a fare, instaurando quasi sempre con lei un rapporto in cui una volta mia nonna è carnefice, quella dopo vittima, alle volte pure nella stessa telefonata

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Inviato
2 ore fa, Improve Your Skill ha scritto:

La mia domanda è, preso atto ad esempio dei comportamenti da bambini di nonni e genitori (ormai sulla via dell'anzianità), comportamenti che sono sempre più frequenti, come agire? Perchè il non agire non so se possa funzionare sempre.

Ad esempio mi sto ponendo con mia nonna molto come se parlassi con una bambina, la rassicuro su alcune cose, su altri finti problemi che si crea da sola passo oltre, cosa che mia madre non riesce a fare, instaurando quasi sempre con lei un rapporto in cui una volta mia nonna è carnefice, quella dopo vittima, alle volte pure nella stessa telefonata

Hai toccato un tema delicato perché la calibrazione quando si parla degli affetti più cari è ancora più difficile.

E dico difficile perché nel momento in cui abbiamo un dato comportamento con loro, che magari abbiamo applicato con altri al di fuori del nucleo familiare, è facile rimanere preda dei sensi di colpa.

Il senso di colpa è una difesa verso i sentimenti di rabbia o qualsiasi comportamento che noi pensiamo possa ledere le persone che si prendono cura di noi, per cui pensiamo che possano allontanarsi (non accettarci e non volerci più bene) e finiamo con l'attribuire la colpa a noi stessi.

Un meccanismo che si apprende sin dalla tenera età quando dare la colpa alle nostre figure di attaccamento, se ci abbandonano per esempio, potrebbe significare perderle per sempre, per cui quei sentimenti di rabbia li trasferiamo su di noi, di fatti auto-alimentando il nostro giudizio interno.

Loro ci abbandonano e la colpa è nostra.

Facile poi traslare questo giudizio verso altri schemi relazionali, soprattutto nella dinamica delle dipendenze affettive e co-dipendenze (il bimbo infatti dipende dalla figura di attaccamento, da cui scaturisce tutto ciò).

Se diciamo che vogliamo scopare una donna ci sentiamo in colpa perché possiamo urtarla e quindi la perderemmo, se diciamo a quel collega che è un coglione ci possiamo sentire in colpa perché poi chissà cosa penserebbero di noi nell'ambiente di lavoro, se un amico attacca un piagnisteo continuo non gli diciamo di andare ad escort o volersi più bene e poi ritornare perché rischiamo di offenderlo o che lui si allontani. E così via.

Si dipende dalla validazione che riceviamo nello scoparci una cretina, si dipende dal giudizio esterno, si dipende dall'affetto di quell'amico o di quella persona.

Ma questi sono meccanismi assolutamente comuni della nostra società fondata appunto sul giudizio e sui bisogni indotti (avere sempre bisogno di qualcosa che esuli dai bisogni primari o addirittura li enfatizzi - penso alla dipendenza da cibo -).

Questa forma di giudizio ti sta sostanzialmente impedendo di esprimerti liberamente creando ulteriore giudizio (per questo parlavo di auto-alimentazione) che agisce sulla tua mente come una vera e propria autorità, reprimendo i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, le tue azioni.

Mi viene in mente il canonico "non si fa". Se lo fai potresti perdere le cure e l'affetto di quella figura per te indispensabile e calerebbe una nube di terrore.

Il conflitto interno che genera da tutto questo è una quota di energia che alberga dentro di te, che in qualche modo deve uscire e lo farà tramite le difese primarie o secondarie.

E l''espressione massima di questa repressione è rappresentata dallo spettro dei disturbi depressivi (uno dei sintomi più costanti è proprio il senso di colpa - DSM V -).

Una delle conquiste che un uomo adulto può fare per sé stesso e per chi gli sta intorno è liberarsi da questo loop insano che genera lotte intestine.

E parlo di conquista perché nel modello di società che più in alto ti accennavo è una lotta continua con le figure che ti formano e con tutte le persone che seguono tale schema comportamentale che incontrerai nella vita. E sono tante.

Guardare al corrispettivo del mondo animale ha poco senso, perché essi non hanno creato sovrastrutture nelle quali inserire erroneamente come naturali concetti come dignità, orgoglio, giustizia/ingiustizia, verità/falsità e altri elementi sottoponibili al giudizio meramente soggettivo che influenza l'esame di realtà.

L'animale è inscritto in un sistema gerarchico, variabilmente organizzato, all'interno del quale rispetta il proprio ruolo operativo con fini adattivi per sé e per il gruppo, la cui alternativa è o cercare di ristrutturare le competenze individuali (come accade per chi vive in branco come i lupi) o di abbandonarlo e crearsene uno nuovo (dispersione).

Di certo il padre del leoncino non sta lì a dirgli che deve andare a messa la domenica mattina perché altrimenti finisce all'inferno, ma gli fornisce del cibo commestibile o lo "redarguisce" quando si allontana troppo dal gruppo perché rischierebbe di morire.

Tutto questo per dire del fardello che ci hanno lasciato in eredità i nostri genitori e alcune persone (se non tutte) che ci hanno accompagnato durante le nostre diverse fasi di crescita, e che continuano anche oggi a farlo, purtroppo.

E quel fardello a loro ritorna.

Perché molto spesso non riusciamo a comprendere il confine entro qualcosa che viene fatto perché lo si vuole (si sente) veramente o qualcosa che viene fatto altrimenti ci sentiamo in colpa nel caso non lo facessimo.

A chiunque dispiace se i propri genitori sono rinchiusi in relazioni monogame da anni, litigano ogni santo giorno, ripetono sempre le stesse tiritere in inutili stereotipie, stanno sempre a giudicare sé stessi e gli altri, si lamentano della loro condizione o di ciò che secondo loro non hanno, sono scontenti in quanto credono che nessuno li pensi o si prenda cura di loro etc.

Ma un conto è dispiacersi ed accettarlo con la consapevolezza che ciò possa accadere a tutti ed anche a loro, un conto è provare a rimediare perché altrimenti ci si sente in colpa per non poterlo o volerlo fare, per non fare in modo che la loro situazione migliori.

La completa noncuranza e disinteresse è tutt'altra cosa e non riguarda questo discorso.

Perché poi si rischia che loro, in un'ottica egoistica, restino ancorati a zone di comfort che durano oramai da decine di anni con scarso o nullo insight, che sono la ragione di tali comportamenti e che si acuiscono naturalmente con l'avanzare dell'età.

Ed in quel caso perderesti tu, in termini di tempo ed energie, e perderebbero loro in termini di mancata risoluzione del problema (che realmente non esiste o non è concretamente risolvibile).

Ma se sei guidato dal senso di colpa avresti difficoltà a comprendere che è un sistema a perdere, perché non lo staresti facendo per loro, ma lo staresti facendo per alleviare la tua angoscia dal senso di colpa stesso.

Lo staresti facendo per te.

Quindi ancora una volta, se il problema riguarda condizioni di salute, difficoltà economiche o una loro esplicita richiesta di un problema comunque concretamente risolvibile, se ci tieni sii il primo ad offrirti disponibile a cercare di risolverlo perché realmente lo vuoi.

In tutti gli altri casi tirati fuori, consiglio spassionato.

È difficile lo so, ma non ci guadagna nessuno, l'ho imparato sulla mia pelle.

E se ci perdi anche tu, perdono tutte le persone che a loro volta sono intorno a te con tanti segni - nel sistema.

 

 

 

 

 

 

 

Dr_Epic69
Inviato
12 ore fa, Improve Your Skill ha scritto:

Ad esempio mi sto ponendo con mia nonna molto come se parlassi con una bambina, la rassicuro su alcune cose, su altri finti problemi che si crea da sola passo oltre, cosa che mia madre non riesce a fare, instaurando quasi sempre con lei un rapporto in cui una volta mia nonna è carnefice, quella dopo vittima, alle volte pure nella stessa telefonata

Interessante questo punto di vista che è esattamente il modus operandi opposto a quello che attuo io con la mia, che soffre di una presunta Depressione.

Presunta ovviamente per me.

Depressione in questo contesto e nel mio pensiero è una ricerca di attenzioni continua e quindi comportarsi come un bambino a parer mio ha poco senso, anzi ha bisogno qualcuno che gli dica la realtà e su cui scontrarsi per rimanere viva. Ma è un idea mia senza cognizione di prove effettive.

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Carnacki
Inviato
9 ore fa, sasa4 ha scritto:

Hai toccato un tema delicato perché la calibrazione quando si parla degli affetti più cari è ancora più difficile.

E dico difficile perché nel momento in cui abbiamo un dato comportamento con loro, che magari abbiamo applicato con altri al di fuori del nucleo familiare, è facile rimanere preda dei sensi di colpa.

Il senso di colpa è una difesa verso i sentimenti di rabbia o qualsiasi comportamento che noi pensiamo possa ledere le persone che si prendono cura di noi, per cui pensiamo che possano allontanarsi (non accettarci e non volerci più bene) e finiamo con l'attribuire la colpa a noi stessi.

Un meccanismo che si apprende sin dalla tenera età quando dare la colpa alle nostre figure di attaccamento, se ci abbandonano per esempio, potrebbe significare perderle per sempre, per cui quei sentimenti di rabbia li trasferiamo su di noi, di fatti auto-alimentando il nostro giudizio interno.

Loro ci abbandonano e la colpa è nostra.

Facile poi traslare questo giudizio verso altri schemi relazionali, soprattutto nella dinamica delle dipendenze affettive e co-dipendenze (il bimbo infatti dipende dalla figura di attaccamento, da cui scaturisce tutto ciò).

Se diciamo che vogliamo scopare una donna ci sentiamo in colpa perché possiamo urtarla e quindi la perderemmo, se diciamo a quel collega che è un coglione ci possiamo sentire in colpa perché poi chissà cosa penserebbero di noi nell'ambiente di lavoro, se un amico attacca un piagnisteo continuo non gli diciamo di andare ad escort o volersi più bene e poi ritornare perché rischiamo di offenderlo o che lui si allontani. E così via.

Si dipende dalla validazione che riceviamo nello scoparci una cretina, si dipende dal giudizio esterno, si dipende dall'affetto di quell'amico o di quella persona.

Ma questi sono meccanismi assolutamente comuni della nostra società fondata appunto sul giudizio e sui bisogni indotti (avere sempre bisogno di qualcosa che esuli dai bisogni primari o addirittura li enfatizzi - penso alla dipendenza da cibo -).

Questa forma di giudizio ti sta sostanzialmente impedendo di esprimerti liberamente creando ulteriore giudizio (per questo parlavo di auto-alimentazione) che agisce sulla tua mente come una vera e propria autorità, reprimendo i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, le tue azioni.

Mi viene in mente il canonico "non si fa". Se lo fai potresti perdere le cure e l'affetto di quella figura per te indispensabile e calerebbe una nube di terrore.

Il conflitto interno che genera da tutto questo è una quota di energia che alberga dentro di te, che in qualche modo deve uscire e lo farà tramite le difese primarie o secondarie.

E l''espressione massima di questa repressione è rappresentata dallo spettro dei disturbi depressivi (uno dei sintomi più costanti è proprio il senso di colpa - DSM V -).

Una delle conquiste che un uomo adulto può fare per sé stesso e per chi gli sta intorno è liberarsi da questo loop insano che genera lotte intestine.

E parlo di conquista perché nel modello di società che più in alto ti accennavo è una lotta continua con le figure che ti formano e con tutte le persone che seguono tale schema comportamentale che incontrerai nella vita. E sono tante.

Guardare al corrispettivo del mondo animale ha poco senso, perché essi non hanno creato sovrastrutture nelle quali inserire erroneamente come naturali concetti come dignità, orgoglio, giustizia/ingiustizia, verità/falsità e altri elementi sottoponibili al giudizio meramente soggettivo che influenza l'esame di realtà.

L'animale è inscritto in un sistema gerarchico, variabilmente organizzato, all'interno del quale rispetta il proprio ruolo operativo con fini adattivi per sé e per il gruppo, la cui alternativa è o cercare di ristrutturare le competenze individuali (come accade per chi vive in branco come i lupi) o di abbandonarlo e crearsene uno nuovo (dispersione).

Di certo il padre del leoncino non sta lì a dirgli che deve andare a messa la domenica mattina perché altrimenti finisce all'inferno, ma gli fornisce del cibo commestibile o lo "redarguisce" quando si allontana troppo dal gruppo perché rischierebbe di morire.

Tutto questo per dire del fardello che ci hanno lasciato in eredità i nostri genitori e alcune persone (se non tutte) che ci hanno accompagnato durante le nostre diverse fasi di crescita, e che continuano anche oggi a farlo, purtroppo.

E quel fardello a loro ritorna.

Perché molto spesso non riusciamo a comprendere il confine entro qualcosa che viene fatto perché lo si vuole (si sente) veramente o qualcosa che viene fatto altrimenti ci sentiamo in colpa nel caso non lo facessimo.

A chiunque dispiace se i propri genitori sono rinchiusi in relazioni monogame da anni, litigano ogni santo giorno, ripetono sempre le stesse tiritere in inutili stereotipie, stanno sempre a giudicare sé stessi e gli altri, si lamentano della loro condizione o di ciò che secondo loro non hanno, sono scontenti in quanto credono che nessuno li pensi o si prenda cura di loro etc.

Ma un conto è dispiacersi ed accettarlo con la consapevolezza che ciò possa accadere a tutti ed anche a loro, un conto è provare a rimediare perché altrimenti ci si sente in colpa per non poterlo o volerlo fare, per non fare in modo che la loro situazione migliori.

La completa noncuranza e disinteresse è tutt'altra cosa e non riguarda questo discorso.

Perché poi si rischia che loro, in un'ottica egoistica, restino ancorati a zone di comfort che durano oramai da decine di anni con scarso o nullo insight, che sono la ragione di tali comportamenti e che si acuiscono naturalmente con l'avanzare dell'età.

Ed in quel caso perderesti tu, in termini di tempo ed energie, e perderebbero loro in termini di mancata risoluzione del problema (che realmente non esiste o non è concretamente risolvibile).

Ma se sei guidato dal senso di colpa avresti difficoltà a comprendere che è un sistema a perdere, perché non lo staresti facendo per loro, ma lo staresti facendo per alleviare la tua angoscia dal senso di colpa stesso.

Lo staresti facendo per te.

Quindi ancora una volta, se il problema riguarda condizioni di salute, difficoltà economiche o una loro esplicita richiesta di un problema comunque concretamente risolvibile, se ci tieni sii il primo ad offrirti disponibile a cercare di risolverlo perché realmente lo vuoi.

In tutti gli altri casi tirati fuori, consiglio spassionato.

È difficile lo so, ma non ci guadagna nessuno, l'ho imparato sulla mia pelle.

E se ci perdi anche tu, perdono tutte le persone che a loro volta sono intorno a te con tanti segni - nel sistema.

 

 

 

 

 

 

 

Ti ringrazio per la risposta.

Molto di ciò che hai descritto lo rivedo nella mia famiglia, soprattutto dalla parte di mia madre e di mia nonna: il senso di colpa è radicato.

Per mia (forse) fortuna, quando ho interrotto la mia LTR ormai un anno fa ho avuto come un reality check, il senso di colpa che mi attanagliava spesso nella mia relazione si è mutato nel concetto di responsabilità. Perciò ad oggi raramente mi sento in colpa o mi sento di fare qualcosa per alleviare questo senso di colpa, quanto più invece agisco per senso di responsabilità.

Per fare un esempio anche molto banale, più volte mia madre ha tentato di farmi sentire in colpa perchè la sera dopo il lavoro uscivo, quando invece sarebbe stato meglio (secondo il suo frame) restare a casa a riposare. La sua frase classica era "c'è davvero bisogno di uscire?", poi poco importa che magari stessi uscendo per allenarmi, o comunque per fare una cosa che mi rilassasse e mi facesse ricaricare dopo una giornata di lavoro... per lei questo concetto non esiste(va).

Ecco, di fronte a questa cosa non c'è stata una singola sera in cui abbia anche solo valutato l'ipotesi di rimanere in casa, a fronte di queste sue considerazioni.

Tornando al caso di mia nonna, e ricollegandomi anche alla risposta di @Dr_Epic69, più volte sono stato schietto e diretto con lei del tipo "problema --> soluzione". Col tempo tuttavia ho capito che (come anche ribadito più volte sul forum in altri interventi) mia nonna della soluzione non se ne fa nulla. A darle una soluzione, le stai facendo uno sgarbo, perchè la preoccupazione è la sua droga. Personalmente allora ho risolto sentendola di tanto in tanto, a piccole dosi, senza farmi il fegato amaro a spiegarle qualcosa che tanto non riesce a capire.

Con i miei invece, come dice @sasa4, mi son proprio tirato fuori.

Quando litigano, discutono, fanno i bambini fra loro due, io mi faccio i fatti miei. Non divento il terzo del gruppo.

E sicuramente il prima possibile vedrò di andarmene.

Non che a loro non voglia bene, o ce l'abbia con loro, anzi proprio perchè vedo i grossi limiti che hanno non ce l'ho con loro.

Tuttavia hanno proprio un modo di vivere, di interagire del quale - sotto certi aspetti - voglio far parte il meno possibile.

Inviato
9 minuti fa, Improve Your Skill ha scritto:

Quando litigano, discutono, fanno i bambini fra loro due, io mi faccio i fatti miei. Non divento il terzo del gruppo.

E sicuramente il prima possibile vedrò di andarmene.

Non che a loro non voglia bene, o ce l'abbia con loro, anzi proprio perchè vedo i grossi limiti che hanno non ce l'ho con loro.

Il lavoro che facciamo su noi stessi ci permette di rimuovere con difficoltà tante scorie e acquisire quel senso di responsabilità che tu dicevi, prima per sé stessi e poi per gli altri (possibilmente evitando di fare i salvatori della patria, lì altrimenti si scadrebbe nel modello comportamentale del salvatore appunto).

Il senso di responsabilità è già in parte acquisito nel momento in cui decidi di andare a fondo, dentro te stesso, per cercare di scovare le tue zone erronee, ma soprattutto la matrice che le genera.

L'irresponsabile non è quello che a 40 anni, nel massimo del suo valore riproduttivo, non vuole mettere la testa a posto (per la maschera che ti affibbia la società), ma è quello che con il suo comportamento, a sua volta generato da pensieri e sentimenti/emozioni disfunzionali e incoerenti, sta recando danno (azione con esito a segno -) a sé stesso e agli altri.

Un pò lo stupido del grafico di Cipolla che mostrava Aivia l'altro giorno.

Lo stupido è colui infatti che anche se vede che le cose non vanno bene per sé e per il contesto in cui vive, non si ferma ad un certo punto e pronuncia la parola magica: perché?

Poi andrebbe visto il tipo di quesiti e di risposte che si pone, ma si entra in un altro discorso.

Con quella responsabilità noi ci stiamo chiedendo il motivo, il perché di tutto questo, mettendoci in discussione, mettendo in discussione comportamenti che abbiamo adottato magari per anni e anni, e che hanno portato risultati più o meno costanti.

E lo facciamo per noi e per gli altri. L'altruismo vero per distinguerlo da quello falso del narcisista, adoperato per manipolare.

Faccio qualcosa affinché tu faccia qualcosa per me. Il contratto implicito che ci insegnano da piccoli.

Non sia mai fare qualcosa senza avere qualcosa in cambio.

Ad un altro utente avevo scritto che essere realisti presuppone la consapevolezza che ci siamo noi, ma anche un ambiente esterno, e che siamo legati da una relazione reciproca di tipo dinamico, tutto cambia continuamente in un flusso costante in cui sono gli stessi elementi a modificarsi, a plasmarsi variabilmente.

Ogni singola cosa genera a sua volta una azione o una reazione. Tra le due c'è enorme differenza, ma esula dall'obiettivo del commento.

E il positivismo viene immediatamente smentito da questo ragionamento, possiamo infatti stare lì e passare la nostra vita a depurarci da tali scorie, ma se queste ci vengono scagliate continuamente dall'esterno diventa un loop disfunzionale, un circolo vizioso.

L'ambiente è più forte dell'individuo perché è l'individuo che si adatta ad esso.

Che poi oggi l'uomo sta cercando, nel contesto di un potente e continuo impulso narcisistico, di cambiare l'ambiente affinché accada il contrario, stiamo tutti vedendone i risultati.

Cambiare ambiente operativo nel momento in cui questo sia tossico diventa una esigenza, non più una possibilità.

Anche qui c'è la sottile differenza tra il farlo per il proprio benessere, consapevolmente, e il farlo per ribellione, perché una volta cresciuti tendiamo con il senso di rivalsa a voler prendere finalmente il controllo di noi stessi, per cui ci allontaniamo da casa, ma finiamo con l'essere nuovamente scontenti.

Nel secondo caso evidentemente il malessere non è nell'ambiente, è dentro di noi.

Nel primo caso invece un segno + si produce e varrebbe per te.

Ma c'è qualcosa che può impedirti di farlo e sono le frasi evidenziate in grassetto.

Non è che non li voglia bene o ce l'abbia con loro

Tendiamo spontaneamente a puntualizzare (non sono rivolto a te personalmente) perché per la società o per il senso comune volerci allontanare dai nostri affetti o da una qualsiasi fonte sociale è identificata come uno strappo, un isolamento, un rinnego. Rinnego verso quella determinata fonte.

Questo si riflette su quello che scrivevo in merito dell'isolamento e sulla introversione. Uno vuole stare per cazzi suoi per ricaricarsi, ma viene giudicato perché noi siamo esseri sociali, può essere mai..

Sopra spiegavo che effettivamente quello strappo può esserci se ci stiamo ribellando a qualcuno (rabbia narcisistica), ma se prendiamo questa decisione con consapevolezza e responsabilità, per noi e degli altri non ce ne fottiamo, ci stiamo semplicemente "disperdendo" per formare nuovi nuclei familiari.

È il corso della vita.

Ma sappiamo quanto sia difficile per la società attuale seguire la natura.

E tornando al mondo animale, il leoncino può ritrovare il padre che lo ha cresciuto, essergli grato, portargli del cibo perché magari è un pò vecchio e stanco (bisogno primario vero e concreto), ma non sta lì a lenire le sue ferite narcisistiche di 60 anni fa che non ha mai voluto risolvere.

Jung parlava dei comportamenti dei figli come rappresentazione dei conflitti interni dei genitori. Guardatevi intorno e vedete che rappresentazione avete davanti.

Per cui una persona sente di doversi allontanare per seguire il proprio percorso, il proprio cammino, ma può essere frenata sempre da quel dannato senso di colpa (tornare al commento precedente per la soluzione al quesito).

Vedo i grossi limiti che hanno, non ce l'ho con loro.

Accettare che loro possano avere quei limiti per un motivo o per un altro (devono avere quei limiti per una serie indeterminata di eventi successivi e concatenati = realtà) e che se loro per primi non si sono mai chiesti del perché, o hanno formulato domande scorrette, non possiamo noi scendere con la bacchetta magica e risolvere tutti i problemi, specie se accumulati negli anni.

Accettare vuol dire non giudicarli, è facile scriverlo, ma molto difficile praticarlo.

Non giudicarli vuol dire prendere consapevolezza della realtà che definivo tra parentesi.

Se avessero fatto qualcosa per loro avrebbero cambiato la loro realtà, ma evidentemente così non è stato.

Ma la realtà è quella, qui ed ora. Un bel respiro profondo e si va avanti.

Il senso di colpa anche qui diventa protagonista: "ma posso mai lasciare che loro stiano così?"

Questo accade se li stai giudicando, se stai traducendo il loro comportamento come negativo, ingiusto, anormale.

Quando accetti e smetti di giudicarli, automaticamente non ti senti in colpa di nulla, perché sai che evidentemente deve andare così.

Loro e la società cercheranno sempre di manipolarti provando a rincarare quel senso di colpa, ma tu oramai immune, sorriderai.

 

Tony Montana
Inviato
On 5/13/2020 at 10:46 PM, ^'V'^ said:

Forse mando qualcosa di Frankie 2 Fingers, Willy L'Orbo e Cute Lady su Eudaimonia. 

2020-04-19 12.10.54.00_00_18_17.Still001d.png

 

Mi sono visto i video su una panchina al sole, in un parco con una ragazza e un bicchiere di birra.

Durante il video le spiegavo eccitato tutti gli antefatti e lei se la rideva di gusto.

- Chi ti ha mandato questi video?
- È un canale di Aivia.
- Aivia non è quel tipo che crede di essere un vampiro? Pensavo tu/voi foste interessati solo a scopare tutte le ragazze.
- (Musetto offesso)
- Ok, scusa scusa:)

Abbiamo finito per farci mangiare dalle mani dai piccioni. Ora sto cercando di insegnarle a non temere ragni e insetti.

Quercia
Inviato (modificato)

 

Spoiler

image.thumb.png.c653727631f10751963a44a95fb34a73.png

 

Deve essere una tentazione continua e martellante quella di tenere 4 porno aperti in contemporanea con questo setup

Modificato da Quercia
fffff98
Inviato
On 5/18/2020 at 12:19 PM, Improve Your Skill said:

E sicuramente il prima possibile vedrò di andarmene.

Non che a loro non voglia bene, o ce l'abbia con loro, anzi proprio perchè vedo i grossi limiti che hanno non ce l'ho con loro.

Tuttavia hanno proprio un modo di vivere, di interagire del quale - sotto certi aspetti - voglio far parte il meno possibile.

la maledizione di nascere medio borghese (same io)

pensa che il tuo pariestetico parieconomico del nord europa vive da solo dai 19 anni grazie al fatto che pur avendo un governo che vieta la prostituzione incentiva il de mammonizamento (nun so come chiamarlo)

e io preferisco andare a pro in thailandia che vivere con mi madre fino ai 30 (anche se in uno stato normale entrambe le cose sono garantite)

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