Rizz-26 [Lurker] 10 Inviato 4 Maggio Inviato 4 Maggio Ciao, dopo essermi presentato comincio subito con una domanda. Come anticipato nel titolo, sto provando ad utilizzare degli approcci prestabiliti che ho letto qua e là (credo che qualche anno fa si chiamassero canned). Sto provando ad utilizzarle però mi pare che alcune siano ormai così diffuse che le ragazze se le aspettano e ti ridono in faccia. Mi sento anche molto "artefatto" e mi sembra che si capisca subito che sto recitando. Sono imbranato di mio, però vorrei capire se sta roba funziona o ha mai funzionato o se sono io che sono un disastro.
Bad_Medicine93 [Partecipante] 559 Inviato 4 Maggio Inviato 4 Maggio Che puttanate. Se piaci ad una ragazza puoi anche ruttarle in faccia come apertura, che fidati ti troverà fantastico. SergioVittorio, Big Brother e swayze ha reagito a questo 1 1 1
evolutionator [Partecipante] 479 Inviato 4 Maggio Inviato 4 Maggio (modificato) 3 ore fa, Bad_Medicine93 ha scritto: Che puttanate. Se piaci ad una ragazza puoi anche ruttarle in faccia come apertura, che fidati ti troverà fantastico. vabbe, non esageriamo, poi comunque "se piaci ad una ragazza" non è uno stato così definito e limpido Modificato 4 Maggio da evolutionator Faceless ha reagito a questo 1
nzina [Lurker] 19 Inviato 4 Maggio Inviato 4 Maggio ciao, ci potresti fare un esempio concreto? no perché se sono robe tipo "ciao, ma tuo padre è un ladro? perché ha rubato due stelle eccecc" credo bene che ti ridano in faccia 😅 e che non funzionino. Crescendo63 ha reagito a questo 1
DatFreeman [Élite] 3711 Inviato 4 Maggio Inviato 4 Maggio (modificato) È fuffa che non viene più considerata da anni e anni. E se in passato ha funzionato qualche volta non è certo per quello. (Sono anche nati in un contesto geografico e storico completamente diverso da quello italiano e attuale) Modificato 4 Maggio da DatFreeman Crescendo63 e Remo Lupercali ha reagito a questo 2
Questo è un messaggio popolare. ^'V'^ [Aivia Demon] 174881 Inviato 5 Maggio Questo è un messaggio popolare. Inviato 5 Maggio 19 hours ago, Rizz-26 said: Ciao, dopo essermi presentato comincio subito con una domanda. Come anticipato nel titolo, sto provando ad utilizzare degli approcci prestabiliti che ho letto qua e là (credo che qualche anno fa si chiamassero canned). Sto provando ad utilizzarle però mi pare che alcune siano ormai così diffuse che le ragazze se le aspettano e ti ridono in faccia. Mi sento anche molto "artefatto" e mi sembra che si capisca subito che sto recitando. Sono imbranato di mio, però vorrei capire se sta roba funziona o ha mai funzionato o se sono io che sono un disastro. Quando ero bambino ero affascinato dalla disciplina con cui Sirio il Dragone, nei Cavalieri dello Zodiaco, si allenava fino a fare andare all’insù l’acqua di una cascata. Con un pugno. Poi, siccome tante volte la realtà supera la fantasia, ho visto davvero gente allenarsi per fare andare l’acqua all’insù. Italiani, che scimmiottavano americani, per provarci con tipe random che passavano. Provo a ripeterlo perché può sfuggire l’ossimoro. Italiani. Che scimmiottano maschi americani, per dire cose alle ragazze. L’acqua che va all’insù. Ma c’è un misunderstanding importante, alla base. Immagina che il 10% della tua dieta dipenda da un frutto alto, difficile da raggiungere, però buonissimo. Come quantità è il 10%, a volte anche meno, ma come qualità… è buonissimo. Richiede sforzi, richiede esposizione, richiede rischio, però quando lo assapori… Così, siccome ad arrampicarti su una sedia, a cogliere i frutti bassi, o a raccogliere quelli per terra, sei già capace, inizi ad allenarti tre volte a settimana ad arrampicare sugli alberi. Ad un certo punto, però, il mezzo diventa un fine. Diventi fissato con l’arrampicata. E le persone che ti guardano, vedono che hai mangiato, che sei pasciuto, che qualcosa nella tua vita funziona, e vogliono mangiare anche loro. Allora iniziano a scimmiottarti. Ad arrampicarsi. Io i PUA non ho finito di sbeffeggiarli per anni, ma noto che spesso le altre persone li sbeffeggiano per motivi non reali, sbagliati, pregiudizi buttati a caso. Quelli delle origini, diciamo la finestra storica tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, avevano intercettato una cosa vera. Non “la verità sulla seduzione”. Una cosa vera. Cioè che una parte enorme delle ragazze che un uomo conosce nella vita reale, e con cui poi succede qualcosa, non viene conosciuta fermando sconosciute per strada come se si stesse vendendo un depuratore porta a porta. Le conosci mediante contatti comuni, contesti condivisi, amici di amici, social circle, università, lavoro, feste, eventi, locali in cui sei già qualcuno, spazi in cui non sei un alieno calato dal cielo. E però, a volte, soprattutto in certi contesti urbani americani — Los Angeles, New York, grandi città, ambienti a ricambio continuo — vedi passare una tipa e sai che non la vedrai mai più. E senti: crush. In quei casi sei operativamente disperato. Non disperato perché “senza di lei muori”, ma perché sai che se non fai nulla, l’opportunità è persa per sempre. E anche se hai l’1% di probabilità che si fermi, che parli con te, che si faccia conoscere, che da lì nasca qualcosa… L’1% è orribile. Ma è meglio dello 0% del non provare. Ed è spesso meglio che andare a casa a pensare: “Se solo avessi provato”. Tra l’altro, e questo vale a prescindere da donne e uomini, vale anche nelle altre aree della vita: più cresci e più i rifiuti, i tentativi falliti, le porte chiuse ti scivolano addosso. Ma i “se solo avessi fatto… se solo avessi provato…” quelli no. Quelli non si tolgono dallo sguardo. Proprio come nella metafora del frutto altissimo e difficile, alcuni cominciarono ad “allenarsi ad arrampicare”. E qui va chiarita una cosa. Non perché il frutto alto sia “migliore” in assoluto. A volte la stessa ragazza, tu vestito uguale, con la stessa faccia, con lo stesso carattere, se la conosci perché conosce qualcuno che conosci, ti parla tranquillamente. Se invece la fermi in un pub senza nessun ponte sociale, senza nessuna cornice comune, senza nessun motivo apparente per cui dovrebbe fidarsi, ti evita. Per questo è un frutto molto alto. Ed è contesto. Contesto. Contesto. Allora alcuni iniziarono ad usare tutto quello che trovavano: scienze, mezze scienze, pseudoscienze, osservazioni empiriche, trial and error, psicologia spicciola, vendita, teatro, storytelling, improvvisazione, dinamiche di gruppo. Tutto per capire cosa portasse quell’1% ad un 1.5%, poi magari ad un 3%. Non come legge matematica. Come ordine di grandezza. Come tentativo di migliorare una situazione in partenza pessima. Ma molti si persero nel metodo. Dimenticarono la ragione per cui era nato. La ragione era: tu sei già pasciuto, hai già mangiato il 90% della dieta, hai una vita sociale e sessuale decente, e succede che incroci una persona che ti sconvolge, ti piace moltissimo, vorresti almeno sapere se è un no secco, invece di tornare a casa con il tarlo del “se avessi provato”. Quella era l’extrema ratio. Quello era il frutto alto. Poi successe una cosa prevedibile. Se uno si allena tutto il giorno ad arrampicare perché vuole assaggiare un’altra volta nella vita quei frutti alti, buonissimi, ad un certo punto può anche diventare bravo ad arrampicare. E dimenticare che serve per quel 10% di "dieta" che dipende da frutti troppo alti. Non per avere la base, che dipende dalle relazioni sociali. Dopo il 2005-2006, quando uscì The Game e parole come canned, routine, set, opener, neg e tutta quella roba lì vennero sdoganate al pubblico generale, ognuno iniziò a usare quello che aveva capito. Spesso fuori contesto. Spesso male. Spesso senza la dottrina dietro. I perché. Cercavano dei come, delle procedure, senza capire o conoscere il contesto, i perché, le condizioni. E allora, invece di avere una vita sociale più ricca, più naturale, più foriera di opzioni sessuali e sentimentali, alcuni si fissarono con l’arrampicata. Li vedevi arrampicarsi ovunque. Sperando di trovare un frutto. Sempre affamati. Affamati mentre gli altri avevano il 90% della dieta fatta da frutti bassi, medi, accessibili, normali, relazionali, sociali. Poi magari il tizio era alto, fatto a V, profumava di Fleurs du Mal e si arrampicava più facilmente di altri. Ma stava comunque confondendo un’extrema ratio, da usare in casi eccezionali, con “il modo per conoscere ragazze”. Stava confondendo lo strumento per tentare il 10% difficile con il sistema per nutrire il 90% della propria vita relazionale. Iniziavi a vedere strade e pub pieni di gente che provava a dire a tutti i “set” delle routine robotiche. Addirittura persone per cui le prime venti interazioni della serata erano “warm-up”. Le prime venti persone con cui parlavano erano riscaldamento. Riscaldamento. Persone vere, come me e te, trasformate in tapis roulant. Molto di quel modo di pensare importava logiche tipiche della vendita a freddo, al telefono o porta a porta. Non c’è niente di male, in sé, nel contattare a freddo qualche prospect. Ma quello è un tipo di lavoro che, per chiudere qualcosa, ti chiede di stare ore a fare tentativi, gestire rifiuti, ripetere script, migliorare micro-passaggi, ottimizzare la conversione. Anche “chiusura”, infatti, veniva da lì. Sales. Closing. Solo che vendere a freddo e relazionarsi con una persona che ti interessa non sono la stessa cosa. Puoi prendere qualche spunto tecnico dalla vendita, certo. Ma se trasformi le donne in lead, i pub in pipeline, il tuo corpo in CRM ambulante e la conversazione in una sequenza di follow-up, poi non stupirti se a un certo punto sembri un centralinista vestito strano. Nella vendita a freddo, ovviamente, le persone hanno uno script. È diverso dall’apertura contestuale con cui parli con qualcuno perché esiste un qualche motivo per farlo. Anche solo l’essere interessati allo stesso artista che sta esponendo le sue opere, e siete appunto alla mostra. O lo stesso amico che vi ha invitati. O la stessa situazione che state vivendo. O la stessa assurdità che sta succedendo davanti a voi. Quello è contesto. E così anche i PUA iniziarono a farsi degli script. Il problema è che, invece di seguire il metodo per costruirsi i propri, la maggior parte dei ragazzi imparava a memoria quelli che aveva visto funzionare ad altri, o che aveva letto in qualche sito, manualetto o PDF di allora. E sorvolava completamente sulla dottrina originale. Quella che, almeno nelle versioni meno idiote per quanto oggi superatissime, spiegava quali tipi di storie della tua vita avesse senso raccontare, quali fosse meglio tenere per gli amici, quali hook o rompighiaccio potessero essere automatizzati in base alla tua personalità, al tuo modo di essere, alle tue esperienze, al tuo contesto. Contesto. Contesto. Contesto. Il fatto che per cogliere quel 10% di frutti servisse il 90% delle capacità — calibrazione, presenza, autogestione, presentazione di sé, lavoro interiore, tono, sensibilità situazionale — produsse una distorsione cognitiva molto pesante. Perché serviva il 10% delle capacità, per cogliere il "90% della dieta", ma il 90% delle capacità e degli sforzi di "allenamento", per cogliere quel benedetto 10%. Sai, come quando dicevo che poi le persone pensano solo a migliorare nell’arrampicata. Il 90% del metodo che quelle comunità andavano sviluppando online e IRL era così pervasivo, così ottimizzabile, così proceduralizzabile, che venne scambiato per “il modo con cui conoscere ragazze”. Invece, nella sua funzione più sensata, serviva ad aumentare un poco le chance in quelle situazioni disperate in cui un’opportunità difficilissima e che ti colpisce dentro sta per andare via per sempre. Non per il 90% della dieta. Non per sostituire una vita sociale. Non per riempire un buco esistenziale. Non per diventare “uno che approccia”. E invece molte persone, soprattutto quelle meno attente alla dottrina e più affamate di Field Manual e SOP, iniziarono a “provarci con tutte”. Cercando di usare metodi automatizzati per riempire quel vuoto. Solo che quel vuoto era proprio il 90% di quello di cui non si erano nutriti. Vita sociale. Relazioni normali. Contatti comuni. Amicizie. Inviti. Serate in cui non stai approcciando gente random, ma vivendo. Persone che ti conoscono. Persone che parlano bene di te. Persone con cui non devi ogni volta nascere da zero come un file vuoto. Immagina. Sei in un buon stato emotivo. Hai un tono giocoso perché hai appena passato il pomeriggio con un’amica, e nemmeno ti sei curato troppo di pettinarti da quanto stai bene nella tua pelle. Hai la faccia tosta perché sei a posto col mondo. Se arriva qualcosa di buono provi a coglierlo, se non arriva sei comunque a posto. Hai capacità di reggere una risposta negativa o l’indifferenza perché hai le tue conferme e le tue belle sensazioni. Se dopo l’apertura si aprono finestre di possibilità, sei tranquillo nella transizione, perché stai bene. Hai una buona presenza fisica. Hai social proof perché ci sono altre persone con te, bella gente, e non sembri uno che si è materializzato da solo nel locale per tampinare. L’ambiente è favorevole perché non sei andato alla bersagliera ovunque pensassi ci fossero tipe. Sei in un posto cui dai del tu. Non imploderai se parli con una ragazza e lei non reagisce come previsto. Mentre sei così, e sei soddisfatto al 90%, passa una ragazza che ti fa sentire qualcosa. Ti piace molto. Ti colpisce. Ok. Se succede qualcosa, se riesci a conoscerla, se poi le piaci, quello è il 10% che ti manca per dormire tre giorni sereno. Riempire un 10% vuoto si può anche fare con un: “Ehi ciao, so che è random, ma ho voluto rischiare. Mi chiamo Rizz-26, piacere.” Non è la frase in sé. È tutto quello che la frase trasporta. Invece se il vuoto che devi riempire quando passa una ragazza che ti piace è il 90% più il 10%, hai voglia a prepararti cose da dire. Hai voglia ad allenarti ad arrampicare. Quel 90% di buco cambia tutto. Cambia ciò che dici. Cambia come lo dici. Cambia quanto sei rilassato. Cambia quanto dipendi dal risultato per non impazzire di frustrazione. Cambia quanto sei presente davvero davanti a lei e in relazione con lei. E lì il canned collassa. Allora, siccome ad un certo punto le persone andavano in giro a dire cose imparate a memoria a tutte quelle che passavano, dipendendo dal canned per riempire quel vuoto… Un vuoto del 100%… Si cominciò tutti a ridere del canned. “Non funziona.” “Ti rende robotico.” “È cringe.” “È roba da sfigati.” Ma ovvio. Ovvio che non funziona una cosa qualsiasi detta da uno che non fa sesso da giorni, settimane, o comunque si sente socialmente e sessualmente in carestia, ed è teso, agitato, bisognoso, contratto, dipendente dalla reazione di una sconosciuta per stare a bolla col mondo. Ed è ovvio che una persona tutta nella sua testa, non nelle sensazioni, tutta in quello che deve dire e fare, non nel momento e nel suo divenire, non è presente. È robotica. Quando dipendi da un risultato per vivere, cerchi controllo su ogni variabile. Finisci per fare quello che farebbe un millepiedi se dovesse pensare a dove mettere ogni singolo piede mentre cammina. Si impalla. L’opener era la cosa più controllabile. La parte che sembrava dipendere più da te. Eri tu che decidevi quando sfoderarlo. Non era co-creato nell’interazione, che invece poteva prendere ogni sfumatura possibile. All’inizio aiutava qualcuno a non rimanere completamente bloccato. Ma era come dare un’aspirina a qualcuno che ha un’infiammazione dovuta a una causa sistemica. Può anche aiutare. Ma non è terapia causale. E se poi, per tamponare quella causa, ti metti in una situazione in cui ricevi una quantità industriale di rifiuti, risate, evitamenti, micro-umiliazioni e porte chiuse, non stai necessariamente guarendo. Stai anche prendendo botte. E il rifiuto sociale non è acqua fresca. A livello di esperienza umana e anche di risposta cerebrale, il dolore sociale non è una metafora poetica: ha sovrapposizioni reali con circuiti del dolore e del distress. Non significa che un “no” sia una coltellata. Significa che per un soggetto già fragile, affamato, isolato o troppo identificato col risultato, cento micro-rifiuti non sono “solo feedback”. Possono diventare abrasione. Possono diventare identità. Possono diventare: “io sono quello che viene respinto”. Possono diventare: 19 hours ago, Rizz-26 said: se sono io che sono un disastro. Partendo comunque dal presupposto — che moltissimi, quando parlano di canned in modo superficiale, ignorano o dimenticano — che la dottrina originale non era “ripeti a memoria storie e battute altrui”. Almeno nelle sue formulazioni più sensate, parlava anche di allenarsi a raccontare meglio quelle cose di sé che funzionano meglio. Di preparare storie proprie. Di riconoscere quali aneddoti della propria vita comunicano valore, leggerezza, presenza, esperienza. Di sapere quali parti di te possono essere rese più comunicabili. “Canned”, appunto: in scatola. Conservate. Pronte da aprire. Ma dovevano essere cose tue. Non discorsi e storie di altri, ripetuti come copioni da uno che non ha vissuto nulla di ciò che sta recitando. Rimane il fatto che nascevano, nel loro uso più sano, in un contesto di pancia piena al 90% mediante vita sociale. Se poi succede di vedere un frutto buonissimo e alto, ha senso aver allenato e ottimizzato un modo per aumentare un poco le chance. Ma non puoi costruire tutta la tua dieta arrampicandoti disperato su ogni albero che vedi. Hai parlato di ragazze che ti ridono in faccia. Ok. Posso formulare tre ipotesi principali. Non mutualmente esclusive. La prima è che tu stia tirando addosso alle persone delle pick-up line. Roba da meme. O qualcosa di cringe come canned di fine anni ’90, primi 2000, materiale che girava nei manualetti di allora, negli ebook copiati male, nei video, nei forum, nelle traduzioni italiane fatte col machete alla lettera. Insomma, se dici cose strane, riconoscibili, fuori contesto, che magari hanno già sentito su YouTube o che è la terza volta nel mese che un tipo strano gliele dice, fa ridere. Fa ridere perché è ridicolo il mismatch. La probabilità però non la alzerei troppo. Diciamo che non parto dall’idea che tu sia così sciocco, dato che hai la dignità e l’umiltà di metterti in gioco e chiedere lumi. La seconda ipotesi è che la delivery non sia congruente. Puoi anche dire cose meno demenziali di quelle appena accennate, ma se parli con rigidità, attaccamento al risultato, speranza in una reazione favorevole, tono memorizzato da telemarketer, occhi che cercano approvazione, postura contratta e micro-esitazione da interrogazione scolastica, il contenuto viene contaminato. Abort mission. Sei compromesso. E rischi di disturbare le altre persone. Non perché tu sia cattivo. Perché stai recitando qualcosa che non ti appartiene, come frame, come sensazione, come verità. La terza ipotesi è che tu stia usando il "canned" come scudo. Scusa se lo metto tra virgolette, ma prendevo in giro il canned già nel 2012, poi le persone hanno smesso di parlarne e non immaginavo che lo avrei sentito di nuovo tirato in ballo. Cioè: non stai andando a relazionarti con una ragazza. Stai mandando avanti la cosa da dire, per vedere se produce “acqua”, “colpito”, o “colpito e affondato”. E questo si sente. Una persona può anche non saper spiegare tecnicamente cosa sta percependo, ma spesso sente la dissonanza. “Questo non è naturale.” “Questo sta facendo una roba provata allo specchio.” O peggio: “Questo vuole una reazione da me.” Per molte donne il sentire che tu vuoi una reazione, non che stai semplicemente comunicando, può generare una sensazione di chiusura. Ha mai funzionato? Dipende dal contesto. Interno tuo. Esterno. E interno alla donna con cui parli. La forchetta è pessima per piantare chiodi. Il martello è pessimo per mangiare tagliatelle. Se ti serve la sensazione di “sapere cosa dire” come innesco per entrare in campo, e poi una volta in campo sei naturale, spontaneo, sereno, ci sta. Non tutti sono estroversi nel rompere il ghiaccio con uno sconosciuto, maschio o femmina che sia. Soprattutto se sei maschio e, la maggior parte delle volte in cui provi a rompere il ghiaccio con le persone, ricevi esclusione, rifiuto, freddezza, a volte anche disprezzo. Aggrapparti alla sensazione di sapere cosa dire per attraversare quel primo metro può avere un suo senso. Nel 2009 mi venne a trovare da Roma un bel ragazzo, ci conoscevamo da un forum di arti marziali. Intelligente, in gamba, ma completamente bloccato nel fare il primo passo. Io ero a casa con un braccio rotto, dopo un frontale in moto. Lo feci andare tutto il pomeriggio avanti e indietro per il soggiorno a riprovare una cosa, fino a che gli venisse automatica. Semplicemente: attraversare la sala, arrivare davanti, dire: “Ciao, mi chiamo X. Posso sedermi qui con te?” A volte mettevo un ostacolo in mezzo. Una sedia. Per vedere se chiedeva scusa alla sedia e ci girava intorno, o se la sbatteva via come un cafone. Ci girava intorno. Sai, è importante una sedia. Non bisogna disturbarla. Allora gli mostrai come si cammina in linea retta, spostando con garbo, ma con fermezza, ciò che si frappone sul percorso. Un pomeriggio intero. Lui camminava, spostava la sedia, arrivava alle due sedie, e diceva: “Ciao, mi chiamo X. Mi posso sedere con te?” Il punto è che lui era assolutamente in gamba. Carino. Capace di interagire una volta in campo. Ma gli mancava la sicurezza per attraversare quella linea invisibile che separa il poterci ancora ripensare e proteggersi dal non poter più tornare indietro. Aveva bisogno di automatizzare il passaggio del Rubicone. Non di diventare un robottino. Tornò a Roma. Vide una ragazza seduta che gli piaceva tantissimo. Automaticamente attraversò. Le disse la cosa che ormai gli veniva spontanea. E si fidanzarono per anni. Ma, in quel caso, ripeto: lui era assolutamente in grado di essere naturale una volta in campo. Adesso fa il cabarettista. Fa spettacoli sul palco. Ci siamo sentiti di recente, ed è incredibile come un pomeriggio passato ad automatizzare la capacità di camminare dritto verso quello che desiderava, spostare con garbo quello che si frapponeva e chiedere permesso presentandosi, gli abbia dato una direzione tanto marcata. Ancora oggi sale sul palco e, semplicemente, entra in campo. In quel caso, quello è stato uno strumento buono. Forchetta per gli spaghetti, non martello. Adatto. Aveva solo un blocco prima di quel momento da cui non puoi tornare indietro. Hai fatto la tua mossa. Nel tuo caso, andrebbe bene automatizzare, per non pensarci troppo, la tua prima presentazione, la stretta di mano, la camminata diretta e frontale, serena, verso una persona che ti interessa? Dico persona perché vale lo stesso anche con uomini che possono darti una svolta alla carriera. Quelli che incontri in ascensore e ti fanno seccare la bocca perché non sai cosa dire. Non lo so. Magari nel tuo caso è utile. Magari invece il rischio è quello di tanti ragazzi di quei tempi: dopo aver automatizzato qualcosa da dire per rompere il ghiaccio, cercavano diagrammi di flusso, “if this then that”, risposte pronte per ogni sviluppo probabile. E diventavano robottini impacciati, persi. Ora, il rischio è che tu prenda il feedback di quelle ragazze che ridono come prova che “fai schifo”, che “sei un disastro”. Magari no. Magari sta solo emergendo un dato molto più utile: la tua comunicazione non è ancora integrata. Verbale. Paraverbale. Non verbale. Intenzionale. Emotiva. Somatica. Magari usi il canned come scudo. Per le tagliatelle, pessimo. Magari lo usi come brillantante, per sembrare brillante. Ancora pessimo per le tagliatelle. Non serve buttare via tutto. Serve cambiare funzione allo strumento. Poi domani, quando sarai socialmente e sessualmente meno in necessità, è possibile che quello strumento tu lo dimentichi e lo lasci a casa. Ma se in questa fase ti serve, o senti che ti fa sentire più sicuro, usalo solo per entrare in campo. Solo per attraversare il primo metro. Non per sostituire la relazione. Non per sostituire la presenza. Non per sostituire la vita sociale. Poi devi imparare a fluire con dinamiche di sistemi aperti, complessi e quasi caotici. Dove la cervellotica ruminazione su cosa dire e cosa fare ti rende goffo, ridicolo, ma soprattutto inefficace e incongruente. Cosa fare nel concreto? Una transizione semplice. Senza per forza criticare tutto quello che puoi aver letto in giro. Quello lo saprai fare da solo, col tempo, e con le giuste domande che ti affioreranno vivendo situazioni. Per ora smetti di usare opener o canned che ti sembrano “cool” e che hai letto da qualche parte. Usa aperture molto più semplici. Molto più tue. Meno performative. Senti come ti presenti quando sei a tuo agio. Quando incontri qualcuno a una festa a casa di amici comuni e c’è meno frizione. Senti come sei quando fai un complimento a qualcuno perché ti sta simpatico, non perché speri che ricambi, reagisca bene, ti ringrazi o ti dica quanto sei speciale. Le frasi possono essere quasi banali. “Ciao, ti ho vista e mi andava di conoscerti.” “Ciao, so che è un po’ random, ma ho voluto rischiare.” “Ciao, mi sembravi interessante. Io sono X.” “Ciao, ti faccio un complimento e poi torno alla mia vita: hai una bella energia.” Non sono magic bullets. Non sono formule. Non sono incantesimi. Sono solo vettori. E hanno un vantaggio enorme: possono essere tuoi. Non un personaggio. Ovviamente non è solo la frase. È body language. Tono. Prossemica. Eye contact. Timing. Distanza. Angolo di ingresso. Stato interno. Capacità di non invadere. Capacità di andartene bene. Capacità di non farle pagare il tuo coraggio se lei non ricambia. Una volta che sei in campo, il tuo lavoro con le persone importanti — quelle che con una decisione, un invito o un’apertura possono migliorarti o peggiorarti molto la vita — non è sapere cosa dire se dicono X. Non è sapere cosa dire per impressionare. Il tuo lavoro è molto più sotto al tuo controllo. Lei risponde fredda? Il tuo lavoro va da “ti scomponi” a “non ti scomponi”. Lei ride di te? Non collassi. Lei ti testa? Ti punzecchia? Non diventi supplichevole. Non diventi arrogante. Lei è incuriosita e fa domande? Non vai in panico sperando di dire alla lavagna la cosa giusta che ti farà passare l’interrogazione. Questo è allenamento vero. Dire qualcosa per rompere il ghiaccio è solo trovare uno strumento che ti permetta di entrare in campo. Se trovi una frase, una storiella, un modo di presentarti, o un micro-rituale che ti fa entrare in campo ma poi ti rende più rigido, stop. Bocciato. Se ti aiuta a entrare in campo e poi riesci a restare presente, fluido, naturale, aperto al contesto, puoi usarlo. Se ti richiede una performance teatrale, è materiale da teatro. Non da vita reale. Meglio un: “Ehi ciao, io sono Rizz, mi piacerebbe conoscerti” detto con presenza, che una routine brillante detta con ansia. E quando trovi una frase o un modo di presentarti che funziona per quello che deve fare — cioè entrare in campo — non devi perderti a cercarne di migliori. Non è quello il gioco. Devi, senza trasformarlo in una doverizzazione nevrotica, diventare abbastanza solido e a posto in varie aree della tua vita da non aver bisogno che uno strumento utile a entrare in campo faccia tutto il lavoro per te. Le candele danno l’innesco. Ma non sono il motore. Se ti è capitato di scambiare l’innesco per il motore, tranquillo. Lo hanno fatto in molti. Non sei un disastro. Però è importante che impari a misurare gli indici che contano. Misura il tuo progresso non da quante ragazze reagiscono subito bene. Misuralo da quanto riesci a restare stabile e presente quando l’interazione non va liscia come speravi. Misuralo da quanto riesci a non umiliarti davanti a un no. Da quanto riesci a non implodere davanti a una risata. Da quanto riesci a non supplicare davanti alla freddezza. Da quanto riesci a non trasformare una persona sconosciuta nel giudice ultimo del tuo valore. L’addestramento è quello. Perché è qualcosa che dipende da te. È sotto il tuo controllo. Quello che fanno le altre persone non lo è. E non sarà un set di frasi più o meno brillanti a darti controllo su di loro, sulla chimica, sul contesto, sul momento, sulla vita e sull’ignoto di cosa potrebbe succedere se entri in campo. Una frase può aiutarti a bussare alla porta. Se la porta viene aperta — o, a volte, era aperta ma non coglievi da ore — entri e lì ci sei tu, non un set di storielle mandate avanti in protezione. 💖 In bocca al lupo. JoieDeVivre, June*, ATTAR e 7 altri ha reagito a questo 10
Questo è un messaggio popolare. ^'V'^ [Aivia Demon] 174881 Inviato 5 Maggio Questo è un messaggio popolare. Inviato 5 Maggio On 5/5/2026 at 8:22 AM, ^'V'^ said: Capacità di non farle pagare il tuo coraggio se lei non ricambia. Mi chiedono da un altro canale cosa significhi questa frase. Intendo questo: se tu fai un atto di coraggio andando da lei, quel coraggio è una tua scelta, non un debito che lei deve ripagare. Tu puoi esserti esposto, aver superato ansia, vergogna, paura del rifiuto, blocco fisico, imbarazzo. Può essere stato un piccolo atto eroico per te. Bene. È una cosa dignitosa. Ma lei non ti deve una reazione positiva perché tu hai avuto coraggio. Non ti deve attenzione. Non ti deve dolcezza. Non ti deve gratitudine. Non ti deve “almeno cinque minuti”. Non ti deve una spiegazione dettagliata. Non deve rassicurarti sul fatto che sei stato bravo. Non ti deve salvare dall’imbarazzo che tu hai scelto di attraversare. “Non farle pagare il tuo coraggio” significa: non trasformare il tuo investimento emotivo in una tassa relazionale a suo carico. Esempi pratici. Se lei risponde fredda, non fai: “Vabbè, ma sei antipatica, volevo solo conoscerti.” Se lei dice no, non fai: “Almeno apprezza il coraggio.” Se lei ride o è imbarazzata, non fai: “Che c’è da ridere? Ho solo provato a parlarti.” Se lei non ricambia il tuo interesse, non fai pressione morale con sottotesto tipo: “Ma io mi sono esposto, potevi almeno essere carina.” Queste reazioni sono il modo in cui molti uomini, spesso senza accorgersene, presentano il conto. Come se il sottotesto fosse: “Io ho pagato il prezzo dell’esposizione. Ora tu devi darmi qualcosa in cambio: attenzione, validazione, gentilezza, possibilità, tempo, numero, sorriso, conferma.” Invece l’approccio pulito è: “Io ho scelto di rischiare. Tu sei libera di non essere interessata. Se non c’è reciprocità, esco bene.” Quindi, sul campo: “Tranquilla, tutto bene. Buona serata.” Detto davvero. Non passivo-aggressivo. Non ferito. Non teatrale. Non come chi sta facendo vedere quanto è superiore. Semplicemente: missione tentata, feedback ricevuto, uscita ordinata. La capacità non è avere il coraggio di entrare. Altrimenti chiudo la PREDATOR LIFE e vendo alcolici B2B. È avere abbastanza struttura da non scaricare su di lei il costo emotivo del tuo ingresso. Detto in altri temini: non entri in un posto da cui non sai come uscire. JoieDeVivre, Kaihō-sha, Tegola e 12 altri ha reagito a questo 7 8
SergioVittorio [Partecipante] 4154 Inviato 5 Maggio Inviato 5 Maggio (modificato) 1 ora fa, ^'V'^ ha scritto: Non ti deve gratitudine. Infatti. Neanche se la porti fuori. O le offri qualcosa, il cinema, la cena, un drink. O la vai a prendere dall’altra parte della città. Sei TU che l’hai fatto e volere ottenere per forza da lei un minimo ringraziamento per un approccio gentile o per i tuoi servigi ti mette sullo stesso piano di un mendicante al cospetto di una celebrità. Il potere più grande non è lamentarti ma dirle grazie di camminare oltre. Perché altrimenti sei tu il problema. Ps: Proprio qualche mese fa sono stato spettatore in palestra di una delle scene più imbarazzanti che abbia mai visto. Un ragazzo si era avvicinato a una in un corso e le aveva chiesto dopo un breve scambio di battute un contatto con una scusa tipo: “se sei nuova della palestra dammi il tuo Instagram così ti scrivo i corsi che farò prossimamente”. Questa che si vedeva benissimo non fosse ricettiva tergiversava. E lui ha insistito, insistito, fino ad arrivare a dirle che le stava facendo solo una gentilezza. Lei alla fine gli ha risposto: “ma che gentile. ma ti sei visto? Ma ti pare che ti dia mio contatto”. Lui dalla rabbia è uscito dalla sala e non l’ho più visto. Aveva scaricato su di lei il costo e non era stato pagato, era un mendicante ed è anche stato preso a calci. Magari imparerà una migliore strategia d’uscita la prossima volta. Modificato 5 Maggio da SergioVittorio lola123, Remo Lupercali, gelsomino e 3 altri ha reagito a questo 6
evolutionator [Partecipante] 479 Inviato 5 Maggio Inviato 5 Maggio 3 ore fa, ^'V'^ ha scritto: Ovvio che non funziona una cosa qualsiasi detta da uno che non fa sesso da giorni, settimane, o comunque si sente socialmente e sessualmente in carestia, ed è teso, agitato, bisognoso, contratto, dipendente dalla reazione di una sconosciuta per stare a bolla col mondo. ok però non è che se uno non pratica da 1 mese, 10 anni, o tutta la vita viva a malapena col controllo delle proprie azioni, si vive normalmente anzi, considerando la quantità di senior per quanto non abbia presente statistiche penso una buona parte della popolazione non abbia rapporti regolari (o peggio) poi certo a chi può farlo va meglio degli altri, ma la vita continua
gelsomino [Partecipante] 7867 Inviato 5 Maggio Inviato 5 Maggio 3 ore fa, SergioVittorio ha scritto: Infatti. Neanche se la porti fuori. O le offri qualcosa, il cinema, la cena, un drink. O la vai a prendere dall’altra parte della città. Sei TU che l’hai fatto e volere ottenere per forza da lei un minimo ringraziamento per un approccio gentile o per i tuoi servigi ti mette sullo stesso piano di un mendicante al cospetto di una celebrità. Il potere più grande non è lamentarti ma dirle grazie di camminare oltre. Perché altrimenti sei tu il problema. parecchi credono che la fica sia come un organizzazione umanitaria, che fanno del bene(concedere le proprie grazie) a prescindere eppoi è lo stesso che credere che se vai alla corsa di pamplona i tori non ti s'inculino a cornate perchè sei vegetariano... DatFreeman, Crescendo63 e SergioVittorio ha reagito a questo 3
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