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Faceless
Inviato

Chissà perché Anna è sparita 😌 

  • Sigh 1
Wyatt99
Inviato
6 minuti fa, Faceless ha scritto:

Chissà perché Anna è sparita 😌 

Meglio che sia sparita qui e non su whatsapp after sex.

  • Haha 1
AnnaKarenina
Inviato

Ahahahah… ma no, tranquilli, sono sempre qui! Leggo i vostri messaggi e rido sotto i baffi (che per fortuna non ho)! 😅

robert111
Inviato
21 ore fa, unadonna ha scritto:

Sono passate 24 ore e sono curiosa.

@robert111

Quando vi vedete?

E poi pretendo anche il report post incontro. Sallo. 

 

18 ore fa, Quintessenza ha scritto:

Non avevo così tanto hype da quando uscì GTA 4 nel lontano 2008.

NECESSITO SUBITO.

 

Vi rimando qui.

 

 

  • 4 mesi dopo...
^'V'^
Inviato

ANNA KARENINA

Anna, secondo me la prima cosa da togliere dal tavolo è la lettura più facile, più sbrigativa e anche più crudele: “sono una deficiente perché mi sono innamorata di uno scopamico”. Capisco perché tu stessa ti ci giri intorno, capisco perché ogni tanto ti venga da usare quel linguaggio contro di te, e capisco anche perché alcuni commenti possano andare in quella direzione, magari pensando perfino di aiutarti con una secchiata d’acqua gelida. Però secondo me, se si guarda davvero la storia dall’interno e non dall’alto di una teoria buona per tutte le stagioni, quello non è il centro. Tu non sei rimasta devastata da una semplice trombamicizia finita male. Tu sei rimasta agganciata a un’esperienza che, in un momento molto preciso della tua vita, ti ha restituito una parte di te che sembrava sepolta. Questa è una differenza enorme, perché cambia completamente il modo in cui leggere il tuo dolore.

Vronskij non entra nella tua storia come “un uomo con cui faccio sesso”. O meglio, formalmente entra così, con un patto adulto, chiaro, esplicito, senza falsi pudori e senza la pretesa iniziale di trasformarlo subito in altro. Ma psicologicamente, emotivamente e simbolicamente entra in un punto molto più profondo. Entra pochi giorni dopo una frattura identitaria pesantissima: tuo marito ti lascia per una donna più giovane e, non contento, ti ripete più volte che una vita senza di lui non te la rifarai mai, perché nessuno si prenderebbe una donna della tua età con tre figlie a carico. Quella frase non è una semplice cattiveria da ex marito rancoroso o da uomo che vuole colpire dove sa che fa male. È una sentenza. È un frame. È una maledizione identitaria. Ti dice: “sei fuori mercato, sei troppo adulta, troppo madre, troppo carica, troppo complessa, troppo poco libera, troppo poco nuova, troppo poco leggera per essere ancora desiderata e scelta”. Ti dice, in sostanza: “la tua vita femminile è finita”.

E lo dico da maschio, quindi da una posizione diversa, ma non del tutto estranea. In teoria la mia vita dovrebbe cominciare davvero tra i trentacinque e i quaranta; in pratica questo è vero solo se, prima, sei riuscito a costruire qualcosa. E per me “successo”, a volte, significa semplicemente essere ancora vivo. Non sempre ci credo nemmeno io, e mi chiedo a che santo dovrei votarmi se arrivo a cinquanta. Quindi, per vie diverse, penso di sapere qualcosa di quella frase. Mi è stata detta e ridetta. Quando frequento qualcuna non più giovanissima e non riesce a tirarmi in secca con le sue pretese diversamente etero, a volte la leva diventa quella: la mia vita è finita, dovrei baciarmi i gomiti, non avrò altre chance, dovrei accontentarmi, per quelle che piacciono a me sono finito. So cosa fa una frase così quando prova a entrarti addosso.

Forse la differenza è che io tendo a valutare solo i fatti. E i fatti, per come la vedo io, non si configurano da soli: li devi far succedere. Le parole le ascolto poco. Facendo così, a non ascoltarle, ci ho rimesso due volte nella vita, quando gli altri avevano ragione; e ci ho guadagnato tutte le altre volte in cui gli altri parlavano e io non volevo avere ragione ma dare ragione elle evidenze raccolte sul campo.

Tu quella frase potresti averla incassata in modo diverso. E poi, quasi per una beffa narrativa, pochi giorni dopo compare un uomo più giovane. Non un uomo qualunque, ma uno che in quel momento incarna esattamente la confutazione vivente di quella sentenza: più giovane di te, carino, sessualmente disponibile, gentile nei primi momenti, capace di farti sentire di nuovo guardata, toccata, desiderata, accesa. Tu arrivi da anni di matrimonio e monogamia, da rapporti ormai sporadici e insoddisfacenti, da una vita in cui probabilmente il corpo era diventato più un mezzo per reggere, lavorare, partorire, crescere figlie, funzionare, che un luogo di piacere. E all’improvviso, in casa sua, con uno che non è tuo marito, non è il padre delle tue figlie, non è il giudice della tua età o del tuo carico familiare, succede qualcosa di potente: ti lasci andare. Non “fai sesso” soltanto. Ti riapri. Ti senti naturale. Ti senti disinibita. Ti senti libera. Provi piacere fisico forte, nuovo, sorprendente. Ti scopri capace di orgasmi, di abbandono, di gioco, di una femminilità che forse non era morta, ma era rimasta chiusa in una stanza senza finestre per troppo tempo.

Per questo, quando parli di lui, io non leggo soltanto desiderio per lui. Leggo soprattutto lo shock di una donna che scopre di non essere finita. E qui bisogna essere molto precisi, perché è il punto su cui, se non si fa attenzione, si rischia di darti consigli giusti nella forma ma sbagliati nel bersaglio. Se ti si dicono quelle cose da donna come “lui ti sta usando”, una parte di te può anche riconoscere che, sì, dal lato suo c’è una forte asimmetria, poca cura, poco investimento, forse qualche comodità. Ma un’altra parte di te respinge quella lettura, perché sa che non è tutta la verità. Non sei stata usata. Hai preso. Hai preso piacere, corpo, vertigine, libertà, riscatto, euforia, vendetta simbolica, conferma erotica. Hai preso la sensazione, quasi fisica, che quella frase dell’ex marito fosse falsa. Non è falsa ma non è nemmeno sempre vera. E siccome quella sensazione è stata vera, ridurre tutto a “ti ha usata” ti umilia due volte: prima come donna desiderante, poi come donna capace di agency. La verità è più complessa e anche più dolorosa: qualcosa di vivo e reale è passato attraverso una persona che non sembra interessata a custodirlo.

E qui, con lui, mi ci metto anche io. Penso di aver dato a diverse persone una sensazione simile a quella che lui ha dato a te: apertura, intensità, ritorno al corpo, fame di vita. Poi però, quando quella cosa per loro diventava richiesta di legame, di esclusività o di continuità, ho dovuto spiegare che non ero interessato a trasformarla in un livello di relazione che per me sarebbe stato un downgrade. Rispetto il fatto che per loro potesse sembrare un upgrade. Ma per me non lo era. 

Secondo me tu non ti sei attaccata solo a Vronskij. Ti sei attaccata alla Anna che Vronskij ha risvegliato. Questa è la chiave. Questo meccanismo ha un nome nella psicologia delle relazioni: la self-expansion. Ci si lega intensamente a chi allarga il nostro senso di sé, e ciò a cui si resta agganciate non è tanto la persona quanto la versione espansa di noi che quella persona attiva (Aron e Aron, 1986, Love and the Expansion of Self: Understanding Attraction and Satisfaction). Lui è stato l’accesso, il portale, l’interruttore, il detonatore. Non necessariamente la destinazione. Quando scrivi che quelle ore con lui sono state una boccata d’ossigeno dopo una lunghissima apnea, non stai facendo poesia per giustificarti. Stai dicendo una cosa clinicamente, umanamente e poeticamente esatta. Da anni eri in apnea. Tre figlie piccole, un lavoro impegnativo, nessun aiuto reale dai parenti, vita sociale quasi inesistente, gestione familiare addosso, separazione, un matrimonio in dissoluzione, il peso di dover sempre funzionare, e nel frattempo il progressivo spegnimento di quella parte di te che non serve, non produce, non organizza, non consola, non educa, non incastra orari, non gestisce capricci, non risponde a esigenze altrui. La parte che semplicemente desidera. La parte che si veste per piacersi e piacere. La parte che va dall’estetista non perché “deve essere presentabile”, ma perché vuole sentirsi pelle, sguardo, possibilità. La parte che indossa lingerie non come costume di scena per un uomo, ma come linguaggio privato con il proprio corpo.

E allora è comprensibile che perderlo ti sembri molto più che perdere un uomo. Ti sembra di perdere la stanza segreta. Ti sembra di perdere l’unico luogo in cui non eri madre, non eri ex moglie, non eri lavoratrice, non eri organizzatrice della sopravvivenza. Eri donna. Non in senso astratto, non in senso da frase motivazionale, ma in senso fisico, erotico, concreto. Una donna che viene presa, guardata, desiderata, toccata, cercata almeno in certi momenti, e che in quei momenti può smettere di pensare e tornare corpo. Per chi ha avuto sempre abbastanza ossigeno può sembrare una cosa esagerata. Per chi è stata a lungo in apnea, il primo respiro può sembrare Dio.

È qui che nasce la sproporzione tra la cornice formale e la posta emotiva. Formalmente, sì, era una trombamicizia. Ma nella realtà psicologica voi due non stavate facendo la stessa cosa. Lui, per come lo racconti, stava vivendo una relazione sessuale piacevole, intermittente, comoda, senza obbligo di investimento e senza trasformazione del proprio assetto interno. Tu invece stavi vivendo una relazione simbolica travestita da relazione sessuale. Per te dentro c’erano il sesso, certo, ma anche il riscatto contro tuo marito, la prova che eri ancora desiderabile, la riapertura del corpo dopo anni di grigio, il ritorno della cura estetica, il gusto di fare qualcosa solo per te, la speranza di essere ancora scelta nonostante età, figlie, separazione, responsabilità. Lui forse entrava e usciva da un letto. Tu entravi e uscivi da una versione risvegliata di te stessa.

Lettura del comportamento di LUI: l'intera asimmetria poggia sul tuo racconto.

La mia descrizione per cui si auto-limita ("per come lo racconti"): epistemicamente diventa corretto.
Nella mia esperienza, il 100% delle volte che ho saputo cosa una donna avesse capito di miei moventi e sensazioni, o cosa raccontasse a se stessa, non ho rinvenuto appigli di realtà dai quali partire per costruire una realtà condivisa, non c'era niente di reale: sempre e solo proiezioni personali distorte quanto basta dalle bizzarrie socio-culturali su cosa credono sia, senta e pensi un maschio. Questo ritengo sia molto importante da precisare.

Limite da tenere a mente: single-source.

Questa differenza di patto interno tra voi spiega quasi tutto. Per lui un messaggio può essere solo un messaggio. Per te diventa un segnale di presenza o di assenza. Per lui vedersi una volta ogni tanto può essere sufficiente. Per te ogni incontro occupa molto più spazio prima, durante e dopo: c’è l’attesa, c’è l’organizzazione, c’è il corpo che si prepara, c’è la fantasia, c’è il bisogno di sentirti cercata, c’è il crollo quando non risponde, c’è la vergogna di sentirti troppo presa, c’è la rabbia verso di lui, c’è la rabbia verso te stessa, c’è il confronto con gli altri uomini che non accendono la stessa cosa, c’è la paura che senza di lui quella parte di te debba tornare nel buio. Per lui può essere leggerezza. Per te non lo è più da molto tempo. E non perché tu sia “pesante” in senso caratteriale. Ma perché il significato che quel rapporto ha assunto per te è diventato troppo grande per poter restare dentro una cornice così povera secondo i tuoi parametri di valutazione (può essere ricca per lui e potrebbe trovare di una povertà umiliante quella che per il tuo metro è molto ricca).

Da questo punto di vista, la tua lucidità è una delle cose più interessanti della storia. Tu non sei cieca. Non sei una donna che non capisce nulla e a cui bisogna spiegare da zero che lui non la sta trattando come una priorità. Tu lo vedi benissimo. Vedi il raffreddamento. Vedi che il love bombing iniziale, la smania, l’adrenalina e la sfida probabilmente avevano molto a che fare con la conquista. Vedi che dopo il sesso lui tende a sparire. Vedi che il 99% delle volte sei tu a scrivere per prima. Vedi che lui visualizza, risponde dopo ore o giorni, resta attaccato al cellulare ma non trova pochi secondi per darti un segnale. Vedi che non telefona mai. Vedi che non ti chiede davvero come stai. Vedi che la modalità non si è mai spostata di un millimetro dalla FB. So cosa lui prova, e penso che nel mio caso si parli di un 99,9% delle volte, che non sono io a scrivere. Ma questo vale anche per quelle di 25 anni, non ho spazio, tempo, surplus di attenzioni da dare.

E così vedi che Tinder ti ha dato interesse maschile, ma non ti ha dato nutrimento. Vedi che una parte di te vorrebbe perfino vincere il gioco, mettere i puntini sulle i, ribaltare il ruolo della battaglia, trasformarti da preda a donna scelta. La tua analisi è spesso impietosa e corretta. Il problema non è che non capisci. Il problema è che capire con la testa non basta a disattivare ciò che si è acceso nel corpo. E qui c'è un dato che vale la pena conoscere: quando si viene respinti da una persona di cui si è ancora innamorati, il cervello non spegne il desiderio, lo amplifica. Gli studi di neuroimaging mostrano che il rifiuto in amore accende le stesse aree della ricompensa e del craving che si attivano nella dipendenza da sostanze, con pattern vicini al desiderio di cocaina (Fisher, Brown, Aron, Strong e Mashek, 2010, Reward, Addiction, and Emotion Regulation Systems Associated With Rejection in Love, Journal of Neurophysiology). Ecco perché sapere "non mi fa bene" non basta a fermarti: la parte che ti spinge a cercarlo è un sistema motivazionale, non un'opinione.

Te lo scrivo mentre mi sto accendendo una sigaretta, cosa che detesto. Questa è una cosa che molti sottovalutano. Ci sono legami che non si sciolgono con l’informazione. Se bastasse sapere “non mi fa bene”, smetteremmo tutti immediatamente di fare ciò che ci danneggia. Invece il corpo ha memoria, il sistema nervoso ha memoria, la ferita narcisistica ha memoria, la parte affamata ha memoria. Non è solo un modo di dire: l'innamoramento intenso attiva i sistemi cerebrali sottocorticali della ricompensa e della motivazione, gli stessi della spinta e del desiderio, e questi sistemi imparano per esperienza, non per ragionamento (Aron, Fisher, Mashek, Strong, Li e Brown, 2005, Reward, Motivation, and Emotion Systems Associated With Early-Stage Intense Romantic Love, Journal of Neurophysiology). Il tuo corpo ricorda il primo incontro, le coccole, la passione, il lasciarsi andare, il piacere che credevi dimenticato, la sensazione di essere di nuovo femmina e non solo funzione. Poi arriva un visualizzato senza risposta e quello stesso corpo non registra correttamente: “un adulto impegnato che non campa per parlare in una scatoletta di plastica non ha ancora risposto”. Registra: “non conto”. Registra: “sono di nuovo fuori”. Registra: “mi vuole quando gli servo, ma non abbastanza da pensarmi”. Registra, nel punto più velenoso: “forse aveva ragione il mio ex”.

Per questo il visualizzato, in questa storia, non è un pixel. È un micro-segnale di espulsione. Sembra ridicolo solo se lo si guarda da fuori, isolato dal contesto. Ma dentro il tuo contesto quel visualizzato porta con sé molto altro: la vita sociale assente, le figlie, la separazione, la frase del marito, l’anno passato a rincorrerlo, la rarità della chimica, il corpo che con lui dice sì e con altri no, la vergogna di essere ancora lì, la speranza che almeno stavolta si comporti meglio. È chiaro che una risposta dopo dodici ore ti faccia male fisicamente. E non è un'iperbole retorica: studi di neuroimaging mostrano che il rifiuto e l'esclusione sociale attivano le stesse regioni cerebrali del dolore fisico, per questo un "visto" senza risposta può fare male in senso letterale (Eisenberger, Lieberman e Williams, 2003, Does Rejection Hurt? An fMRI Study of Social Exclusion, Science; Kross, Berman, Mischel, Smith e Wager, 2011, Social Rejection Shares Somatosensory Representations With Physical Pain, PNAS). Il tuo corpo non sta reagendo a WhatsApp. Sta reagendo alla possibilità di essere di nuovo desiderabile ma non importante, scopabile ma non scelta, utile al piacere di qualcuno ma non degna di una minima continuità.

Secondo me questa è la ferita centrale: non semplicemente “lui non mi ama”, ma “lui mi desidera abbastanza da volermi nel letto, non abbastanza da trattarmi come una persona da custodire un minimo”. È più umiliante, perché non nega del tutto il tuo valore erotico. Anzi, lo conferma in modo parziale e per questo ancora più ambiguo. Ti dice: “sei ancora desiderabile”, ma subito dopo sembra aggiungere: “però non abbastanza da meritare attenzione, organizzazione, cura, priorità”. È una posizione psichicamente stikazzi per una ragazza continuamente distratta anche lei da decine di altri che la tampinano, ma può essere tremenda, per una donna appena uscita da una svalutazione coniugale così specifica. Tuo marito ti aveva colpita dicendoti che nessuno ti avrebbe più voluta. Vronskij ti dimostra che qualcuno ti vuole, ma in un modo che rischia di confermare un’altra condanna: “qualcuno ti vuole, sì, ma solo quando servi, solo nel corpo, solo a intermittenza, solo senza chiedere troppo”.

E sì, su questo conviene fare pace con il dato di realtà, perché viene dal campo. Io e te, in modi diversi, ne abbiamo raccolti e ne raccoglieremo ancora di simili. Più ci si allontana dal proprio picco, che per te è quello della giovinezza iperfertile e senza figli, per me quello del successo maschile costruito o non costruito, più il “senza chiedere troppo” smette di sembrare una crudeltà e diventa, nel mercato reale, quasi una regola di buonsenso. Non bella, non romantica, non da favola. Ma spesso a capirla si dimostra orientamento ed esplicitarla con ferma serenità produce un certo effetto. 

E però è qui che il sesso sublime smette di essere il giusto nutrimento di cui avevi bisogno e comincia a diventare veleno. Non perché il sesso in sé sia sbagliato, non perché tu debba vergognarti di desiderarlo, non perché una donna con tre figlie debba tornare a una specie di clausura morale, ma perché in questa specifica dinamica il piacere altissimo viene seguito da una caduta troppo bassa. Ti dà vita quando c’è contatto, ma ti toglie stabilità quando torna il vuoto. Ti fa sentire potente nel corpo e poi fragile come una ragazzina davanti a una notifica. Ti restituisce femminilità e poi ti fa dubitare del tuo valore. Ti permette di evadere dalla vita grigia, ma poi rende la vita grigia ancora più insopportabile per contrasto. A quel punto non è più solo libertà erotica. È sollievo intermittente.

La parola “intermittenza”, qui, è importante. Tu non sei agganciata perché lui è sempre dolce, sempre presente, sempre magnifico. Se fosse così, almeno avremmo un altro tipo di problema. E non sei agganciata perché lui è sempre freddo, sempre brutale, sempre assente. Se fosse così, probabilmente una parte di te avrebbe già chiuso con meno ambivalenza. La trappola è proprio che ogni tanto è molto bello. Ogni tanto si fa vivo con un messaggio più carino, più affettuoso. Ogni tanto c’è l’incontro magnetico. Ogni tanto il corpo ricorda perché hai resistito così a lungo. Ogni tanto torna quella versione di te che non vuoi perdere. Poi però arrivano il silenzio, il ritardo, l’assenza di una nuova data, il messaggio notturno, il visualizzato, l’ennesima conferma che lui è capace di accenderti ma non di esserci. La ricompensa non costante può agganciare più della ricompensa stabile, perché ti mette a inseguire il prossimo picco. È uno dei principi più solidi della psicologia dell'apprendimento classico: un comportamento premiato in modo imprevedibile e intermittente è molto più resistente all'estinzione di uno premiato sempre (il partial reinforcement extinction effect), e la forma più difficile da spegnere è proprio quella in cui non sai mai quando arriverà la prossima ricompensa (Ferster e Skinner, 1957, Schedules of Reinforcement). È lo stesso ingranaggio che la psicologa Dorothy Tennov ha descritto sotto il nome di limerence: l'ossessione amorosa cresce su speranza più incertezza, non su appagamento stabile (Tennov, 1979, Love and Limerence: The Experience of Being in Love). Non insegui solo lui. Insegui il ritorno di quello stato.

Anche per questo Tinder non ha funzionato come soluzione vera. In teoria avrebbe dovuto servire a creare abbondanza, spostare il focus, ricordarti che ci sono altri uomini. E in parte, da quello che scrivi, un pochino ha anche funzionato sul piano dell’autostima e della distrazione. Ma poi ti ha lasciata più vuota. Qui però aggiungo una lettura alternativa, da tenere presente prima di concludere di essere fatta "solo per la connessione profonda": nella fase calda dell'aggancio, un cervello in disregolazione da rifiuto risponde poco a qualsiasi alternativa, non solo agli uomini sbagliati. È un effetto vicino all'astinenza, non necessariamente una sentenza sul tuo cablaggio (coerente con Fisher et al., 2010). Detto altrimenti: il vuoto di Tinder va riletto anche alla luce del tempo, non solo come prova che ti serve per forza l'eccezione. E questo non significa che tu sia condannata a Vronskij o che lui sia insostituibile in senso assoluto. Significa che il bisogno che si è acceso in te non era semplicemente “trovare un uomo disponibile”. Tu non cercavi solo un pene utile, per dirla brutalmente. Cercavi quella combinazione molto più rara di chimica, fiducia corporea, sguardo, gioco, trasgressione, libertà, mente, desiderio e senso di rinascita. La maggior parte degli uomini interessati non basta a produrre questo. Possono confermarti che sei ancora appetibile, ma non necessariamente aprono la stessa porta. E infatti tu non hai scarsità di uomini che ti trovano attraente. Hai scarsità di esperienze in cui il tuo corpo dica davvero sì.

Questa distinzione secondo me va rispettata, perché altrimenti si finisce con il darti consigli da uomo medio applicati a un funzionamento che non è il tuo. “Esci con altri dieci” può salvare la vita intera a un uomo, se solo fosse facile uscire con dieci tipe desiderabili, e può servire a qualcuno, ma se tu in assenza di connessione mentale e attrazione specifica ti senti più vuota, triste e usata, allora quella non è abbondanza: è rumore. Per te l’abbondanza non può essere solo numerica. Deve diventare qualitativa, e in un modo diverso da quello che significa qualitativa per un uomo, ossia tipe più attraenti. Per te può significare più fonti reali di vitalità, più spazi in cui sentirti donna, più possibilità di essere vista, più socialità, più corpo, più vita, più gioco, più contatto con parti di te che non dipendano da un solo uomo intermittente. Finché l’unico accesso a quella stanza è lui, lui resta sproporzionatamente potente. Anche se razionalmente lo giudichi un Rocco Siffredi dei poveri, un minkiotauro, un uomo sotto soglia. Il corpo non vota con il sarcasmo. Il corpo vota con l'esperienza. E nell'esperienza le tue parole saranno sì sì, no no, il resto viene dalla menzogna. C'è anche una distinzione neurologica utile qui: il sistema del "volere" (Wanting, la spinta a cercare) è separato da quello del "piacere" (Liking, il gradimento reale). Si può continuare a volere intensamente qualcosa che ormai dà poco piacere vero: il desiderio resta acceso anche quando la soddisfazione cala (Berridge e Robinson, 2016, Liking, Wanting, and the Incentive-Salience Theory of Reward, American Psychologist).

C’è poi un altro elemento che secondo me merita molta delicatezza: la maternità. Le tue figlie non le racconti come un problema. Io e mio fratello siamo stati sì, un problema per mia madre e la sua vita di relazione. Ma nel tuo caso non punti l'attenzione sul diverso effetto che fa ad un uomo una già madre o una non madre. L'attenzione qui si concentra sul ruolo materno che quando diventa totale, senza aiuti, senza respiro, senza spazi autonomi, può divorare tutte le altre identità. Non è “ti pesano le figlie”. È “non esiste più uno spazio in cui tu non sia necessaria a qualcuno”. Questa è una forma di cattività sottile. Ed è molto moderna, perché sia come tribù di cacciatori che come casati di campagna nei villaggi agricoli, le donne hanno sempre fatto rete e basta una madre a turno, per star dietro a dieci figli, questa cattività delle donne da sole e legate tutto il tempo ai figli nasce con la rivoluzione industriale, la fuga nelle città e la conseguente instaurazione di una novità assoluta nella storia e preistoria umana: la famiglia mononucleare. Ora sorvolo con una paralissi sul livello di delirio a cui si umiliano tutti quei "tradizionalisti" che spendono il loro voto e ancor peggio le loro parole per preservare la famiglia "tradizionale".  Ma rimane il fatto che da fuori può sembrare vita normale: lavoro, bambine, casa, gestione, responsabilità. Da dentro può diventare una lunga erosione della persona. Un tipo di erosione per cui nessuna donna della storia e della preistoria aveva sviluppato l'hardware biologico. Non vai più al cinema, non vai più a prendere un aperitivo, non vai più in trasferta, non hai occasioni di conoscere gente nuova, non hai un’ora tutta per te, non ti trucchi più, non pensi più al corpo, non pensi più al benessere. Non è solo fatica. È riduzione del mondo.

Lo so cosa si prova. Molto bene. Troppo più del massimo che riterrei accettabile in cambio di un milione in contanti. Dentro un mondo così ridotto, Vronskij non è soltanto un uomo: è territorio. È evasione. È una geografia alternativa. È il posto in cui la giornata non è Peppa Pig, capricci, riunioni, babysitter, ex marito, responsabilità e doveri. È il posto in cui la tua vita non è amministrazione. È un luogo psicologico dove il desiderio torna a essere possibile. Ecco perché il pensiero di non vederlo mai più ti spaventa così tanto: non temi solo di perdere lui, temi di ripiombare in quella vita grigia fatta solo di responsabilità, doveri e rinunce. Temi che senza qualcuno per cui vestirti, prepararti, eccitarti, curarti, fantasticare, quella parte di te non abbia più ragione di esistere. Questa paura va presa sul serio, non liquidata. Però va anche corretta, perché contiene l’inganno centrale: quella parte di te non esiste perché c’è lui. Quella parte di te è riemersa attraverso di lui. E c'è una ragione misurata per cui perderlo sembra perdere un pezzo di te e non solo un uomo: quando finisce una relazione che aveva espanso il sé, il concetto di sé si contrae, e tanto più ci si era espansi quanto più dolorosa è la contrazione (Lewandowski, Aron et al., 2006, Losing a Self-Expanding Relationship: Implications for the Self-Concept, Personal Relationships). Ma la contrazione è la perdita dell'accesso, non della stanza.

Il tuo nickname, poi, racconta già molto. AnnaKarenina non è una scelta casuale. Tu hai una mente narrativa, romantica, letteraria, ironica e tragica insieme. Sai benissimo usare il romanzo come linguaggio per rendere abitabile il caos. O, se abbiamo un punto di sintonia nonostante la differente architettura cerebrale, per evadere la disperazione organizzata. Vronskij, l’eroina romantica dell’Ottocento, il treno, l’epilogo, l’amaro in bocca: tutto questo ti dà una forma. Ti permette di non vivere la vicenda come una banale storia di messaggi, sesso e visualizzati, ma come una trama. E c’è qualcosa di bello in questo, perché chi ha un mondo interno ricco trasforma anche il dolore in racconto, in simbolo, in immagine. Però questa stessa ricchezza può diventare una gabbia elegante. La narrazione romantica nobilita la sofferenza, ma rischia anche di renderla destino. È più bello dirsi “sono un’eroina tragica travolta dalla passione” che dirsi “sono dentro una dipendenza da intermittenza affettiva nata in una fase di deprivazione e ferita post-separazione”. La prima frase ha più poesia. La seconda però libera di più. Una precisazione: "dipendenza da intermittenza" è un modello descrittivo, non una diagnosi clinica; serve a nominare il meccanismo, cioè rinforzo intermittente più amore vissuto come processo di attaccamento (Hazan e Shaver, 1987, Romantic Love Conceptualized as an Attachment Process, Journal of Personality and Social Psychology), non serve a etichettarti e non si può andare con la faccia seria al SERD a chiedere aiuto per la dipendenza dall'intermittenza. 

Non ti direi mai di rinunciare alla poesia. Sarebbe come amputare una parte nobile di te. Ma ti direi di non usare la poesia come anestesia. La tua parte romantica è preziosa, ma non deve più scrivere tragedie per sentirsi viva. Non ogni amore impossibile è destino. Non ogni uomo che ti accende è un personaggio. Non ogni sofferenza intensa è profondità. A volte è solo un sistema nervoso affamato che ha trovato una fonte di calore inaffidabile. A volte il romanzo serve a dare bellezza a qualcosa che, guardato meglio, è molto meno alto: un uomo che ti desidera quando gli va, non ti risponde quando non gli va, si organizza male, non ripara, non propone, non regge, e lascia che sia tu a pagare quasi tutto il costo emotivo del rapporto.

E, per quanto sia sgradevole dirlo, questo diventa molto più probabile quando in una relazione uno dei due ha più potere di scelta dell’altro, più opzioni, più leva, più valore sul mercato relazionale. Vale per me, e vale per te come per chiunque, da qualche parte fuor di poesia e dentro di te lo sai anche tu: se al posto suo ti interessassi di un settantacinquenne povero, solo e molto meno desiderato, probabilmente ti cercherebbe spesso, riorganizzerebbe i suoi spazi, farebbe molto più posto alla relazione e tratterebbe ogni tuo segnale come una possibilità da non perdere. 

Lo stesso vale per me quando sono al tuo posto in questa diade, e vale anche per me quando sono nella posizione di Vronskij. E qui preciso l’ovvio, perché a volte l’ovvio va protetto dalle letture storte: io preferirei essere al tuo posto nella diade. Preferisco una donna che mi accende moltissimo, anche se ha più opzioni, più valore di mercato, più forza contrattuale e proprio per questo a volte mi fa prendere bastonate nel cuore, rispetto a una per cui sono io il meglio disponibile e che mi sta addosso anche perché non ha di meglio.

Non sto dicendo che mi attizza essere considerato poco. Non sto dicendo che se una mi cerca allora mi scende. Non sto dicendo che il disinteresse sia sexy in sé. Sto parlando di opzioni, desiderio e soddisfazione reale. Preferisco desiderare molto qualcuna che è molto attraente e mi fa dissolvere in petali quando ci vediamo, anche se non la non posso controllare e se ne devo pagare anche il prezzo emotivo, piuttosto che essere molto cercato da qualcuna che non mi accende davvero. È scomodo, a volte umiliante, ma è una cosa diversa dal romanticizzare chi ci tratta male. Si tratta di mettere il cartellino col prezzo chiaro alle esperienze. Stavo scrivendo "alle cose" ma davvero non ho pazienza residua per essere capito al contrario di quello che ho scritto. 

Cose o esperienze che siano, questa è una distinzione importante anche per non trasformarlo nel villain assoluto. Capisco benissimo la rabbia. Anzi, secondo me la rabbia che ora senti è una risorsa. Dopo mesi di attesa, adattamento, auto-controllo, dignità esterna e prostrazione interna, la rabbia ti restituisce sangue. Chiamarlo minkiotauro, smettere di pettinare il suo ego, pensare che non meriti più la tua attenzione, ricordarti che sei ancora bellissima, interessante, colta e intelligente: tutto questo non è solo sfogo ma anche un tentato recupero di agency. Però, analiticamente, non serve nemmeno farne un mostro. Potrebbe non essere un manipolatore sofisticato. Potrebbe non avere un piano diabolico. Nel 99,999% dei casi quelli che si leggono descritti dalle donne in giro per il web come manipolatori, sono gente che ha di meglio da fare che farsi tirare in secca in una situazione che non vogliono. O a volte non hanno di meglio da fare, ma lo vogliono, ci sperano ancora. Potrebbe essere semplicemente un uomo molto centrato su se stesso, sessualmente acceso quando gli conviene, emotivamente povero o forse emotivamente molto ricco ma non coinvolto dalle stesse cose che voi tu, poco interessato, evitante, oberato di lavoro come me, orgoglioso, incapace di cura, o magari tutte queste cose in misura diversa. Ma a un certo punto le sue cause interne contano meno del suo output.

E il suo output è abbastanza stabile. Quando c’è sesso, può essere dolce, passionale, magnetico, presente nel corpo. Quando non c’è sesso, diventa intermittente, opaco, rapido, frettoloso, scostante. Non costruisce continuità, non crea una cornice, non protegge il tuo tempo, non si preoccupa granché del dopo, non sembra interessato alla tua persona oltre la dimensione sessuale. Sappiamo che è sicuramente etero. E nonostante quanto ne starnazzino certe frange politicizzate, un etero può anche non essere cattivo. Ma non serve essere cattivi per fare male. Può non voler ferire e ferire comunque per il semplice fatto di avere una scala di priorità diversa. Può essere davvero pieno di lavoro e comunque trattarti sotto soglia. Può non frequentare altre donne per impossibilità momentanea non voluta e comunque non darti ciò di cui hai bisogno. Può avere mille spiegazioni e per esperienza diretta penso siano blindate, inattaccabili con la logica o con fatti che siano loro contrari, ma restare comunque inadatto a te.

Il punto adulto, quindi, non è condannarlo. Persone pronte a farti il coro se condanni un uomo che non si plasma sulle necessità di una donna ne trovi quante ne vuoi, soprattutto tra chi ha un rapporto molto fragile con l’esame di realtà. Spesso sono le stesse che, quando poi trovano un uomo abbastanza plasmabile da poter essere tirato in secca, finiscono per deriderlo, svalutarlo e desiderarlo molto meno. E, da un certo punto di vista, non è nemmeno sorprendente, è proprio giusto che sia così. 

Ma se restiamo su un piano adulto, cioè sul piano di chi prova davvero a fare presa sui fatti senza trasformare ogni delusione in un processo morale, il punto è smettere di negoziare con la realtà.

La realtà non negozia se stessa. Sono le persone a farlo, di solito per proteggersi, per non sentire subito tutto il costo di ciò che hanno davanti. Ma lei rimane lì, ferma, con il suo cartellino del prezzo in chiaro e non negoziabile.

Proprio come la Empress of Europe (Grace and Beauty be Upon Her). [SENZA FONTE]

La realtà non è ciò che lui potrebbe essere se capisse, se avesse più tempo, se fosse meno orgoglioso, se fosse più maturo secondo un metro di maturità che spesso misura l'appassimento a maturità decaduta, se il lavoro gli lasciasse respiro, se tu trovassi la frase giusta, se il tuo freeze funzionasse, se il tuo ultimo messaggio gli facesse finalmente sentire la mancanza. La realtà è ciò che fa ripetutamente. E ciò che fa ripetutamente è darti alta intensità erotica e bassa cura relazionale. Questo è Il suo output ed è abbastanza stabile, è una persona che non sta facendo giochetti: succedono cose diverse, gli vengono dette e fatte cose diverse, il suo output rimane coerente. Questa combinazione, su una donna in una fase di abbondanza, rete sociale, stabilità affettiva e molte opzioni erotiche vere, potrebbe forse essere gestibile per anni. Su di te, in questo momento della tua vita, è esplosiva. Perché lui tocca esattamente la ferita e poi si assenta.

C’è una frase che secondo me riassume tutto: non sei rimasta attaccata a lui perché sei stupida, come magari ti direbbe qualche donna che farebbe carte false per ricevere anche solo una parte di quella stessa attenzione e magari toglierla a te. Sei rimasta attaccata perché, in un momento in cui ti sentivi quasi morta come donna, lui è stato il primo a farti sentire di nuovo viva. Questa frase non ti assolve da tutto, perché una parte adulta di te ora deve comunque decidere cosa farne. Ma ti libera dalla vergogna sterile. La vergogna sterile dice: “sono una cretina, quindi merito questo, e ogni ricaduta conferma che sono una cretina”. La comprensione è una vergogna ingravidata dalla realtà che invece dice: “ho cercato vita nel posto sbagliato, perché avevo fame, perché ero stata umiliata, perché ero sola, perché il mio corpo si è risvegliato, perché una parte di me aveva dannatamente bisogno di non essere solo madre, dovere e sopravvivenza”. La prima narrazione ti incastra. La seconda dà buon frutto, perché ti permette di correggere senza odiarti.

E infatti, secondo me, il primo passo non è odiare Vronskij. Il primo passo è separare il dono dal tramite. Lui si è fatto messaggero, ambasciatore. Ti ha dato qualcosa? Sì. Anche se inconsapevolmente, anche se in modo parziale, anche se poi l’ha gestito male secondo la tua scala delle preferenze. Ti ha dato una prova esperienziale: sei ancora desiderabile, sei ancora corpo, sei ancora capace di godere, sei ancora capace di accenderti, sei ancora capace di vertigine. Ma questa prova non appartiene a lui. Non è sua proprietà. Il messaggio era tuo, te lo ha solo consegnato. La luce che hai visto riflessa nei suoi occhi, come hai scritto tu con una lucidità bellissima, era luce tua. Lui ha fatto da specchio. Forse da miccia. Forse da porta. Ma la stanza era tua. Ed è da qui che bisogna ripartire.

^'V'^
Inviato

Intervallo Image Jun 30, 2026, 05_38_27 PM.jpg

[Arriva il II tempo con la parte più operativa]

  • Haha 2
AnnaKarenina
Inviato
Il 30/06/2026 at 18:39, ^'V'^ ha scritto:

Intervallo Image Jun 30, 2026, 05_38_27 PM.jpg

[Arriva il II tempo con la parte più operativa]

Che faccio, parto a fare i popcorn? 🍿🥤

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