ArmandoBis [Partecipante] 5476 Inviato 16 Aprile 2023 Inviato 16 Aprile 2023 Città del Messico è enorme: muoversi lí è una sfida costante. Ma ci sono, ovvio, delle differenze; ci sono, grosso modo, tre maniere. Milioni e milioni che vivono in quartieri lontani e che non hanno la macchina escono, ogni mattina prima dell’alba, dalle loro case per raggiungere a piedi un autobus che li avvicini alla metropolitana e in quel viaggio stanno tutti ammassati e a volte poi c’è un altro autobus; di solito non sono meno di due ore all’andata, due ore al ritorno, o anche tre. Milioni che vivono in quartieri piú o meno lontani e hanno la macchina escono, ogni mattina all’alba, per attraversare strade e ingorghi; di solito sono una o due ore all’andata, altrettante al ritorno, seduti in pace, da soli. Migliaia che vivono in quartieri eleganti e hanno la macchina e hanno un autista escono quando vogliono e si occupano delle loro cose nelle loro macchine, leggono, parlano, risolvono tutto dalle loro macchine; ci va parecchio tempo, ma loro lo possono sfruttare. A Città del Messico non ci sono piú ingorghi, trancones – o atascos o tacos o colas o embotellamientos. Il concetto di ingorgo è ottimista: presuppone di fermare qualcosa che fluisce. Qui è da tempo che nessuno si aspetta piú che le macchine – coches o carros – fluiscano: si sa che sono tante – piú di dieci milioni –, che non ci stanno; che, in certe ore, si muoveranno a passo d’uomo. Non c’è accordo sugli effetti di questo sistema sulle menti e sui corpi. È evidente che in tutto quel tempo – diciamo per un quarto del loro tempo di veglia – la maggior parte degli abitanti di Città del Messico, i chilangos, bloccata negli ingorghi, pensa. O meglio: non può fare molto di piú che pensare, ricordare, sonnecchiare, ascoltare distrattamente una radio o della musica, temere di essere rapinata. Questo è chiaro; a essere ignorati sono gli effetti di tutta questa introspezione sulla vita di una comunità. Non ci sono molti esempi a cui far riferimento; siamo in un territorio sconosciuto. E c’è chi teme il peggio – anche se nessuno ti spiega bene quale sarebbe. Si è detto: giorni e giorni di tragitti in metropolitana e non ho visto uno solo di quegli esseri che qui chiamano, a volte con stima, a volte con disprezzo, güeros – per non chiamarli bianchi. Ma la divisione in classi non è l’unica. Sulle metropolitane e sui metrobus di Città del Messico ci sono vagoni o spazi riservati alle donne. Sono stati istituiti nel 2000 e si presentano come l’unico modo per evitare toccatine, molestie, abusi; il sesso come guerra. (Juanvilloro mi manda in quei sobborghi che circondano la città come un promemoria, una triste memoria del futuro, e io obbedisco: vado a Ecatepec. Ecatepec è uno dei tanti distretti che, a livello amministrativo, non fanno parte di Città del Messico, ma sí della sua continuità urbana. Ecatepec si è popolato negli anni Ottanta, con le grandi migrazioni interne. Nelle sue strade c’è povertà ma non miseria: le case sono di mattoni, di solito hanno l’intonaco, porte e finestre, qualche forma d’acqua e di elettricità, e in una piazza senza alberi è arenato un grande aereo in disuso; è un gioco e anche una biblioteca. Ecatepec è il piú grande di questi distretti suburbani. Sono quasi due milioni di abitanti poveri: quelli che hanno un lavoro, di solito ce l’hanno in città, ore di viaggio. Nei supermercati del centro di Città del Messico, un chilo di mandarini costa tra i 15 e i 20 pesos, quasi un euro; qui, nel mercato popoloso, colorato, costa 5 pesos. A Ecatepec molte case sono colorate: c’è chi dice che il governo, invece di regalare vernice, potrebbe pensare di piú alle vite di chi ci abita. A Ecatepec c’è una funivia che non si inerpica sui pendii e non salta valichi, non evita ostacoli geografici bensí umani: è il modo di avanzare attraverso il labirinto di case e strade contorte. O fortificate: in molte strade ci sono dossi alti, aggressivi, che i residenti piazzano per bloccare le macchine. È la lotta di tutti contro tutti, e soprattutto contro le donne: Ecatepec è il distretto con piú femminicidi del paese. Forse è questo che voleva farmi vedere Juanvilloro. O no, va’ a sapere). Tutto ebbe inizio come hanno inizio queste cose: con una stranezza. Quel giorno a Lupita sembrò strano che sua figlia Arlet, sempre cosí attenta, si fosse dimenticata suo figlio all’asilo. Si chiese se magari non si fosse sentita male, se non si fosse addormentata, e cosí andò a cercarla: nel suo appartamento in affitto trovò solo le sue figlie di uno e tre anni. Arlet viveva con i figli in un quartiere di Ecatepec; qualche settimana prima, suo marito era riuscito a oltrepassare la frontiera con gli Stati Uniti. Le aveva detto che sarebbe stato solo per un po’: che presto avrebbe racimolato i soldi per comprarle finalmente una casa per non vivere cosí tutta la vita. Nel frattempo, Arlet lavorava in un centro estetico. Ma quel giorno di aprile non si vedeva, e sua madre la cercò dappertutto. La polizia non le dava retta; le dicevano di aspettare. – Dopo due mesi ancora non mi dicevano niente. Non ha idea dell’impotenza. Lupita non si dava pace: si uní ad altre madri, cercarono indizi, prove, iniziarono a sospettare di un vicino. Ormai disperate, convinsero un investigatore a indagare su di lui; mesi dopo, quando lo arrestarono, il tizio aveva un passeggino con dentro dei pezzi di donna che voleva andare a buttare in una discarica. Dopo un po’ confessò oltre venti omicidi. Adesso lo chiamano il Mostro di Ecatepec. Juan Carlos ha 33 anni e operava con l’aiuto di Patricia, 38, madre dei suoi tre figli; insieme violentavano, uccidevano e si mangiavano le loro vittime. Ma la barbarie delle loro azioni è la punta di un iceberg. Tre anni fa, Ecatepec dichiarò una «emergenza di genere» per l’alto numero di femminicidi registrato. L’anno scorso se ne contarono circa quaranta – i calcoli sono confusi. E si denunciarono oltre 500 violenze sessuali ma anche oltre 300 omicidi, oltre 12 000 rapine. (...) – E la cosa piú orribile è che ogni giorno continuano a sparire donne. Lupita ha tre altri figli; la piú piccola sta finendo la scuola, vuole andare all’università, e sua madre non la fa uscire di casa. – Poverina, non è colpa sua, ma non posso lasciarla andare in giro. Nemmeno io esco, mi fa paura. E ora non puoi neanche startene qui fuori da casa, perché passano e ti aggrediscono. In questo quartiere si sono formate tante bande. Ormai è diventato orribile vivere qui. E le autorità vedono che la delinquenza aumenta e aumenta e non fanno niente. Non siamo piú liberi, non ci possiamo muovere come prima. Non abbiamo piú la libertà. Questo sabato le consegnano i resti di sua figlia: Lupita dice che la sua angoscia è che non sa cosa saranno, cosa ne sarà rimasto di lei, mi dice, e ce ne stiamo in silenzio. – Voglio sapere ma non voglio. Dice, come non lo stesse dicendo.
ArmandoBis [Partecipante] 5476 Inviato 16 Aprile 2023 Autore Inviato 16 Aprile 2023 – Sí, ogni mattina alle 7, sempre. Io avevo le mie riserve. Mi sembrava ingiusto cadere nel luogo comune di pensare a Città del Messico come a un luogo soprattutto violento, soprattutto mortale. Ma, dopo, ho scoperto che le sue autorità erano dello stesso avviso. – Sí, ci riuniamo qui tutte le mattine. Io attacco prima, alle sei, accolgo i residenti, li ascolto. Ma poi ci riuniamo, sempre qui, con il Comitato di sicurezza. Mi dice Claudia Sheinbaum; è domenica, sono già oltre le otto nel Palacio e il comitato conclude la sua riunione attorno a un grande tavolo, in un pomposo salone che il precedente capo del governo ha trasformato nella sua biblioteca. Sul tavolo ci sono fogli e tazzine, attorno sette uomini e donne; a capotavola, con un thermos del tè, la dottoressa Sheinbaum, che da pochi mesi è stata eletta capo del governo di Città del Messico: è una fisica, ricercatrice ambientalista, una politica da anni tra le fila dei sostenitori di López Obrador. Le dico che mi sconvolge che considerino la sicurezza una questione cosí decisiva da meritare la prima riunione del giorno tutti i giorni, e la dottoressa mi dice che cosí rispondono alla richiesta dei cittadini: – Dalle indagini risulta che per il 75 per cento delle persone il piú grande problema della città è la sicurezza. E poi è vero che negli ultimi tre anni la violenza è molto aumentata… Dice, e che la colpa è soprattutto del governo precedente, «il piú corrotto della storia», e che proprio adesso stanno scoprendo la valanga di spese gonfiate ingiustificate, permessi e impieghi venduti al miglior offerente, estorsioni di ogni tipo. E che tra la corruzione e l’incapacità del governo è tutto andato in malora. – Non si occupavano della sicurezza pubblica; hanno rinunciato alla governabilità della città e l’hanno sostituita con… be’ con il mettersi a fare affari. Dice la dottoressa, e mi spiega che si stanno sforzando per recuperare la polizia, che ha meno agenti e piú corruzione. La dottoressa è sulla cinquantina: magra, i suoi pantaloni grigi, la sua camicia azzurra, giacchetta grigia, scarpe basse, capelli raccolti, un trucco che se c’è non si nota. Discrezione, sarebbe la parola, per adesso. – I poliziotti stessi non ne potevano piú. Li mandavano a prendere soldi in strada, ma non per loro, per i loro capi… Dice Jesús Orta, segretario della Sicurezza della città, e la dottoressa annuisce e mi dice che è per questo che lei è andata a dare un’occhiata e ad ascoltare in tutte le 70 caserme di polizia, a una a una. E che, sí, ogni mattina qui analizzano cosa è successo il giorno prima, caso per caso, morto per morto, per affinare le strategie, e che ieri ci sono stati piú omicidi di altri giorni e devono capire perché, se sono state risse, esecuzioni, crimini passionali. Una donna entra con la faccia preoccupata. – Che è successo? Le chiede la dottoressa, quasi ansiosa. – No, è stato un incidente. Le risponde la signora: nella notte è morto qualcuno di noto e temevano fosse stato un crimine, ma no: è un sollievo. La riunione prosegue; si discutono tendenze, meccanismi, i casi, i punti piú caldi. Chiedo dei linciaggi, dell’appoggio su cui di solito può contare il «farsi giustizia da sé» e la dottoressa mi dice che è per via dell’impunità, della corruzione delle procure, delle attese infinite per qualsiasi denuncia, che tutto questo scoraggia enormemente i cittadini. – La gente non denuncia, sente che non c’è giustizia, si sente abbandonata, e ciò provoca questa risposta: che lo brucino vivo, che lo ammazzino. Io penso che quando ci si inizierà a occupare di questi problemi, quel tipo di risposta diminuirà. Dice, e che la sicurezza non si ottiene solo con i poliziotti e che, con quello che stanno risparmiando riducendo la corruzione, creeranno dei programmi di borse di studio affinché i giovani inizino a lavorare e un programma di costruzione, in due anni, di 300 spazi comunitari nelle zone piú critiche, che chiamano Pilares – Punto di innovazione, libertà, arte, educazione e saperi – e che questa mattina ne inaugureranno uno, e mi chiede se ci andrò. Ci vado, certo, e prima di alzarci gli chiedo se non trovano deprimente iniziare cosí ogni giorno delle loro vite e tutti dicono no no no, finché il segretario Orta dice sí: – Mia moglie dice che sto diventando insensibile, che ormai parlo di queste cose come fossero normali… Se continua cosí, gli dico, diventa un giornalista. (...) L’altro giorno sono andato a sentire il capo della dottoressa Sheinbaum nel palazzo di fianco. Andrés Manuel López Obrador, presidente del Messico, speranza di molti, irritazione di tanti, è un signore piú o meno basso, abito grigio, cravatta rossa, i capelli grigi, una faccia qualsiasi dove spicca solo una strana espressione, come se sorridesse quando non è il caso, e sta dicendo che i messicani non sono, «come adesso dicono alcuni, un popolo violento»; che sono gli effetti del neoliberismo. – L’insicurezza e la violenza sono problemi sorti per via del modello neoliberista che è stato applicato a favore di un’avida minoranza… Ogni mattina alle sette, il signor presidente tiene una conferenza stampa – in diretta televisiva – di una o due ore in questa stanza larga cinquanta metri, alta dieci, dove lo stanno ad ascoltare piú di cento giornalisti, dozzine di cameraman, milioni di persone. Il signor presidente sta sopra a un podio, lo sfondo rosso rabbioso, e ora dice che non userà mai la violenza per risolvere i problemi sociali e presenta il suo sottosegretario del ministero degli Interni, Alejandro Encinas, che spiega come lo Stato cercherà di trovare i 40 000 desaparecidos che, secondo i loro calcoli, ci sono stati negli ultimi anni. – L’intero Messico è una fossa comune. Dice, tra le altre cose. Poi la parola ritorna al presidente: parla piano, una parola alla volta, come se le stesse facendo lui a mano. Sembra banale, anodino; mi chiedo se la mancanza di un carisma classico possa essere un tipo di carisma in tempi in cui i politici classicamente carismatici sono diventati sospetti.
Back Door Man [Élite] 11694 Inviato 16 Aprile 2023 Inviato 16 Aprile 2023 Dipende di cosa stiamo parlando. Città del Messico è circondata da un'enorme hinterland metropolitano. Se si considera l'intera area si parla di Mexico DF (Mexico Distrito Federal) E abbiamo con questo leggero artifizio la città più grande del mondo. Che cosa vogliamo aspettarci da una Babilonia del genere? È ovvio che i casini siano immensi. (Non quelli con le pro, quelli sociali)
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